Raimondo di Sangro e l’indagine alchemico-cabalistica

ramon di sangrodi Stanislao Scognamiglio - Ci si chiede spesso, soprattutto in relazione a figure come quella del Principe di Sansevero, il motivo per cui uno spirito illuminista possa aver scelto di praticare discipline esoteriche come l’alchimia e la cabala. Direi, che la contraddizione è solo apparente, cioè si manifesta come tale solo ai nostri occhi di osservatori del 21° secolo che discutiamo dell’età della ragione in un ottica che prevede un livello di speculazione filosofica e scientifica contando sugli standard del secolo a cui apparteniamo. Ma se riflettiamo sui parametri di tecnologia e conoscenza scientifica della prima metà del Settecento, ecco che l’indagine esoterica negli ambiti della cabala e dell’alchimia, vanno inquadrati in una ricerca positivista sulla natura delle cose.

Partendo dall’approccio scientifico con cui il Principe affrontava la sua attività d’indagine sulla natura, diamo un’occhiata alle cosiddette Macchine anatomiche.

Le macchine rientrano appunto nell’ambito cominciato nel rinascimento, entro il quale, l’uomo era artefice e, nello stesso tempo oggetto della ricerca metafisica, ma basandosi sullo studio comparato del complesso uomo in rapporto alla natura.

In questo senso l’indagine della natura e delle leggi che la regolano, in Raimondo di Sangro riprende quelle tematiche e quelle argomentazioni proprie del Rinascimento, età in cui Leonardo da Vinci propugnava le stesse istanze attraverso lo studio dell’anatomia.

E questo è il fine ultimo delle macchine anatomiche, il Principe non ha assecondato nessuna trama stregonesca o diabolica metallizzando nessuno, ma con l’aiuto di un medico, di fili di varia natura, una siringa ante litteram e paraffina costruì il sistema vascolare attorno a due scheletri.

La mente del Principe di Sansevero era quella di un genio sopraffino che utilizzava la sua incessante passione per gli studi umanistici e scientifici per armonizzare concetti ed analisi che in qualche maniera già aveva ideati. Ma il sistema di conoscenze del Settecento, dicevamo non aveva a disposizioni studi così evoluti, né esistevano la chimica e la biologia intese come le scienze che conosciamo oggi. Ed ecco che la ragione doveva indagare solo su quello che le conoscenze contemporanee mettevano a disposizione, per questo l’unica scienza che spiegava le trasformazioni o trasmutazioni degli elementi era la chimica che ancora era intrisa di tradizione esoterica, di fatto l’alchimia.

Il Sansevero al pari degli altri illuministi, non poteva accettare il dogma come spiegazione alle leggi fisiche, per cui si rivolse ad una forma di decodifica dell’universo, che possedeva e possiede una novità fondamentale rispetto alla religione, l’estrema libertà d’interpretazione dei fenomeni di trasmutazione che varia appunto da soggetto a soggetto, anche se però nella parte prettamente "chimica" dell’operazione il risultato è oggettivo. In poche parole, l’alchimista, partendo dall’osservazione delle reazioni chimiche, trasporta con una serie di operazioni sulla propria persona, il suo risultato senso metafisico, in maniera tale che l’operazione chimica compiuta sull’oggetto materiale diventi una metafora allegorica riferita alla trasformazione spirituale dell’individuo e viceversa. Diciamo che probabilmente l’interesse del Principe per la Pietra Filosofale nasce assieme alla curiosità per le leggi fisiche che attualmente consentono di trasformare nell’elemento chimico oro, altri elementi chimici di diversa configurazione elettronica.

Riallacciandosi al sistema di pensiero umanistico, egli considerava, al pari di Giordano Bruno e di altri pensatori ermetici, la natura umana in diretto rapporto con quella dell’universo, per cui la sua indagine cercava di far compenetrare le due realtà in un unico elemento.

Tutti abbiamo presente l’esagramma o stella di David.

