Il Sacro Graal, il Segno del Comando

di Stanislao Scognamiglio - Premessa

Darò le definizioni di uso più comune riferite al Sacro Graal, giungendo poi a specificare la vera essenza del misterioso oggetto nelle righe successive, quando,

esaminato il valore del Graal in alcuni suoi aspetti, parlerò del suo significato esoterico.

Con il termine Graal, in un primo momento si è inteso dar nome ad un oggetto sovrannaturale(Gradual o Gradal) non ben definito che conferiva al suo possessore immortalità e rigenerazione. Con tale parola furono chiamati diversi oggetti, una spada, una pietra, un libro, e infine un vaso. E le prime testimonianze di un oggetto portentoso del genere del Graal risalgono agli egizi che descrivono una sacra colonna rigeneratrice che termina con un contenitore sferico molto simile ai recipienti identificati nelle varie iconografie del Graal. Questa tradizione è comune in tutto il medioriente e più propriamente nella Mesopotamia, estendendosi nei popoli semiti premusulmani. In modo parallelo è esistito un oggetto simile nella tradizione celtica precristiana. Solo una tradizione successiva fece identificare il Graal con la sacra coppa che aveva usato Cristo nell’ulima cena e utilizzata da Giuseppe d’Arimatea per raccoglierne il sangue mentre egli spirava sulla croce. E da qui si genera tutta una letteratura cristiana di un oggetto magico, fino a quel momento dai connotati religiosi neutri.

1.Il Santo Graal nella letteratura

Il Graal appare per la prima volta sotto forma letteraria nel Perceval ou le conte du Graal di Chrétien de Troyes (XII secolo). In questo racconto il Graal non viene mai definito "santo" e non ha niente a che vedere col Calice che avrebbe contenuto il sangue di Cristo. Non si sa neppure di preciso che forma abbia perché Chrétien, descrivendo il banchetto nel castello del Re Pescatore, dice semplicemente che «un graal antre ses deus mains / une dameisele tenoit» (un graal tra le sue due mani / una damigella teneva) e descrive le pietre preziose incastonate nell'oggetto d'oro. Il Graal viene citato di nuovo in una delle scene finali, quella in cui un eremita rivela a Perceval che il Graal porta al padre del Re Pescatore un'ostia, nutrimento spirituale (secondo alcuni però questa scena potrebbe essere una aggiunta spuria).

Una successiva interpretazione del Graal è quella che si trova nel Parzival di Wolfram von Eschenbach, secondo il quale il Graal sarebbe una pietra magica (lapis exillis) che produce ogni cosa che si possa desiderare sulla tavola in virtù della sua sola presenza.

Fu Robert de Boron, nel suo Joseph d'Arimathie composto tra il 1170 ed il 1212, ad aggiungere il dettaglio che il Graal sarebbe la coppa usata nell’Ultima Cena, nella quale Giuseppe di Arimatea avrebbe poi raccolto le gocce di sangue del Cristo sulla croce. Giuseppe avrebbe poi portato la coppa nelle Isole britanniche e lì fondato la prima chiesa cristiana. La cristianizzazione della leggenda del Graal è proseguita dalla Queste del Saint-Graal, romanzo anonimo scritto verso il 1220, probabilmente da un monaco, che fa del Graal la Grazia divina.

Vari cavalieri intrapresero la ricerca del Graal in racconti annessi al ciclo arturiano. Alcuni di questi racconti presentano cavalieri che ebbero successo, come Percival o Galahad; altri raccontano di cavalieri che fallirono nell’impresa per la loro impurità, come Lancillotto. Nell’opera di Wolfram, il Graal fu messo in salvo nel castello di Munsalvaesche (mons salvationis) o Montsalvat, affidato a Titurel, il primo re del Graal. Alcuni hanno identificato il castello con il Monastero di Montserrat in Catalogna.

