I Tarocchi come via iniziatica (II parte)

di Danilo Formaggia

 

IL MATTO ovvero il non numerato



il matto“La follia è una disposizione che impedisce di afferrare la verità.” Platone, Definizioni

Seguendo quanto dice Paul Marteau nel suo libro I Tarocchi di Marsiglia, questa Lama non è contraddistinta da alcun numero, perché rappresenterebbe l’indefinito universale in movimento, che simboleggia un passaggio evolutivo. Per questo il Matto è da considerarsi contenuto in ogni Arcano, nel senso che ogni Lama si lega alla successiva fino a chiudere il cerchio.

Analizziamo la carta: essa rappresenta un uomo in abiti da buffone che cammina appoggiandosi ad un bastone e portando una bisaccia sospesa ad un altro bastone che tiene sulla spalla destra. Nel cammino viene attaccato da dietro da un cane che sta per strappargli i pantaloni. Egli cammina da sinistra verso destra. Regge il bastone con la mano destra e tiene con la sinistra sulla spalla destra il bastone dal quale pende la bisaccia. Ha la testa rivolta di tre quarti a destra. È quindi il Matto che tende a destra, è il Matto del bene perché non si difende dal cane che potrebbe facilmente allontanare. Già definendolo il Matto del bene evochiamo una figura letteraria ben precisa: Don Chisciotte della Mancia, quel cavaliere errante che ha fatto ridere tutti al suo passaggio tant’è che in vita veniva chiamato “El Loco” (il Matto) e dopo la morte “El Bueno” (il Buono). In realtà come Don Chisciotte, il Matto rappresenta un archetipo che vive di molte vite nei secoli incarnandosi di volta in volta nei vari Orfeo, Amleto, Faust tutti personaggi che aleggiano nell’immaginazione degli uomini. Orfeo è presente sempre e ovunque l’amore per un’anima strappata dalla morte non si rassegna e aspira a ritrovarla e a reincontrarla oltre la soglia della morte. Amleto è l’archetipo della prova a cui è sottoposta l’anima attanagliata dal dubbio; il dubbio è più di uno stato psicologico di indecisione perché ha come unica via d’uscita un atto di fede pura. Il dottor Faust è la sintesi delle follie e delle saggezze dei vari archetipi, egli è il tentato e il provato in eterno. L’arcano “Il Matto” però reca nel suo errare un messaggio ben preciso ovvero insegna il passaggio dall’intellettualità fine a se stessa, all’intellettualità mossa dal desiderio vero di conoscenza e soprattutto per i piani superiori dell’essere. La coscienza personale diventa coscienza cosmica dove l’io vibra armonicamente con tutto l’universo. Questo Arcano rappresenta in un certo senso l’atto di sacrificare l’intelletto alla spiritualità, in modo tale che esso cresca e si sviluppi nel silenzio iniziatico, invece di indebolirsi e atrofizzarsi. Il Matto diviene così l’intermediario dei due mondi il profano da un lato e l’iniziatico dall’altro; è l’arcano della trasformazione della follia in saggezza.

Non è quindi difficile veder rappresentato in questo Arcano il profano cioè colui che non è iniziato e vaga senza meta voltandosi e ri-voltandosi tra le vicissitudini della vita. Il non iniziato è un individuo che vive come un folle attaccato dalle false lusinghe interiori ed esteriori. È in cerca della luce della verità, quella luce di verità che l’Arcano n° 9 L’Eremita, cerca scientemente essendo iniziato ed in possesso di quegli strumenti che ha trovato sul tavolo del Bagatto o Mago ovvero l’Arcano numero 1.

1 - Il BAGATTO


il bagattoQuesto Arcano può essere considerato la chiave di tutti gli altri Arcani nel senso che con esso inizia il percorso della vera iniziazione. Il primo Arcano rappresenta il rapporto tra lo sforzo personale dell’uomo e la realtà spirituale che possiede ovvero esso svela il metodo pratico per disporsi allo studio delle Lame successive, rivelando quanto occorre sapere e fare per entrare nella scuola di questi “esercizi spirituali”.

