Il Trilume

di Stanislao Scognamiglio - Le tre candele di colorazione diversa poste sull’altare a forma di triangolo, formano ilTrilume. Sebbene abbia delle analogie simboliche con le cosiddette Luci dei  Templi esoterici o dei luoghi di culto, il suo significato è cabalistico con marcati richiami all’alchimia.

 In effetti, i colori delle tre candele alludono al viraggio della materia oggetto di trasmutazione alchemica: nigredo, albedo, e rubedo. e pure ad altri procedimenti che non ritengo opportuno analizzare in questa sede.

Alchimia e Cabala, come ho spesso sostenuto in diversi lavori, sono modelli di ricerca pressoché sovrapponibili, e quindi parlando di alcuni rituali cabalistici, si può far riferimento a procedimenti alchemici e viceversa. Ma, scorgendo nella simbologia delle luci, un percorso prevalentemente cabalistico, lo analizzo partendo proprio metaforicamente da quel sentiero.

Il Trilume illustra la prima triade di sephiroth dell’Albero della Vita e descrive letteralmente il tragitto che compie la Luce Creatrice per portare a termine la sua ciclica missione: passare dall’Increato al Creato, e,  successivamente, dall’Uno al Molteplice.

Kethèr, la Luce Bianca è la prima manifestazione dell’essere, perché appunto è la sintesi del paradosso divino: dalle tenebre dell’Infinito(Letteralmente Ayn Soph Aur significa “ciò che non splende”) raccoglie la luce e la trasmette ai nostri sensi come bianco, l’insieme di tutti i colori che via via saranno accesi nel corso dell’intero svolgimento dell’Opera che avrà fine con Malkuth, per poi da questo punto essere rigenerato.

Si è detto che Kethèr è la prima apparizione della Luce Divina, intendendo che la divinità, che fino ad un attimo prima, era invisibile perfino ai suoi stessi occhi, diventa riconoscibile. Accade che la vibrazione iniziale che ha originato la Luce sia emessa con una frequenza d’onda pari alla lettera  Iod, la prima del Tetragramma Sacro, che secondo l’alchimista e cabalista inglese John Dee, è la primitiva rappresentazione del simbolo del Mercurio, l’Anima. E la sua emissione quindi, riflette l’individuazione di Dio Creatore, che da Tutto si avvia ad essere Uomo, e da fonte primaria passa ad identificarsi progressivamente nel Demiurgo della Gnosi.

A questo punto, la Luce Bianca, un “non colore”, per differenziarsi dal primo Effetto della Vibrazione, ha bisogno di annullarsi, di comprimersi fino a diventare il suo opposto “non colore”, il contrario del Bianco, Il Nero. L’assenza di Luce che numericamente assume valore Due, esattamente il contrario di Uno. E diviene, la negazione della luce, il colore della luce della seconda candela che raffigura Binah, la Madre, la Coscienza o Consapevolezza, che grazie alla caratteristica di quella  y generatrice, Mercurio radicale, si presenta come forza di genere femminile.

Se Kethèr è il massimo dello splendore, infatti è la Corona, la Maestà, che si concretizza come singolarità di luce infinita, che infinitamente abbaglia, Binah, alla sua antitesi simmetrica,  si palesa come il buco nero della Manifestazione, perché il capovolgimento di stato da osservare per compiere la Grande Opera , si percepisca sia in Dio, sia nell’uomo come Separazione netta delle due nature da reintegrare.

La Separazione netta tra Bianco e Nero, operata perché ottenuti come risultato, i precipitati chimici di scarto, le cosiddette “fecce” siano riutilizzate e rimesse nel Ciclo per legarle definitivamente al “misto”, che, nel frattempo, si è colorato di Rosso nella luce emanata dalla candela della terza sephira, Hokmah. e assume la forma di Rebis, che ha proprio la stessa radice (RB) di Rubedo, il compimento dell’Opera. Dove il Sale, metafora dell’Uomo, ente equilibratore dell’universo, nella specie dell’Antimonio, libera lo Zolfo dal Mercurio rendendo finalmente la Reintegrazione compiuta. E, in questo caso, l’individuazione divina ha compimento, cioè è nella condizione di infinita autoconsapevolezza, grazie all’assunzione materiale, che in queste sfere così elevate non ha la stessa valenza che ha per noi uomini, non possiamo dunque parlare di dio-materia, ma di spirito materializzato, che si manifesta con modalità analoghe a quelle dei sensi umani.

Il colore naturale di Hokmah è grigio ma sull’altare è preso in considerazione il suo valore macrocosmico, ciò che esprime nel significato finale dell’operazione, quasi a marcare l’ultimo vertice della Triade superiore dell’Albero e a riassumere il senso di quel ternario che esprime compiutamente, già con le sole tre prime sephiroth, l’intero percorso iniziatico della Cabala.

Mi sono chiesto come mai però, se l’ordine gerarchico delle tre fasi, nigredo, albedo e rubedo, sia proprio la sequenza di Nero, Bianco e Rosso, mentre nel Trilume sia Bianco Nero e Rosso.

La risposta risiede nel significato cabalistico stesso di tutto il Ciclo Sephirotico, dove gli estremi non hanno senso e dove, ad esempio la Maestà di Kethèr, poggia i piedi su Malkuth, che giace sullo stesso asse della prima sephira. Ma poi, se nelle operazioni alchemiche, ove l’operatore è un uomo, il bianco rappresenta la consapevolezza di un nuovo stato di coscienza raggiunto, uno stato che tende ancora ad essere volatile, per Dio, che in questa operazione di Reintegrazione con la Materia è l’operatore, il Bianco costituisce la sua natura iniziale, quella spirituale, che, attraverso la sua negazione, Nera e antitetica ma ricomponibile, sintetizza la nuova natura nel Rosso.

Parimenti le Luci del Trilume,  in senso gerarchico, si rispecchiano nei colori dei cordoni dei rispettivi gradi martinisti, dove la conoscenza della Luce e la sua possibilità di rifletterla, proprie del Superiore Incognito è bianca, cioè il bagliore di Kethèr, di fronte al quale riesce finalmente ad avere padronanza. Mentre per l’Iniziato Incognito il Rosso amaranto dello Zolfo rappresenta la sua definita posizione di martinista, e nell’Associato Incognito, il Nero è quella mancanza di Luce già riferita nelle righe precedenti.

 

 

_______

http://www.holyart.it/

Joomla templates by a4joomla