Riflessioni sull’Opera al Nero


di Stanislao Scognamiglio - Prima di parlare specificamente della fase alchemica detta Opera al nero, credo che debba fare delle brevissime considerazioni, o se si preferisce, credo di dovere, soprattutto a coloro che si avvicinano per la prima volta all’alchimia, dare dei consigli preliminari.

Noi occidentali siamo portati a trattare come speculazioni filosofiche ogni argomento che non appartenga a ragionamenti scientifici propriamente detti. Per cui pensiamo di dover configurare la tradizione esoterica nella stessa maniera e spesso la riduciamo in una complessa ma inutile  elucubrazione fine a se stessa. La Tradizione iniziatica invece è tale perché si tramanda un’iniziazione e quindi la possibilità  di accedere a nuova conoscenza che serva da strumento per accrescere la nostra capacità di interagire con il cosmo e la legge che lo regola. Questo è uno dei compiti dell’alchimia, trasformare un individuo in un’altra entità in cui i rapporti chimici e fisici si mutano secondo la volontà dell’alchimista.

Si sa che il fine ultimo di questa antichissima scienza è la trasformazione dei metalli vili in oro. Nella storia, alchimisti non iniziati, tali perché studiosi di alchimia in quanto scienza progenitrice della chimica hanno probabilmente ottenuto tale mutazione, ma lo studioso dell’arte reale non è interessato a questo procedimento, o meglio, non solo a questo. Egli diventa l’oggetto del suo studio e concentrerà la sua attenzione su un vero e proprio cambiamento di stato che deve ottenere dal suo microcosmo, inteso come insieme delle monadi corpo, anima e spirito. Su queste relazioni si basa la pratica alchemica.

L’alchimia è una tecnica di raffinazione della materia e come tale consta di regole, principi specifici e si mostra all’adepto attraverso i simboli. E proprio i simboli possono creare l’equivoco di intendere l’alchimia una sorta di filosofia. Certo essa basa le sue leggi sui principi di una dottrina, la filosofia ermetica, ma non è una dottrina, né un dogma. I recenti studi in campo psicanalitico hanno assimilato le allusioni metaforiche e le allegorie alchemiche alle dinamiche dell’inconscio. Ma il linguaggio alchemico allude a ben altro, si tratta di un lavoro sulle radici fondanti la persona, preso nel suo insieme antropologico, fisico, chimico, spirituale. E’ un lavoro che agisce su tutto l’organismo, su tutte le sue connessioni  e sulla sua struttura fondamentale.

La tradizione ci dice che la GrandeOpera è composta da tre fasi corrispondenti alla colorazione che assume la materia durante tutto lo svolgimento delle operazioni. Abbiamo quindi la Nigredo o Opera al nero, Albedo o Opera al bianco e la Rubedo, Opera al rosso durante la quale si ottiene la tintura, elisir di lungavita, polvere di proiezione, pietra filosofale.

L’Opera nero è forse il fulcro della trasmutazione. Da qui si parte per cambiare la materia da nera a rossa, in grado cioè di trasformare i metalli pesanti in oro.

La fase del nero è dominata dall’influsso di Saturno patrono della tristezza e malinconia che assalgono l’operatore durante questo lungo periodo, durante il quale cerca di ottenere quello che i martinisti descrivono come “purificazione della luna”. La materia deve cioè essere condotta a putrefazione o putrefactio  per permettere all’artista di rinascere a una nuova modalitàdi vita.

L’uso del verbo rinascere non ci deve ingannare, perché non si deve confondere col desiderio devozionale di abbandonare la vita peccaminosa, intesa come abbandono della materia, perché vista come impedimento all’elevazione spirituale in ogni tradizione religiosa. La materia è parte integrante dell’opera e deve essere adoperata nella stessa misura in cui si utilizza lo spirito. Anzi perfino dalle fecce, materiale di scarto, l’alchimista imparerà ad ottenere risultati preziosi.

Il corpo dunque deve putrefare perché dalla scissione o separazione di elementi complessi, la terra si alimenti di diversi Sali  elementari. Uno di questi in particolare, dà alla materia la caratteristica colorazione nera che rende la terra fertile.

Durante l’opera al nero, l’adepto entra in contatto con le resistenze più tenaci alla sua evoluzione e raffinazione. Si manifestano con le armi che Saturno mette loro a disposizione, perché il metallo da cui bisogna estrarre lo Zolfo che si trasformerà in puro fuoco è per natura volubile e capriccioso e se aggredito può diventare velenoso. Stiamo parlando del Mercurio, il principio che si deve trasformare da volatile in fisso. La volatilità del Mercurio è causata dall’elemento che più di tutti è influenzato dalla Luna, l’Acqua. La Luna, dea della femminilitа rende il Mercurio acqueo, per renderlo stabile, bisogna ricondurlo alla volontа dell’operatore. Ma durante la nigredo, il Mercurio usa tutta la sua forza primordiale per sopraffare l’alchimista.

Le uniche difesa dell’artista sono la volontà, la determinazione e il discernimento razionale. Deve saper interpretare i segni del profondo e individuare i punti deboli delle angosce determinate da Saturno. Il dio padrone del tempo s’impossessa del corpo e dell’anima dell’alchimista se questi non adopera la volontа e la ragione come unici criteri di scelta. Se si facesse sopraffare dagli intenti luttuosi di Saturno, per lui sarebbe finita, perché sarebbe inondato dal nitro, il primo dei derivati della putrefazione, sale velenoso e tossico, che renderebbe vane tutte le operazioni.

La natura del Mercurio volatile è talmente subdola che può indurre lo stato involuto dell’alchimista a desiderare di restare in quella condizione, perché il metallo crede di perdere il dominio sul corpo dell’individuo e l’individuo stesso, nel momento in cui tenta la prima delle trasmutazioni, quella che colora la materia di nero, crede davvero di essere vicino alla morte e di conseguenza si trova in uno stato di depressione melanconica nella quale rischia di rimanervi invischiato per sempre.  La natura del mercurio infatti agirà sui suoi dolori più profondi, li esalterà, e per una sorta di contrappasso, l’alchimista che sta cercando di separare le due nature, si sentirà diviso, separato tra ragione e superstizione, bene e male, la sua stabilità psichica sarà sempre al limite della patologia, i dispiaceri più profondi affioreranno in superficie. Ma l’operatore deve essere saldo negli intendimenti, fornirsi di una volontа simile al filo di una spada che riesce a tagliare il guscio di un uovo e tenere presente sempre l’obiettivo vero, la liberazione dello zolfo che ha dentro.Se persiste anche attraverso lo studio, la consultazione dei testi tradizionali, leggendo e rileggendo, meditando e imponendo la volontà sugli impulsi, in maniera da dirigerli e non sopraffarli, scoverà il metodo per proseguire e superare la fase nera. Qui Saturno può diventare alleato dell’alchimista e tagliare le ali ai calzari di Mercurio…

Ad un certo punto, terminata la putrefazione, scaturirà un sale biancastro dal nero, una sostanza ustionante che, aggredendo il Sole lo divorerà facendone scaturire la tintura rossa, la pietra filosofale. Il colore della sostanza, il bianco, da il nome, appunto, alla fase, successiva, l’albedo.

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