Per comprendere questo Arcano è necessario fare riferimento ad uno dei principi fondamentali dell’esoterismo; secondo questo principio occorre la concentrazione senza sforzo per trasformare il lavoro in gioco così che “tutti i gioghi a cui siamo sottomessi divengano dolci e i fardelli che portiamo siano leggeri”. La concentrazione senza sforzo può avvenire solo in presenza di calma e silenzio sia dell’immaginazione che dell’intelletto. Come ben si apprende durante i lavori del primo gradino della libera muratoria, il tacere precede il sapere, il potere e l’osare. Per questo motivo nella scuola pitagorica si prescriveva il silenzio di cinque anni ai principianti; non si osava parlare sino a quando non si sapeva e si poteva solo dopo essere entrati in possesso dell’arte del tacere e quindi dell’arte della concentrazione. Occorre a questo punto fare una breve distinzione tra concentrazione disinteressata e concentrazione interessata: la prima è dovuta dalla volontà, liberata dalle passioni, dalle ossessioni, e dagli attaccamenti servili, mentre l’altra è il risultato di una passione, di una passione o di un attaccamento dominanti. Le forti passioni realizzano dunque anch’esse un alto grado di concentrazione. È dunque inutile sforzarsi nella concentrazione se la volontà è ossessionata da qualcos’altro, perché se la volontà stessa non infonde il suo silenzio le “oscillazioni della sostanza mentale” non potranno essere ridotte al silenzio. Invece la concentrazione senza sforzo è la trasposizione del centro direttivo dal cervello al sistema ritmico, dal dominio mentale e dell’immaginazione a quello della moralità e della volontà. Il grande cappello a forma di lemniscata portato dal Bagatto suggerisce proprio l’attitudine alla perfetta tranquillità, perché questo otto orizzontale non indica solo l’infinito e la sapienza (virtù attribuita a Mercurio) ma anche il ritmo della respirazione e della circolazione; è il simbolo del ritmo eterno o dell’eternità del ritmo. La concentrazione ottenuta in questo stato di “senza sforzo” il raccoglimento diventa così naturale come la respirazione o il battito cardiaco. È il silenzio profondo dei desideri, delle preoccupazioni, dell’immaginazione, della memoria e del pensare discorsivo, che una volta automatizzato è sempre presente nella vita dell’anima e prosegue anche quando si è attivi, si lavora o conversa.  Ed è in questa dimensione che si realizza la trasformazione del lavoro in gioco e l’alleggerimento dei fardelli! Lo scopo che si vuole ottenere è la comprensione dell’unità universale che sta alla base di tutto ciò che è conoscibile, nel senso che la parentela di tutte le cose e di tutti gli esseri è la condizione “sine qua non” della loro possibilità di essere conosciuti. Questa teoria , conosciuta come METODO ANALOGICO, è stata messa in luce in modo esemplare da Papus nel suo Trattato elementare di Scienza Occulta dove l’analogia è il metodo principale con il quale far avanzare la conoscenza; alla base delle diversità dei fenomeni si trova la loro unità, in modo che essi sono contemporaneamente diversi e uno, non sono né identici né eterogenei, ma analoghi in quanto manifestano la loro parentela intrinseca. Lo steso principio è enunciato nel secondo verso della Tavola Smeraldina di Ermete Trismegisto: “Ciò che sta in basso è come ciò che sta in alto e ciò che sta in alto è come ciò che sta in basso per compiere il miracolo dell’unità”. Altre testimonianze simili a quella della Tavola Smeraldina possono essere travate nello Zohar dove si legge che: “Ciò che sta in alto è come ciò che sta in basso: come i giorni in alto sono riempiti dalla benedizione dell’Uomo (celeste), così i giorni qui in basso sono riempiti dalla benedizione grazie all’intermediazione dell’Uomo (del Giusto)”. (Zohar, “Waera” , 25a)  e nel Vishvasara Tantra che enuncia la formula: “Ciò che è qui è là. Ciò che non è qui non è da alcun altra parte”.  Alla luce di quanto detto possiamo affermare che il Bagatto è il prototipo dell’Uomo-Spirito ovvero l’uomo in quanto tale che ha davanti a sé tutte le possibilità così come viene suggerito in questa Lama dove c’è la figura dell’uomo davanti al baco di lavoro. Il simbolismo contenuto in questa carta è in relazione a quello contenuto anche nella Genesi; pone l’uomo nel mondo perché possa esserne il dominatore e possa servirsene come materia sulla quale lavorare per trasformarsi, trasformare e partecipare così alla creazione. Questo potere è rappresentato dal bastone che porta in mano, simbolo della volontà e del comando. Il Bagatto come iniziato studia ed utilizza questo mondo, essendo nel mondo e non del mondo. Il dominio dell’anima trattiene l’uomo in un mondo inferiore e lo lega alla Lama numero 10 la ruota del destino attraverso una serie di eventi e situazioni che ritornano, senza una personale autonomia..solo l’esperienza e la comprensione possono sciogliere questi nodi.  Le lame che seguono indicano le tappe che fanno dell’uomo una vera entità libera , avente in se la capacità di giudicare autonomamente e di liberarsi dai condizionamenti dell’anonimato collettivo. Se diamo uno sguardo al tavolo da lavoro troviamo la coppa che è la ricerca della verità con i rischi che comporta la più esigente delle passioni; la passione è l’energia che mette in movimento ogni azione, ma che dovrà essere disciplinata dalla luce della ragione.. il bastone e la coppa indicano l’unione dei due principi (maschile e femminile) perché non c’è vita nella sua pienezza dove non siano intimamente associati l’intelletto e l’affettività. Troviamo poi i denari o pentacoli che servono ad emanciparlo dai condizionamenti dell’anima e del mondo inferiore e la spada , arma magica, che rappresenta lo spirito penetrante della materia per modificarla e darle forma.