Essa rappresenta né più né meno che due frecce, una indicante l’alto e l’altra il basso, nel linguaggio alchemico rappresenta la legge di corrispondenza tra microcosmo e macrocosmo, ovvero tra uomo ed universo:"Come è in alto così è in basso". Ma questo sistema in comunicazione rappresenta solo un’apparente dicotomia e gli stessi ermetisti ne erano al corrente. Si tratta in effetti solo di un modello di studio, come può essere una cartina geografica o un planisfero per illustrare la terra, sappiamo infatti che essi costituiscono una rappresentazione del nostro pianeta, come l’esagramma è una rappresentazione del mondo, una delle sue rappresentazioni, in quanto la realtà è solo un insieme di particelle incolori e inodori che esistono solo in quanto si manifestano. E si manifestano solo attraverso i sensi, semplici meccanismi chimico-elettrici determinati da un ammasso gelatinoso che produce semplici reazioni biochimiche. Un ammasso, il cervello, che appartiene sempre ad un essere finito, l’uomo.

Il Principe, come altri alchimisti si chiedeva come avrebbe potuto questo complesso finito interagire con le forze della natura, proprio perché il pensiero ermetico, fiorito appunto nell’età umanistica non poteva concepire un universo estraneo alla misura umana e il tentativo magico di integrarsi nelle leggi naturali risponde all’esigenza di perfezionare il processo creativo, non tanto di una divinità, ma, di una legge superiore, attrattiva più interessante per un illuminista.

Ma per re-integrarsi in quest’equilibrio, l’uomo deve in qualche maniera diventare egli stesso mezzo per unificare microcosmo e macrocosmo, per, come si dice in gergo alchemico, armonizzare gli opposti. E dunque il processo diventa possibile solo rovesciando le cause con gli effetti, rompendo cioè i vincoli che lo tengono insieme, come ci suggerisce proprio Don Raimondo in una famosa statua della Cappella che analizzeremo in seguito. Così la natura umana intesa anche come particella archetipa fa un viaggio a ritroso fino al punto della sua origine non solo ontologica ma atomica, nel senso che deve recuperare la spinta fisica che ha dato inizio alla vita per ricomporsi uomo nuovo, avendo acquisito una consapevolezza diversa di sé.

In quest’ottica, il Principe, quasi a completamento della ricerca individua nella cabala-ne abbiamo testimonianza nella lettera del conte di Gabalì- un nuovo sprone. A completamento, perché se simbolicamente il percorso alchemico è attivo, solare, nel senso che è solo la volontà di che opera a determinare il risultato, quello cabalistico è fatto di purificazioni analoghe alle tradizioni orientali, che racchiudono un procedimento passivo, lunare, dove cioè l’attesa e la sedimentazione di processi mentali genera lentamente l’effetto desiderato. Per la concezione cabalistica, l’atto creativo ha un andamento a spirale che procede, attraverso emanazioni intermedie della divinità, dall’indefinito Ein Soph al finito uomo, ma i sentieri evolutivi della Cabala, consentono anche il percorso a ritroso, e, come nel processo alchemico si cerca di ottenere sia la spiritualizzazione della materia, sia l’esatto opposto, ovvero la materializzazione dello spirito, qui il processo può essere percorso a ritroso, per cui l’uomo subisce un processo di "divinizzazione", ecco quindi l’affinità ideologica col pensiero illuminista. Così l’Innominabile, grazie alla sacra lettera Shin, che indica il fuoco creatore, ma anche trasformatore, si rende uomo, cioè tramite tra la sue Essenza e le leggi che regolano l’universo.

Secondo questo schema argomentativi, il Principe di Sansevero, conoscitore profondo della Cabala, e indagatore assiduo della natura delle cose, uomo che, diversamente dai nobili suoi contemporanei, rifuggiva alla vita mondana, a un certo punto della sua esistenza, in coincidenza con la ristrutturazione della cappella gentilizia di famiglia, decide appunto di trasmettere, simbologie dalla natura esoterica afferente a diverse tradizioni sovrapposte, i segreti iniziatici.

Così, come pure ci riferisce il noto esoterista napoletano Giuseppe del Noce, in una originale concezione della planimetria del tempio desangriano, la Cappella Sansevero diventa un vero e proprio libro sapienziale. Le letture simboliche sono costruite per livelli concentrici e contigui, in maniera tale che i diversi livelli interpretativi però non cadano mai in contraddizione mostrando un significato univoco e complesso allo stesso tempo.

