Il tempo ciclico della Tradizione

di Filomena Diana - Se applichiamo il termine Tradizione (scritto con l'iniziale maiuscola per sottolineare il suo particolare status linguistico), in senso certamente limitativo, al quel complesso di eventi, storicamente dati o mitologicamente conosciuti, che dall'alba della odierna civiltà si spingono fino a comprendere le civiltà indo-arie, il mondo egizio, greco e romano, allora dobbiamo notare che, alla intrinseca diversità dei rapporti tra gli uomini e tra gli uomini e la natura vi è anche un'intrinseca diversità dei rapporti tra gli uomini ed il tempo, a marcare un ulteriore elemento della "oppositività" tra mondo della Tradizione e mondo moderno.

Quest'oppositività si può descrivere in termini di circolarità contro linearità. Come esempio tipico delle civiltà tradizionali si può fare riferimento certamente a quella indů ed alla concezione del tempo che in essa si racchiude. Figura centrale del pantheon induista è quella di Visnů –il Conservatore- alla quale la tradizione, all'interno della complessa dottrina delle Ere, assegna la funzione di ripristinare l'equilibrio e di permettere l'inizio di una nuova fase. In realtà questa funzione si può comprendere solo collocandola nel contesto generale della dottrina delle Quattro Età, che è conosciuta come è noto anche da altri popoli tradizionali (v. la Grecia classica) ma che è peculiare della tradizione induista. In questo quadro, tracciato in particolare dalle Upanishad, Brahma, attuando il principio assoluto ed unico, Brahman, crea di volta in volta il mondo, durante il corso delle sue ricorrenti vite, che occupano, ciascuna, uno spazio temporale di 100 anni divini (pari a 15.780.000.000.000 di anni umani). Brahma crea il mondo ad ogni alba dei suoi giorni (Kalpa o Eone) e lascia che si dissolva ad ogni crepuscolo (Pralaya). Ogni Kalpa, o Eone, la cui durata è di 4.320.000.000 di anni terrestri, comprende 1000 grandi periodi temporali (Mahayuga), ciascuno dei quali si articola in 4 Età (Yuga), nel corso delle quali, come l'equilibrio in un bue che si regga prima sulle quattro zampe, poi si tre, due ed infine una sola, così la legge cosmica (Dahrma) viene progressivamente meno.

In ciascuna delle età, quindi, l'emanazione brahminica (Visnů) si manifesta per ristabilire l'equilibrio attraverso un Avatara. Nel corso della presente creazione, e all'interno delle diverse età (Krtayuga, Tetrayuga, Dvaparayuga), Kaliyuga), la tradizione indů individua dieci manifestazioni atavariche, sotto sembianze umane o animali (Pesce, Tartaruga, Cinghiale, Uomo-Leone, Nano, Rama Combattente, Rama Eroe, Krisna scomparso nel 3.102 a.C., Budda ed infine Kalkin –il Cavallo alato- che chiuderà l'attuale Kaliyuga).

Compiuta l'opera di Kalkin e dopo il crepuscolo, sorgerà il nuovo giorno di Brahma e la nuova creazione. Viene così tracciato nella cosmogonia induista un divenire perenne in cui a ciascuno vengono offerte infinite possibilità di purificazione del suo comportamento per renderlo sempre piů coerente con il Dahrma e, con ciò di interrompere il Samsara (il ciclo delle rinascite) secondo una temporalità circolare perfetta che di evoluzione in evoluzione percorre tutte le possibilità della vita creata. Parallelamente, il tempo della Grecia classica si snoda lungo un'analoga teoria cosmogonica che vede l'avvicendarsi di Età come nella esiodea dottrina delle Cinque Stirpi o delle Cinque Età che, anche qui, procedono da un'iniziale fase di splendore e di pienezza (Età dell'Oro) per svolgersi nelle successive Età dell'Argento, del Bronzo, degli Eroi e del Ferro, e rimandano ad una ciclicità che trova nella figura geometrica del cerchio platonico l'immagine piů evidente.

Anche in questa cosmogonia si assiste ad una progressiva retrocessione della pienezza della divinità, fino a giungere al periodo di massima oscurità (Ferro), che corrisponde al Kali-Yuga della tradizione indů. Anche qui il ciclo si inserisce in una dimensione complessiva che assicura l'eternità della manifestazione: il Chaos, matrice unica di tutte le cose. Eternità nella ciclicità che dalla primaria mitologia orfica, con la corrispondente teoria della liberazione mediante la metempsicosi, controparte occidentale del ciclo delle rinascite induista, attraversa tutto il pensiero greco classico, raccogliendo testimonianze importanti come quelle, per citarne solo alcune, di Talete, Pitagora, Eraclito, Platone. Analogamente, nella temporalità protoromana si riscontrano i punti di ritorno nell'andare del tempo, che ne caratterizzano la circolarità. Come è noto, Giano, la leggendaria divinità primordiale dell'antico Lazio, posto in corrispondenza Sole, che determina il periodo del giorno e dell'anno e quindi con il Tempo, si assumeva nella terra di Saturno (Chrono) come la divinità di ogni inizio e di ogni fine ed è in suo onore che Numa propiziava le celebrazioni cicliche degli antichi Collegia nel solstizio d'estate e in quello d'inverno. Infatti, la raffigurazione ricorrente di Giano è quella del Bifronte, con i due visi rivolti al passato ed al futuro, preposto a salvaguardia delle porte del cielo (Janua) del passaggio, della ciclicità, appunto. Ciclicità, che tanto nella civiltà indiana quanto nella occidentale greco-romana veniva cadenzata dal Rito che, nelle sue forme agresti o cruente, mantenendo viva la connessione dell'umano con il divino, propiziava i momenti salienti, ne celebrava la sacralità e avvolgeva la vita dell'individuo, e quindi la sua storia, in un respiro cosmico eterno.

Altra fu la invece concezione del tempo, quindi dell'uomo e della storia, che via via si sostituì, in occidente, a quella greco-romana mediante l'avvento della cultura ebraico-cristiana e mussulmana. Presso i Popoli del Libro la ciclicità del tempo si ruppe e il concetto stesso di eternità venne trasformandosi in una dimensione non piů a-temporale, ma inserita in un flusso che, da un iniziale atto creativo corre inesorabilmente verso la sua fine. Al tempo ciclico si sostituì il tempo lineare, nel quale la divinità continua certo ad essere presente, ma al di fuori del tempo, che le rimane estraneo, in una dimensione perfettamente trascendente. La vita stessa che fino ad allora era intimamente connessa, nella sua quotidianità, al sacro, del quale era il respiro (v. Upanishad), con la nascita della freccia del tempo comincerà a perdere progressivamente la sacralità originaria e si troverà a dover essere periodicamente ri-sacralizzata, attraverso una rituaria che non celebrerà piů i momenti, le scansioni del dio-natura di cui l'umanità era parte costitutiva ma cercheranno sempre piů alleanze con la divinità, scudi e protezioni nei confronti di una natura sempre piů distante dall'uomo e dalla divinità.

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