La leggenda del Graal è riportata anche in racconti popolari gallesi, dei quali il Mabinogion è il più vecchio dei manoscritti sopravvissuti (XIII secolo). Esiste anche un poema inglese Sir Percyvelle del XV secolo. In seguito le leggende di re Artù e del Graal furono collegate nel XV secolo da Thomas Malory nel Le Morte d'Arthur (anche chiamato Le Morte Darthur) che diede al corpus della leggenda la sua forma classica.

2.Il Graal nella pittura

Le prime raffigurazioni del Graal sono miniature del XII secolo come questa che rappresenta Artu’ e i cavalieri della tavola rotonda con al centro il Graal. Un filone a parte è costituito dal Graal come vaso sacro contente l’unguento e che utilizzò Maria di Magdala per ungere i piedi di Cristo e che vede la Maddalena come custode del Graal, in particolar modo questo aspetto è qui risaltato dalla decorazione del broccato dove si nota un motivo che forma una coppa. Inquietante la posizione della donna che pare proteggere un neonato, quasi a suffragare l’ipotesi di cui si parlerà dopo, sulla sua presunta gravidanza.Il tema del Graal è ripreso spesso dai Preraffaelliti qui un quadro di Dante Gabriel Rossetti, tra l’altro studioso di Emetismo. 

3.Ipotesi Merovingia

 L’ipotesi più famosa, non per questo, più attendibile, sulla vera essenza del Graal è quella portata alla ribalta da Dan Brown nel suo romanzo Il codice da Vinci da cui è stato tratto un fortunato film. Secondo questa ipotesi, in verità, formulata per prima dai due autori del saggio “Il Santo Graal” ovvero gli scrittori Baigent e Leigh, il Graal nasconderebbe una sorta di cospirazione per velare la discendenza di Cristo in terra, la dinastia Merovingia. In realtà San Graal, sarebbe stata un’acuta deformazione di Sang Raal, ovvero, in antico occitano, Sangue Reale.

Secondo, questa teoria, infatti, l’ordine dei Templari sarebbe stato costituito per consentire a Goffredo di Buglione, discendente dei Merovingi, e, quindi, addirittura di Cristo, di reimpossessarsi della Terrasanta. Cristo, in effetti, in quest’ottica è discendente della nobile famiglia di Davide, non solo simbolicamente, ma effettivamente erede del Regno di Giuda.

In sintesi, Gesu di Nazaret, discendente di Davide, e quindi il Messia atteso dal popolo ebraico, sarebbe stato allevato ed istruito per diventare re di Giudea. Ma egli avrebbe voluto anche rivestire l’incarico di sommo sacerdote, che era colui che certificava la legittimità del sovrano ungendolo re. Designato a quest’incarico, quello di sommo sacerdote, sarebbe stato Giovanni Battista, per così dire, il messia spirituale. Morto Giovanni, Gesù nella prospettiva del regno-sacerdozio, aveva preso con se anche i discepoli di Giovani.

Secondo questa versione, poi, Gesù, aiutato dai discepoli a sopravvivere alla crocifissione sarebbe fuggito dalla Galilea assieme a sua moglie Maria di Magdala, da cui attendeva una figlia, Sara. Insieme a Giuseppe d’Arimatea, il ricco che aveva procurato una finta sepoltura a Gesù, si sarebbero diretti in Gallia, dove viveva da tempo una colonia di ebrei della stessa tribù di Gesù, la tribù di Beniamino. Morto il Messia, Maria di Magdala, avrebbe dato alla luce Sara, una prima mitica principessa Merovingia. Ecco che il Graal, Sangue Reale avrebbe dato origine alla prima dinastia di re francesi.

Tutta questa vicenda dalla portata emotiva stupefacente e inquietante, perché di fatto annulla la divinità del Cristo e catastrofica per gli esiti della religione cristiana, sarebbe proprio affiorata dalla terra, che secondo la tradizione di questa versione nasconderebbe il Graal, sia esso la coppa reliquia del sangue di Cristo, o il segreto della sua discendenza nel mondo, la Linguadoca.

