La meditazione come strumento operativo dell’iniziato.

di Stanislao Scognamiglio - E’ da decenni ormai che in Europa, come tante mode d’oltreoceano, viene praticato lo yoga. Indubbiamente, questa disciplina di origine indiana apporta effettivi benefici spirituali a chi

vi si applica. Ma bisogna però aggiungere che l’efficacia di questa modalità spirituale risulterebbe accresciuta se praticata da un orientale, o meglio, gli effetti sortiti sugli insiemi corpo, spirito, anima di un occidentale non comportano la stessa pregnanza di sollecitazioni trascendenti.

La concezione orientale del corpo, che nelle filosofie ermetiche occidentali prende il nome di “soma”, per intendere un complesso di interazioni tra riflessi vegetativi, neuronali e motori del complesso definito microcosmo, azzera le differenze tra le tre diverse entità che identificano la pienezza filosofica di un individuo, cioè le summenzionate dimensioni di corpo, spirito e anima. Per un orientale, anzi, non ha neppure senso parlare di differenzazione di stato tra le tre entità. Per cui in partenza, lo yoga esperito da un indiano genera la vera essenza evolutiva che chi vorrebbe praticarlo cerca di raggiungere. Per questi motivi, una tecnica rigenerativa, e fondamentale per lo yoga, la meditazione, su un occidentale genera effetti limitati rispetto al grande potenziale che dovrebbe sprigionare.

Infatti, partendo dal presupposto ormai riconosciuto anche dai medici generici, che la meditazione aiuta il sistema neurovegetativo a ristabilire gli equilibri perduti, gli scompensi fisici, addirittura rafforzando le difese immunitarie e rallentando l’invecchiamento, la meditazione, così come effettuata, secondo i canoni dello yoga, risulta poco più che una tecnica per riposare la mente e riequilibrarla.

In sostanza, la meditazione, attivando i neurotrasmettitori che regolano le emozioni, come le endorfine, regala serenità e tranquillità a chi la pratica, permettendo al cervello, in queste condizioni, di espellere tossine e di accrescere la produzione di anticorpi.

Se ci si applica dieci minuti al giorno alla meditazione, i benefici tenderanno ad essere fissati e l’organismo funzionerà in modo migliore.

Ma la meditazione così concepita in Oriente, si basa sul passivo rilassamento che genera immagini e sensazioni che l’adepto non si impegna ad ostacolare e tutto ciò, in ogni caso favorisce un processo creativo. Ma a livello spirituale, come dicevamo, uno yogi occidentale, per quanto avanti nell’esperienza, non otterrà mai di mettersi in comunicazione con un il mondo altro che è quello delle cause. 

In Occidente, le scuole iniziatiche, attraverso la simbologia ermetica, che è il linguaggio più propizio allo sviluppo di una consapevolezza superiore per un occidentale, cercano di insegnare all’adepto di come liberarsi dalle pesantezze del mondo materiale per accedere a quello spirituale. Una liberazione, si badi bene, solo transitoria, perché l’iniziato deve lasciare per un certo periodo che i metalli pesanti che ostacolano la sua ascesa, solo perché dopo averne conosciuto la natura intrinseca possa reintegrarsi con loro.

Per giungere a questo risultato però occorre che attraverso diversi strati di conoscenza e parallelamente attraverso diversi stadi della materia, sappia di che natura sia fatto l’ostacolo, sia esso fisico, psichico, emotivo o corporale.

La meditazione, in ambito esoterico tradizionale, può rivelarsi uno strumento fondamentale per inoltrarsi tra le zone occulte della materia, attraverso l’esplorazione degli stati di coscienza, e da esse trarre i segni necessari da analizzare.

 La meditazione del ricercatore, alchimista, cabalista o mago, deve servire per esplorare contemporaneamente corpo, anima e spirito cercando, attraverso tecniche che lavorano su i tre piani, di individuare poi la strada corretta o metodo per affinare la volontà, la determinazione e gli strumenti che la Tradizione gli mette a disposizione.

E’ utile quindi che la meditazione, sia attiva, cioè riesca a mettere l’operatore in comunicazione con i mondi profondi e di risalire, quasi in una sorta di catarsi,verso i mondi superiori.

Dopo preliminari di rilassamento, in genere è utile creare apposite immagini mentali, o meglio più appropriatamente definite “visualizzazioni” (in quanto devono essere pensieri animati e realistici, possibilmente in proiezione olografica).

Nella meditazione orientale, si stimola acriticamente l’emisfero destro del cervello, quello relegato alla creazione delle emozioni, all’immaginazione, alle pulsioni e alle paure, per indurre immagini casuali legate tra loro solo per affinità emotive. In quella occidentale, si stimola egualmente l’emisfero destro ma sorvegliandolo dal sinistro perché analizzi le immagini e le pulsioni, per assegnare loro l’eventuale grado di pericolosità o l’incidenza ostativa di ciascuna verso un atteggiamento evolutivo, o verso tipi di operazioni “magiche” di crescita spirituale.

La Tradizione ermetica, non solo quella moderna, si è servita della meditazione o di forme controllate di alterazione degli stati di coscienza. I cabalisti, ad esempio, e prima ancora i rabbini di scuola talmudica pregano piegando ritmicamente il busto in avanti, creando quindi una regolamentazione del respiro che comporta, grazie al maggior afflusso di anidride carbonica nel sangue, ad uno stato pre-ipnotico o di semi trance. Per cui la preghiera ritmata genera allucinazioni di tipo onirico da cui l’adepto trae ispirazioni e archetipi per successive meditazioni, fin quando la nebbia del simbolo non si sarà diradata del tutto ed egli sarà giunto all’illuminazione.

Allo stesso modo, l’albero sephirotico è un sublime modello meditativo, perché ogni singola sephira rappresentante un diverso stato di aggregazione di Dio-Materia e viceversa, fornisce allo studioso profondi spunti di riflessione, se non vere e proprie modifiche della consapevolezza individuale.

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