Se osserviamo l’Albero Sephirotico, sopra esposto, ovvero la rappresentazione grafica del cammino cabalistico verso la perfezione, le singole Sephiroth, ovvero le unità-monadi a raffigurazione delle emanazioni divine, singoli mondi ma inglobati l’uno nell’altro, notiamo che la planimetria della Cappella di Sangro, soprattutto nelle posizioni delle statue e delle altre iconografie minori è quasi sovrapponibile al primo. Ogni statua raffigura, secondo il del Noce, trovandomi d’accordo nell’impostazione generale della corrispondenza simbolica tra statua ed emanazione cabalistica, una Sephirah, perché ne richiama ampiamente il concetto. Non solo, ma il complesso statuario della cappella, dal mio punto di vista, descrive nella stessa sequenza l’analoga operazione alchemica. Così, partendo dalla "Deposizione" di Celebrano che rappresenta "Keter", la prima delle emanazioni divine, si giunge all’"Amor divino" di autore anonimo che rappresenta "Malkuth", ovvero l’emanazione divina che rappresenta la completezza del processo creatore rappresentato dall’uomo entro il quale il Cosmo si condensa in microcosmo. E in effetti, a completare il diagramma mistico dell’Albero delle Sephiroth o Albero della Vita, di solito in esso si inscrive l’Adàm Kadmòn, ovvero l’archetipo dell’uomo.

Possiamo ora analizzare il processo creativo illustrato dalle allegorie desangriane in questa maniera, dalla "Deposizione" che rappresenta "Keter", la prima manifestazione divina, cioè la sua regalità(keter infatti significa "corona") si procede verso la statua chiamata del "Disinganno" (figura 4)ovvero l’emanazione "Chokmah", la Saggezza, perché si vede un uomo che si libera da una rete aiutato da un genio alato. Si tratta qui dell’intelligenza, il raziocinio che insegnando a discernere e a liberarsi dai condizionamenti porta ad una nuova consapevolezza di sé.

Arrivando alla "Pudicizia", troviamo l’allegoria di "Binach" ovvero la comprensione. Infatti la statua allude i maniera lampante ad Ishtar-Iside(figura 5) la divinità della verità velata, quella nascosta appunto con la simbologia delle metafore e altri glifi iniziatici.

Giungendo al gruppo scultoreo intitolato alla "Sincerità", lo colleghiamo alla sephirah "Chesed" corrispondente alla "Grazia" che, secondo una traduzione diversa è la "Misericordia" In effetti, la donna raffigurata con la sinistra regge un cuore e con la destra un caduceo, e per quanto l’allegoria faccia riferimento ad un processo alchemico, rappresenta attraverso il linguaggio ermetico la corrispondenza di amore tra creatore e creatura, dove il caduceo, simbolo della natura ermafrodita di questo legame, ne è anche il mezzo di decodifica perché solo unendo i due opposti, principio ricettivo e attivo, la conoscenza si rende completa.

"Soavità del giogo matrimoniale" è "Geburah" la Sephirah che rappresenta la "giustizia" intesa anche come "forza". Qui i cuori infiammati sono due e notiamo un bimbo che regge un pellicano sull’omero sinistro. Anche qui si susseguono immagini alchemiche, ma la matrona romana con l’elmo suggerisce perfettamente il principio di cui abbiamo parlato.

Al centro del tempio c’è il "Cristo Velato"(figura6) ed è chiaramente la rappresentazione di Tiphereth ovvero l’Armonia legata alla solarità del Cristo. Qui il principio alchemico coincide con quello cabalistico in maniera pedissequa perché il Sole, nume tutelare dell’Oro, acquista un significato essenziale nell’Opera alchemica in quanto sotto il suo regime, il Mercurio libera lo Zolfo che è l’effetto della Pietra dei Filosofi. Il principio cristico-Re in questa situazione è ancora la verità velata ma è una conoscenza solare, attiva, secca, in contrapposizione a quella lunare della "Pudicizia" – Iside – "Binach", è cioè un procedimento di trasmutazione più rapido che consente di evitare una lunga catarsi in attesa dell’illuminazione.

"Nezah" ovvero la Vittoria è scolpita in una scultura chiamata "Dominio di se stessi" dove alla base del monumento un leone è soggiogato da un soldato. Il leone, genericamente simbolo solare, qui rappresenta le forze da dominare nella lotta per raggiungere una nuova consapevolezza.