Berenger Saunier, curato del paesino di Rennes Le Chateau, in verità piccolo villaggio sui Pirenei francesi, durante gli scavi per ristrutturare la parrocchia dedicata a Maria Maddalena, avrebbe trovato delle pergamene recanti un breve messaggio sul presunto assassinio di Re Dagoberto, appunto della dinastia dei Merovingi. Ma alcuni simboli e lettere disposte in maniera particolare, fanno supporre al sacerdote che si tratti di ben altro. Riesce infatti a pervenire alla decrittazione di una mappa di un tesoro, dal valore inestimabile, probabilmente la prova dell’esistenza in terra dei discendenti di Cristo.

La cospirazione sarebbe stata organizzata dal Priorato di Sion, ordine esoterico guidato di volta in volta da nobili francesi e perfino da intellettuali e scienziati come Leonardo da Vinci e Jean Cocteau. Questo Priorato di cui effettivamente si hano labilissime tracce nelle cronache del tempo, in un primo momento sarebbe stato l’ispiratore e il finanziatore dei Templari, e secondo l’elenco dei suoi capi, addirittura all’inizio i vertici dell’Ordine Templare e del Priorato coincidevano, poi attorno al 1200, come testimoniato dal documento denominato “il taglio dell’olmo” i due si separarono.

Secondo gli autori del “Santo Graal” prima e Dan Brown dopo, il Priorato continuerebbe ad esistere e a vegliare sui discendenti della dinastia Merovingia. Ma secondo gli storici i documenti inerenti il Priorato sono solo una mistificazione in quanto scritti dallo stesso Plantard, un nobile francese che sostiene di discendere dai Merovingi e in quanto oltre a delle brevissime citazioni inerenti un generico ordine di Sion esistente nel medioevo a Gerusalemme, non esistono altri documenti dell’epoca a suffragare l’esistenza di un associazione esoterica fondata probabilmente negli anni ’50 del ventesimo secolo, proprio quando apparvero i misteriosi dossier consegnati da Plantard alla biblioteca nazionale di Parigi.

Certo, vi sono particolari dell’intera vicenda Priorato che ancora non si possono accantonare definitivamente come frutto di mistificazione. Per quanto riguarda la figura della Maddalena, per esempio, gli studiosi moderni vedono in lei una figura chiave del cristianesimo primitivo, in quanto il rapporto del Cristo con questa donna pare che davvero fosse speciale e nei vangeli apocrifi si fa riferimento ad un velato rapporto amoroso tra i due. E neanche si può escludere a priori la possibilità che alla donna fosse stata affidata un’eredità spirituale di maggiore importanza rispetto al ruolo marginale attribuitole dai vangeli canonici: alcuni pittori antichi e moderni infatti la ritraggono ponendo in primo piano un recipiente d’alabastro che conteneva il balsamo con il quale Maria di Magdala unse i piedi del Cristo, recipiente che viene facilmente messo in relazione con il Graal.

Poi, ancora è vera storicamente la relazione che lega i Templari alla conoscenza di segreti esoterici o dell’esistenza di reliquie sacre della portata della coppa sacra. In effetti l’ordine cavalleresco collocò il suo quartier generale in corrispondenza del secondo tempio di Salomone(per questo furono denominati templari) e lì condussero degli scavi. La tradizione vuole che nel tempio, per la presenza dei rotoli della Bibbia, la Torà, dimorasse la Shekinah, la presenza dello spirito divino. Tanto bastò per alimentare cronache e narrazioni su ritrovamenti di tesori di immane valore spirituale come l’arca dell’alleanza, la sacra coppa o forse un semplice manoscritto coevo di Cristo, che, narrando le vicende di Gesù uomo avrebbero potuto mettere in imbarazzo la Chiesa e i suoi dogmi.

Con la stesso criterio deduttivo si è pensato che il segreto dell’abate Saunier consistesse in qualcosa del genere. Certo fino a quando non si scaverà sotto i luoghi indicati dalle famose pergamene del curato di Rennes e dal notissimo quadro di Poussin “Le bergeres d’Arcadie”, noto anche col nome di “Et in Arcadia Ego”, che in realtà sarebbe una vera mappa con tanto di coordinate, non potremo soddisfare quelle che, caduta ormai l’ipotesi Merovingia, sono solo lecite curiosità.

