Il Punto tra finito e infinito.

di Stanislao Scognamiglio - Esiste, e ne ho già accennato in altri miei lavori, un punto nell’universo che dovrebbe essere definito il Punto per antonomasia. Diceva infatti Borges, conoscitore, di cabala e di altre tradizioni esoteriche, nel suo racconto "L’ Aleph" << è il luogo dove si trovano, senza confondersi, tutti i luoghi della terra, visti da tutti gli angoli>> e non a caso, questo luogo viene contrassegnato con la prima lettera dell’alfabeto ebraico, aleph. Perché l’a ha come valore cabalistico, 1, cioè l’Unità da cui si dipartono tutte le realtà restanti.

E’ chiaro che questo luogo non sia geografico, seppur situato in una posizione ben precisa, ma fisico, appartenente però alle leggi dell’infinitamente piccolo perché ha a che fare con i campi magnetici, e con uno in particolare, il pensiero umano, alimentato da una corrente simile a quella elettrostatica, e per questo capace di interferire con altri campi elettrici.

Questa minuscola e stretta porzione dell’universo è il posto entro il quale l’adepto riesce ad entrare in contatto con l’Energia dell’universo, o, per chi crede, con la divinità.

Ho preferito il termine adepto, perché il ritrovamento di questo paradosso spazio-temporale, è compito arduo per un iniziato neofita, comporta anni di studio, di lavoro su se stessi e, per riflesso, sulla natura circostante. Si tratta della base cognitiva ed iniziatica per operare definitivamente in modalità "magica" perché connette il mondo "superiore" con quello "inferiore", in modo che nella zona di contatto tra i due, l’artista, l’alchimista o il mago riesca a osservare la realtà trascendente, e, se opera secondo Tradizione, a interferire con essa.

Ci sono delle circostanze, tuttavia, che possono momentaneamente far transitare in questo spazio infinitamente piccolo, anche i profani che, non sapendone leggerne i veri connotati, riportano di esso descrizioni confuse e approssimate. Per esempio, nel coma e in altre esperienze di estrema compromissione delle funzioni cerebrali o semplicemente in condizioni di forti traumi, si innesca un meccanismo involontario che trasporta il soma nel Punto. Leggevo, infatti, di una neuro scienziata americana colpita da un ictus, che ha ricostruito quello che lei definiva un momento di estrema pace e di sensazione di espansione della coscienza. Non si trattava di una semplice sensazione, in effetti, la dottoressa, si era avvicinata al Punto e, anche senza essere iniziata a nessuna scuola esoterica, riusciva a leggere la realtà vista da molte angolazioni che prima non sospettava neppure esistessero.

Conosco la procedura per riconoscere e identificare il Punto, ma trattandosi dello svelarsi di una metafora alchemica che ha a che fare con le forze radicali del soma e che mette in gioco diverse sue funzioni vitali, è mio dovere di studioso di non rivelarla, ma di accennare, anche per permettere alla mente di ognuno di fare le elaborazioni mentali e iniziatiche necessarie per giungere da soli al traguardo. Ma posso invece narrare l’esperienza che mi ha, come a tanti altri, portato ad avvicinarmi ad Esso. Per diversi mortivi, infatti, ho dovuto affrontare un viaggio in condizioni estreme. In un pulmino, assieme ad altre otto persone, costretto, senza avere l’opportunità di distendere le gambe, per circa quarantotto ore. Si immaginerà che, nonostante le diverse soste dell’autista, il fisico viene messo a durissima prova. Il quantitativo di cibo è ovviamente molto minore rispetto a quello abituale, il caldo del mese di agosto, in certe ore, in quello spazio angusto è infernale, per cui è necessario viaggiare col finestrino aperto, ma ovviamente se si è sudati, si va facilmente incontro a malattie da raffreddamento. Si devono poi gestire anche i bisogni fisiologici, perché ovviamente, l’eccessiva perdita di liquidi per il calore, deve essere compensata da abbondanti bevute, che causano come risultato il bisogno di svuotare la vescica. Ma dato che le soste sono razionate, chi è abituato alla meditazione, e alle tecniche di autoipnosi, come il sottoscritto riesce in qualche maniera a regolare le funzioni organiche più o meno assecondando una certa naturalezza.

Quindi alla naturale sonnolenza dovuta alla stanchezza e alla quasi impossibilità d’addormentarsi, si aggiunge quella dello stress del fisico, che, in quelle condizioni reagisce sul metabolismo e sul sistema nervoso. In quel momento, la mente si trova nella condizione ottimale per raggiungere il Punto che congiunge il finito coll’infinito, materia e spirito, ma solo nella condizione, non nel Punto. E’ come se per prepararci ad un incontro di boxe, avessimo indossato i guantoni, il fatto di averli indossati non significa che stiamo già combattendo.

Così in quella situazione metabolica e mentale, accade che la mente incomincia a percepire in maniera alterata, perché in quel momento la coscienza è alterata, trovandosi in un perenne stato di pre-sonno, una fase che assomiglia al dormiveglia, ma che in certi momenti ha la stessa consistenza del sogno. Per cui, immagini percepite e pensieri coabitano in una realtà esterna, cioè io vedo e formo immagini quasi contemporaneamente, e sembra, in certi momenti, che le immagini pensate stiano quasi per apparire, perché pur stando ad occhi aperti, la condizione ipnagogica dell’estremo stress di quel viaggio senza sonno, permetteva ai pensieri di fuoriuscire dalla testa e diventare un tutt’uno con la realtà osservata. Non solo, per alcuni istanti avvertivo quasi la sensazione fisica di una curvatura dello spazio-tempo, che è difficile da spiegare con concetti razionali, ma si può tentare di descriverne gli effetti. Il tempo pare mancare, assentarsi per qualche istante, poi lascia che pensieri e sogni si uniscano in una materia compatta, per poi entro brevi frazioni di secondo, tornare a scorrere. Così pure lo spazio può sembrare più immateriale, gommoso e addirittura gassoso in alcuni interstizi, e quindi si ha la sensazione di poterlo deformare a piacimento.

Tornando quindi alla metafora della boxe, avendo indossato i guantoni si ha la sensazione di essere in grado di combattere, di avere pari possibilità di riuscita ma non ci sapremo vincitori fino a quando non avremo sconfitto l’avversario.

Nel caso del Luogo che unisce Cielo e Terra, l’avversario è quanto di più terribile ed insidioso che il genere umano possa aver mai conosciuto perché il Punto può, per i profani assumere la consistenza di un buco nero, e per gli adepti davvero meritevoli, divenire una supernova. Nel Punto, infatti ci sono tutti i punti dell’universo e lo si può osservare nella sua interezza, fino a giungere alla Legge che Lo comprende.

Per capire, o meglio per oscurare, a seconda da che lato osserviamo il concetto, è utile pensare alla porta alchemica di Piazza Vittorio a Roma. Essa rappresenta la summa della conoscenza esoterica per chi è in grado di leggere nel profondo i suoi sigilli, ma per paradosso, occorre prima oltrepassarla per ottenerne la chiave di lettura. Certo non è facile passare oltre una porta chiusa, eppure, alla base del monumento si legge :<< Si sedes non is>> che come tutti i motti alchemici e come tutta la simbologia esoterica ha il suo corrispettivo nascosto…occulto!



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