"Hod" , la sephirah dell’Intelletto è ritratta ne "Lo zelo delle religioni" ove un vegliardo coperto da un mantello regge un bastone ed una lampada. Qui è chiara l’allusione alla capacità introspettiva, dove il mantello è, in tutte le tradizioni esoteriche, lo strumento di isolamento per eccellenza, il bastone indica la saldezza degli intendimenti, e la lampada indica l’effetto della capacità razionale del discernimento e dell’intuizione che insieme illuminano il cammino della ricerca. Poi ci sono delle serpi che escono dai libri, che a mio avviso, indicano ancora la sapienza segreta che si legge tra le righe dei testi esoterici, perché spesso la serpe indica il principio primordiale della conoscenza che procede appunto come atto creativo, a spirale, con un atto di elaborazione mentale, che attraverso la riflessione procede attraverso spire concentriche di simbologie ed analogie.

"Yesod" , la sephirah del "Fondamento" si rintraccia nella statua denominata "Il decoro". Formata da un giovanetto rivestito da pelle leonina appoggiato ad una colonna. Dato che il Fondamento rappresenta il mondo lunare, in esso ritroviamo un mondo a metà strada tra la creatura e il creatore, ove, la Luna nume dell’emotività può completarsi con la razionalità, ma per fare ciò bisogna che l’adepto si identifichi nel principio di cui vuole impadronirsi per dare al mondo onirico o semi-onirico della luna, cioè dell’inconscio, gli strumenti per leggere l’azione attraverso le emozioni e le immagini creative.

Alla fine è la volta di "Malkuth", l’emanazione divina che ci appartiene, perché oltre a rappresentarci come frutto ultimo dell’azione creatrice è quella che ci contiene, ovvero la realtà come appare a noi rappresentata dai sensi, l’unica realtà per paradosso, dove è possibile fare esperienza metafisica per riconoscere la legge creatrice. "Malkuth" è identificata con l’ "Amor divino" un giovanetto che nella mano destra tiene un cuore ardente, la rappresentazione della grande opera, che è appunto la umanizzazione della divinità, guardato dal punto di vista umano, la divinizzazione dell’uomo.

Ma come procede questa trasmutazione della sostanza-uomo?Ce lo dice il Principe ancora attraverso la disposizione iconografica.

Partiamo da una mia ipotesi di lavoro, nata dalla attenta osservazione della iconografia della Capella Sansevero, anche solo per dimostrare l’estrema coerenza del messaggio iniziatico tracciato dal di Sangro.

Per questo scopo, abbiamo bisogno delle sole tre statue più famose della cappella, ovvero del "Cristo Velato", la "Pudicizia" e il "Disinganno".

Palesemente, la statua dedicata alla madre del Principe di Sansevero, ovvero la "Pudicizia", è una allusione alla dea Iside. Innanzitutto perché è rappresentata con i veli che molto poco pudicamente la ricoprono, e questo copertura, come abbiamo visto, indica la Conoscenza segreta cui la dea egizio-babilonese è preposta. Secondariamente poi essa solleva i veli nella stessa identica maniera riscontrabile in una statua mesopotamica della dea Ishtar, che solleva i veli per mostrare i genitali. Ishtar, divinità lunare, al pari di Iside è anteriore alla divinità egizia e presumibilmente è stata trasposta in quella mitologia che poi diviene una complessa allegoria sulla rinascita spirituale che contempla lo sposo Osiride.

Infine, il Principe di Sansevero iniziato ai culti massonici di Misraim che si rialllacciano appunto alla tradizione misterica alessandrina, aveva costruito la famosa cavea sotterranea proprio perché a conoscenza di un culto isiaco e di un locale sacro atto a queste cerimonie, in corrispondenza delle fondamenta della cappella.

Se come accertato, la Pudicizia è Iside-(Figura 5) Conoscenza, legata alla Luna, per questo simbolo delle intuizioni di origine emotiva e creativa, visto che abbiamo affermato la complementarità dei principi passivi-lunari, con quelli attivi solari, bisogna cercare il Sole, ovvero la sua raffigurazione allegorica all’interno della Cappella. Se il "Cristo Velato", come giustamente suggerisce lo schema di Giuseppe del Noce, è "Tipheret", ovvero l’emanazione solare della divinità, ecco che l’eguaglianza Cristo-Sole è abbastanza palese. Altri elementi che identificano il "Cristo velato" con il principio solare sono nella simbologia alchemica stessa: lo Zolfo, elemento solare, spesso è indicato come Re, il Re morto poi è una allocuzione che sta ad indicare lo Zolfo allo stato quiescente, quando ancora non può essere utilizzato dall’alchimista perché prigioniero di un altro principio-elemento, il Mercurio. Per liberare lo Zolfo dal Mercurio, ovvero lo Spirito dall’Anima, si parte da una operazione che è definita Conijuctio ovvero matrimonio tra Re e Regina, rispettivamente i principi Iside-Luna, Osiride-Sole.Osservando il volto del Cristo, notiamo che è orientato alla sua destra, mentre quello della Pudicizia è orientato alla sua sinistra, se immaginiamo il Cristo in posizione verticale anzichè orizzontale accanto alla Pudicizia, I due Elementi si guardano reciprocamente e quasi in modo istantaneo si assiste ad una scena nuziale.