Il Graal come reliquia è la cosa più facile da trovare su questa terra visto che si trova fisicamente in una chiesa portoghese, in Francia, in Italia, forse a Castel del Monte. Così del resto accade perfino con i resti della Croce, gli studiosi dicono che sparso nel mondo ci sono pezi di legno bastevoli per costruire centinaia di croci. E il Graal? non è vero allora, che i Templari se ne siano impossessati? Qual è la sua vera natura?

Alla prima domanda è facile rispondere potrebbe trattarsi di una metafora, abiamo visto come il Sacro Graal sia diventato un oggetto mistico cristiano intorno al XII secolo con Boron il suo Joseph d'Arimathie , neanche a farlo apposta in quello stesso periodo i Templari consolidavano il loro controllo sulla Terrasanta. Quindi probabilmente la comparsa di un ciclo del Graal “cristiano” si potrebbe attribuire ad una forma di letteratura propagandistica visto che nel componimento i custodi del Graal sono cavalieri Templari. A questo punto è necessario ricordare che oltre alle grandissime doti di combattenti, i Poveri Cavalieri di Cristo facevano largo uso della diplomazia e i loro comandanti cercarono subito di intrattenere con i popoli indigeni rapporti commerciali e culturali. Queste frequentazioni consentirono all’ordine del Tempio scambi culturali di una certa rilevanza anche con ordini cavallereschi musulmani, come la setta degli Assassini(letteralmente i fumatori di haschish), molto vicini agli odierni sufi. I templari impararono da costoro la geometria sacra, la particolare scienza delle proporzioni architettoniche e assimilarono tradizioni esoteriche fino ad allora sconosciute, tra queste è probabile abbiano appreso della “pietra caduta dal cielo” apportatrice di poteri sovrannaturali e che l’abiano successivamente mutuata nella tradizione cristiana occidentale.

Per sapere qual è la vera natura del Graal si deve pazientare un po’, giusto il tempo per farsi un’idea della simbologia esoterica.

4.Lettura della simbologia

Il simbolismo esoterico è un linguaggio che si alimenta di una tradizione opposta a quella scritta, ovvero si genera dalla Tradizione esoterica che è fondata su un complesso di segni, glifi, metafore, allegorie che derivano da un uso antichissimo di tramandare la conoscenza trascendente tramite un metodo che chiamiamo linguaggio solo per renderlo un modello di studio. Infatti la tradizione dei simboli si basa sull’elaborazione dell’immagine e non della parola, essendo la prima, creazione dell’emisfero destro del cervello, e la seconda quella del sinistro, si può capire come sia complicato interpretare i simboli esoterici. In aggiunta, bisogna dire che, oltre alla necessità di preservare ai profani informazioni di elevato contenuto iniziatico, con le persecuzioni dell’Inquisizione degli studiosi, alchimisti e filosofi che si discostavano dal dogma ecclesiastico, si rese necessario mascherare ulteriormente tali dottrine, che per questo risultavano eretiche, ammantandole di finti significati devozionali.

Proprio questa complessità di sovrapposizioni rende il simbolismo difficilmente leggibile senza una o più chiavi di lettura, che, in alcuni casi, sono in possesso di persone già abituate dalla loro formazione a identificare e leggere i diversi strati del simbolismo. Proprio in forza di quest’ultima affermazione, per rendere il discorso con esempi concreti, tratteremo di una lettura orizzontale e di una lettura verticale del simbolo.

Per lettura orizzontale intendiamo un’interpretazione che si serve di analogie che, per così dire, si trovano sullo stesso piano della cosa disegnata, enunciata o illustrata.

Per lettura verticale intendiamo un’interpretazione che si serve di analisi che partendo dall’illustrazione, disegno o metafora scendono o salgono dal simbolo, entro il simbolo per definirne via via richiami e informazioni più profonde legate a significati antropologico-mistici, e a richiami della psicologia del profondo.

Se per esempio tracciamo il seguente glifo:

 

E’ stato scelto apposta perché di per sé è il simbolo esoterico per eccellenza e, nello stesso tempo un disegno geometrico quasi banale. Poniamo di dimenticare tutto il complesso di evocazioni che ci apporta e osserviamolo, per analogia orizzontale, esso è la rappresentazione figurata di una stella. Noi sappiamo benissimo che nella realtà, una stella non si presenta in questa maniera, ma sappiamo che per convenzione quasi la totalità degli uomini tracciando questa figura intende una stella. Tuttavia, sempre seguendo lo stesso ragionamento potrebbe, con qualche variante illustrare una stella marina. Ma aldilà di queste due corrispondenze, un tipo di interpretazione orizzontale non identifica nella nostra mente nessun altro concetto, concreto o astratto che sia.

Se invece, proviamo ad analizzare questo disegno in maniera verticale, cioè seguendo nel filo interpretativo le indicazioni emozionali che esso stesso ci suggerisce scendendo o salendo verso concetti affini e via via di ampiezza concettuale più grande, potremmo pensare al cinque, al cinque come allusione dei sensi, quindi al senso magico pitagorico del cinque, al microcosmo, alla quintessenza, ai quattro elementi alchemici più la loro sintesi uomo, alla rosa mistica ecc.

Ora avendo letto il glifo seguendo le due chiavi di lettura, non possiamo dire in alcun modo quale sia l’interpretazione giusta perché entrambe sono appropriate visto che entrambe appartengono al simbolo stesso. Dato che la realtà come ci appare è solo un dato di fatto soggettivo perché essa stessa è una rappresentazione mentale e poiché ogni individuo ha una propria rappresentazione mentale dell’universo, paradossalmente, l’unico strumento univoco, sorta di unità di misura, della realtà che è tale perché da noi osservata, è il simbolo. Questo consente di raggruppare in un ente posto quasi super partes concetti, sostrati, e valenze inconscie. Perciò tutte e due le interpretazioni sono utili e danno il giusto senso delle corispondenza tra il glifo e il concetto raffigurato, in maniera tale che gli argomenti interpretativi scaturiti, frutto di due elaborazioni mentali opposte(dall’emisfero destro e sinistro del cervello) possano sovrapporsi, contaminarsi e concatenarsi in un risultato che dia del simbolo la spiegazione più completa possibile. In questa maniera la stella a cinque punte disegnata sarà sia l’immagine stilizzata di un astro, sia quello di una stella marina, sia tutti i concetti mistico-filosofici elencati prima.

Dunque, qualunque simbolo, a prescindere dal valore iniziatico che gli si voglia attribuire non può essere interpretato, come purtroppo avviene da qualche decennio seguendo un’esigenza sbrigativa di concretizzare una metafora complessa in un oggetto, attraverso analogie orizzontali per cui, ad esempio la stella appena identificata risponde ad un astro, ma anche tenendo conto dei significati più nascosti e profondi che poi sono le radici del simbolo stesso.

5.Simbologia esoterica del Graal

Per questo motivo nel Graal, il simbolo più suggestivo della cultura occidentale, a maggior ragione convivono sia significati legati a tradizioni storiche e culturali, sia significati molto lontani dall’ipotesi della stirpe regale dei Merovingi, che pure potrebbe essere attendibile, ma non è questo che rende il Graal affascinante per ciò che esso stesso raffigura.

Abbiamo detto che del Graal reliquia abbiamo diversi riscontri, e probabilmente una di queste coppe è contemporanea del Cristo. O forse chissà scavando sotto Rennes Le Chateu … Ma a prescindere da quel che è dobbiamo davvero porre l’attenzione su quello che rappresenta, sulla sua natura. La lettura che si è data sinora del Graal si affida ad un simbolismo orizzontale incentrato, come abbiamo visto su un’interpretazioni che procedono per analogie basate sulla semplice osservazione di elementi simili. Coppa uguale utero e non abbiamo sondato elementi più profondi, non abbiamo cioè preso in considerazione una chiave interpretativa verticale che ci permetta di giungere ad analogie più complesse ma forse più stimolanti.