Da questa unione Luna e Sole, per compiere la Grande Opera bisogna che la coppia si unisca dando luogo ad un essere Androgino, che in una fase ancora impura di lavorazione non è stabilmente la Pietra Filosofale. Per stabilizzarsi l’Androgino deve subire altri procedimenti e che terminano nella fase in cui l’Androgino diviene compiutamente Ermafrodito, cioè riunisce perfettamente in sé e nella stessa misura le proprietà del Mercurio-Luna e dello Zolfo sole. Ciò avviene nella statua del "Disinganno" dove un genio alato, rappresentazione di Mercurio, aiuta a liberare dai vincoli che lo appesantiscono, un guerriero imbrigliato in una rete, rappresentazione della prigione entro la quale il principio dello Spirito è costretto dalla doppia natura del Mercurio che rappresenta anche le pulsioni più profonde che ostacolano il raggiungimento della Pietra dei Filosofi.

Infine uscendo da questa mia ipotesi, anche se non la volessimo ritenere valida, le tre statue prese in considerazione rappresentano rispettivamente i tre Principi che vengono utilizzati dall’alchimista per procedere alla sua trasmutazione, Sale, Mercurio e Zolfo(figura 7).

Ora Il Cristo Velato ricorda la prima fase della lavorazione dei metalli alchemici, ovvero la Putrefazione che è il procedimento centrale dell’opera al Nero, infatti il Cristo morto e deposto allude alla vicinanza con l’elemento Terra, dalla consunzione del cadavere, si producono gli elementi salini necessari per il passaggio successivo chiamato Opera al bianco. Per questo, il Cristo Velato è allora facilmente riconducibile alll’elemento Sale.

La Pudicizia-Iside è identificata con la Luna, sotto il suo influsso, i sali ottenuti dalla Putrefazione, dell’Opera al Nero o Nigredo, diventano una sostanza pulita e pura già in nuce Pietra filosofale, nella fase definita Opera al bianco o Albedo, ma l’influenza lunare la rende instabile, prova di ciò è il bassorilievo alla base della Pudicizia che rappresenta Cristo risorto vestito da ortolano che dice alla Maddalena "noli me tangere" ossia "non toccarmi". In effetti l’episodio evangelico continua con l’asserzione da parte del Cristo di non essere ancora puro, e che solo l’unione col Padre lo renderà definitivamente immortale. Quindi questa sostanza solo quando si rivestirà di una tintura particolare, colorata di rosso, perché riunita col Principio solare,diventerà Pietra dei Filosofi, nella lavorazione finale chiamata appunto Opera al rosso o Rubedo.

Ciò come già accennato avviene nel "Disinganno" con la liberazione del principio Zolfo e la riprova anche questa volta ci viene dallo scritto " VINCULA TUA/DISRUMPAM /VINCULA/TENEBRARUM/ ET LONGAE NOCTIS/ QUIBUS ES COMPEDITUS/UT NON CUM/HOC MUNDO DAMNERIS cioè DISTRUGGERO’ LE CATENE DELLE TENEBRE E DELLA NOTTE INTERMINABILE NELLA QUALE SEI IMPRIGIONATO .

Così il Principe di Sansevero, per una sorta di completamento iniziatico, cosa rara nel campo, perché di solito, si predilige una delle due vie trasmutative, unisce anche a livello speculativo due indagini apparentemente opposte e realizza anche nella teoria, ciò che probabilmente aveva raggiunto nella pratica, quella nuova consapevolezza di sé che è rappresentata dalla Pietra Filosofale, la sostanza metafisica che integra un mortale nelle leggi dell’universo.

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