Se in effetti concludiamo la nostra indagine soffermandoci a guardare esterrefatti una delle coppe dell’ultima cena avremmo saputo che tutta l’impalcatura di misteri, arcani, metafore, persecuzioni e complotti sia stata messa in piedi solo per alludere ad una coppa, seppure di grossa portata emotiva, se vogliamo di enorme carattere devozionale, ma pur sempre una coppa, un oggetto fatto da mani d’uomo. E intimamente possiamo giustificare un tale lavoro simbolico e metaforico solo per giungere ad un oggetto, che di fronte al più grande mistero dell’eucaristia è un pezzo di legno insignificante? La risposta è ovviamente negativa

Se dessimo per buona l’ipotesi un po’ raffazzonata e caratterizzata da grandi incongruenze degli autori del libro il “Santo Graal” e ripresa da Dan Brown saremmo di certo di fronte ad una giustificazione molto più plausibile rispetto alla nascita di leggende, mappe segrete, narrazioni mitologiche, persecuzioni… di quanto non lo siano nell’ipotesi che vede il Graal come semplice reliquia. daremmo anche appagamento rispetto a curiosità intorno a misteri storici della portata della vita e morte di Gesù di Nazaret, l’uomo adorato come il Figlio di Dio dai cristiani. Ma anche questa ipotesi non risponde affatto ad un bisogno molto più profondo inscritto quasi nel dna di ogni uomo che si ponga di fronte all’esistenza con spirito critico. Non risponde soprattutto alla domanda iniziale sulla vera natura del Graal, non soddisfa un’esigenza che viene dal profondo comune a coloro che nella vita hanno cercato e cercano ancora il Graal. L’esigenza di carpire il segreto stesso del Graal.

L’oggetto Graal, come già detto possiede delle qualità intrinseche che lo rendono sovrannaturale. Esso dona al suo possessore immortalità, forza e guarigione. Ecco le caratteristiche da cui secondo noi si deve partire per giungere ad una ipotesi più stimolante per definire la vera essenza del Graal.

6.Rapporto tra Graal e Pietra Filosofale

Esiste un altro oggetto nella mitologia esoterica che ha gli stessi poteri del Graal, si tratta della pietra filosofale o Pietra dei Filosofi, cercata dagli alchimisti. Premesso che entrambi non sono definiti sempre con la stessa parola(il Graal viene definito anch’esso una pietra, poi una spada, un libro e la pietra viene chiamata elisir, tintura, oro potabile, Grande Opera) quasi a sottolineare per entrambi la natura per così dire sovrumana, ciò che rende il Graal un sinonimo della pietra filosofale è costituito dai doni che elargisce a chi ne viene in possesso: l’immortalità, e la conoscenza che si manifestano con la possibilità data all’adepto di prolungare la propria vita e con la conoscenza di una realtà trascendente che solo con l’ausilio dello strumento magico è resa possibile. Così pure la pietra filosofale è il raggiungimento di un nuovo stadio esistenziale entro il quale la malattia e l’ignoranza non hano motivo di esistere perché i sensi del soggetto passano sotto il controllo della sua volontà e i suoi sentimenti, le sue pulsioni si muovono attraverso un approccio tutto nuovo alla realtà, osservata ormai con la capacità di chi non ne ignora più i segreti, perché il microcosmo dell’operatore e il macrocosmo dell’universo si sono congiunti e spirito e materia si intrecciano e si compenetrano l’una nell’altra dando luogo ad un tutt’uno che esalta entrambe l’entità. Da ciò risulta una nuova sostanza che è la sintesi tra umano e divino.

Per descrivere quanto accade si può partire proprio da una delle raffigurazioni del Graal, quella del pittore preraffaellita Dante Gabriel Rossetti. In essa vediamo una Maddalena angelicata che tiene il Graal, alle sue spalle, una colomba, simbolo dello Spirito Santo nella teologia cristiana, ma anche simbolo dello Spirito purificato in alchimia. In particolare, vediamo nel quadro, a causa della prospettiva, procedere il Graal attraverso due colori, il bianco della colomba e poi il rosso dei capelli della Maddalena. Da notare che la caratteristica peculiare di tutte le raffigurazioni della Maddalena ritratta insieme al Graal è proprio il colore rosso dei capelli. Il rosso, in particolre nel quadro di Rossetti pare volerci indicare un procedimento alchemico, quello finale che consente all’alchimista di ottenere appunto la tintura rossa, o pietra filosofale. La prova ci è data, in questo quadro proprio dalla colomba che, abiamo detto in alchimia rappresenta lo spirito, l’opera al bianco albedo. In effetti per giungere all’opera al rosso o rubedo, fase della lavorazione alchemica entro la quale si ottiene l’oro filosofale o l’elisir di lunga vita bisogna passare dall’opera al bianco, rappresentata sempre dagli alchimisti come una colomba.

Mi si potrebbe chiedere come faccio ad essere sicuro che il quadro di Rossetti celi una metafora, anzi la metafora della grande opera alchemica? Semplice il preraffellita Dante Gabriel Rossetti era alchimista e studioso di ermetismo.

Ma tutta la ricerca e il ritrovamento del Graal si muove con le stesse coordinate sulle quali si dipana la complessa operazione dell’alchimista che deve trasmutare il piombo in oro, perché è pur vero che l’alchimia ha dato origine alla chimica, ma il vero alchimista non esauriva il suo lavoro nella cottura di metalli combinati con altri elementi, ma utilizzava l’osservazione delle reazioni degli elementi per riprodurre dentro di sé le stesse trasformazioni che poi annotava sottoforma metaforica, alla stessa maniera di coloro che hanno stilato le cronache del graal, i procedimenti o il viaggio iniziatico cui si sottoponeva.

Partiamo proprio dal Graal, il recipiente entro il quale è conservato il potere divino. In molte tradizioni il recipiente è più un vaso chiuso che una coppa e così viene raffigurato nei quadri con Maria di Magdala. Il vaso o atanor, in alchimia rappresenta l’individuo da sottoporrre a trasmutazione. Questa trasmutazione deve condurre la sostanza contenuta nel recipiente ad essere una cosa nuova. L’oro dei filosofi, il prodotto della trasformazione che compie la pietra filosofale rendendo puri i metalli impuri. Pure il raggiungimento del Graal implica una purezza cui l’adepto perviene solo dopo prove terribili, dove solo il coraggio e la perseverenza condurranno alla meta. In alchimia, questa fase, che precede la fase della colomba osservata nel quadro di Rossetti è l’opera al nero o nigredo. Le successive saranno come già accennato l’oprera al bianco o albedo, opera al rosso o rubedo. In particolare, nell’opera al nero il soggetto è sottoposto ad un viaggio catartico che gli permette di purificarsi in uno stato analogo alla morte, chiamata dagli alchimisti putrefazione. In questa fase, il cavaliere-alchimista discende nei suoi inferi, combatte il drago e si libera dai metalli pesanti. Così al termine di questa operazione scaturisce dalla morte una sostanza bianca che è l’illuminazione a cui perviene il cavaliere alla ricerca del Graal. Questa sostanza però non gli basta per essere immortale perché è solo la visione del Graal, la sua anima deve essere in grado di purificarsi ulteriormente affinchè i custodi del Graal glielo offrano. I custodi possono facilmente essere paragonati a Saturno e Mercurio che in alchimia rappresentano il piombo e uno stato volatile del mercurio che imprigionano per così dire il principio dello spirito, lo Zolfo e lo lasceranno “libero” solo se trattati opporunamente. Quindi il cavaliere deve, con l’aiuto dei suoi sensi e della sua corporeità trasformare la visione instabile del Graal, una mera illuminazione, in strumento concreto, farmaco dell’immortalità, rendendo il contenuto del vaso “potabile” e assimilabile dal suo corpo. Questo, in alchimia avviene attraverso il Sale che è appunto la metafora del corpo che sintetizza la sostanza bianca-colomba, l’illuminazione, la visione del Graal in se stesso divenendo grazie alla pietra-vaso, immortale.

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