2 – La PAPESSA


la papesssaQuesto Arcano necessita di un’argomentazione strutturata su due piani l’uno storico e l’altro simbolico, in quanto presenta delle tracce storico-templari che non possono essere liquidate con facilità.

Storicamente

La Papessa è stata la carta più immediatamente offensiva per la Chiesa poiché raffigurava la grande Sacerdotessa o Papessa, un pontefice al femminile. È cosa nota , per quanto singolare , che nella prima Chiesa Cristiana si fosse diffusa la convinzione che il primo Papa non fosse stato San Pietro, ma Maria Maddalena la quale avrebbe ricevuto la propria autorità spirituale da Gesù in persona. Nel Vangelo di Filippo la santa è descritta come la più amata da Gesù fra i suoi seguaci:

“la consorte di [ Cristo è Maria] Maddalena. [Il Signore amava Maria] più di tutti i discepoli e la baciava spesso sulla [bocca]. Gli altri discepoli allora dissero :”Perché ami lei più di tutti noi?” Il Salvatore rispose e disse loro: “Perché non amo voi tutti come lei?”.

Si legge nel vangelo detto “di Maria” che il privilegio delle apparizioni e del discernimento fosse accordato più a Maria Maddalena che a Pietro. Un altro testo il Dialogo del Redentore, la descrive come l’apostolo eccellente, superiore a tutti gli altri… ”una donna che sapeva tutto”. La Chiesa Cattolica respinse tutti i Vangeli contenenti allusioni all’eguaglianza della donna con l’accusa di gnosticismo. Ma proprio da queste versioni emerse con chiarezza la lotta per il potere che oppose Pietro a Maria Maddalena. In un testo noto come Pistis Sophia, Pietro si lamenta del fatto che Maria monopolizzi la conversazione con Gesù senza tenere conto del diritto di precedenza spettante all’apostolo e agli altri discepoli uomini. La preghiera che egli rivolge al Cristo, perché la donna sia zittita, viene respinta. Più tardi Maria Maddalena confida a Gesù la propria reticenza nei confronti di Pietro, perché “Pietro mi rende titubante; ho paura di lui, perché odia il genere femminile”. Il Signore replica che chiunque , uomo o donna, sia investito dello Spirito è destinato da Dio a parlare. Non è difficile comprendere allora perché mille anni dopo l’enunciazione ufficiale del Credo Romano Cattolico Apostolico da parte del Concilio di Nicea, l’ultimo desiderio della Chiesa fosse la circolazione di notizie che potessero insidiare la sua pretesa all’autorevolissima successione apostolica attraverso Pietro. La Chiesa Cattolica Apostolica Romana si fondava sul dominio dell’uomo sulla donna. Sapevano che gli insegnamenti del cristianesimo delle origini erano ispirati ad una concezione della donna ben diversa. La Chiesa Celtica, che aveva le sue radici nel Cristianesimo Alessandrino ed era diffusa in Irlanda, Scozia, Galles, e Inghilterra settentrionale, credeva che la donna avesse lo stesso diritto al sacerdozio che aveva l’uomo e questa idea si conservò fino a che, nel 625 d.c., venne assorbita dalla Chiesa Cattolica. Stando alle cronache, i primi padri della Chiesa riconoscevano l’autorità di Maria Maddalena, ma gli storici ecclesiastici di epoca successiva avevano finito per mettere l’accento sulla sua reputazione di prostituta. Non è un mistero che l’assoluzione usata dai Templari fosse palesemente eterodossa. Un Maestro templare, Radulphus de Gisisco, dichiarò che l’assoluzione veniva inconsuetamente impartita in francese e non in latino:

“prego Dio perché mi assolva dai miei peccati, così come Egli ha assolto santa Maria Maddalena…”

A quanto pare Maria Maddalena, la meretrice divenuta somma sacerdotessa, era una figura fondamentale per i Templari. Interessante notare è che il giovane Bernardo di Chiaravalle affascinato dalla storia di questo primo pontefice, istituì il culto della Vergine Nera, secondo il quale Maria Maddalena avrebbe avuto la carnagione scura e sarebbe stata la sposa di Gesù. Il culto istituito da Bernardo contribuì alla diffusione , nel XII secolo, di un nuovo modo di considerare le donne, proprio quando esse divennero persone degne di rispetto e le regole dell’amor cortese furono stabilite per la prima volta. Vorrei ricordare una vicenda che sconcertò la Chiesa due secoli dopo Bernardo; secondo la “leggenda” si diffuse la voce dell’esistenza di un pontefice donna: Giovanna. Questa signora, di origine inglese,  innamoratasi di un benedettino fuggì con lui ad Atene travestita da uomo. Alla morte dell’amato, fingendosi sempre uomo, si sarebbe fatta sacerdote e risalì le gerarchie dei gradi fino a divenire Papa con il nome di Giovanni VIII. La Papessa sarebbe morta di parto durante una processione papale, nell’oggettivo imbarazzo di tutti. Benché non ci siano prove sulla veridicità della vicenda, essa godette del pieno credito della Chiesa e dell’opinione pubblica. Infatti il busto della donna recante la didascalia “ Johannes VIII, femina ex Anglia” ( Giovanni VIII, donna inglese), è ancora oggi visibile in mezzo ad altri busti papali nella cattedrale di Siena. La vicenda procurò sicuramente molti fastidi al papato, che prese provvedimenti perché il fatto non si ripetesse. Tutti i cardinali candidati al seggio pontificio erano obbligati a sedere nudi accanto alla propria tunica, su un sedile fatto apposta, rialzato e aperto come una tazza del gabinetto, in modo che “i compagni” potessero ispezionare i genitali da sotto e pronunciare , al termine della visita, i seguente verdetto formale: “ Testiculos habet, et bene pendentes” ( ha i testicoli e sono ben attaccati). Interessante notare che la carta della Papessa veniva talvolta chiamata Giovanna; il suo impiego prima della diffusione delle dicerie credo sia indicativo del fatto che i Templari avessero rinvenuto documenti antichi che riconoscevano in Maria Maddalena il primo autentico Papa della cristianità. In alcune versioni del mazzo la sacerdotessa è seduta tra due colonne , con un manoscritto stretto in mano: le due colonne di colore differente e su cui a volte troviamo l’inscrizione B e J mettono in relazione la sacerdotessa con le due colonne Boaz e Jachin situate all’entrata del tempio di Gerusalemme, ora poste a ornamento di tutti gli edifici massonici.

Simbolicamente

L’Arcano numero 2 è la Scienza Occulta. Nel campo spirituale l’Uno è il principio maschile che è in segreto, il Due è principio femminile, che è lo sdoppiamento del Uno. Le due colonne Jakin e Boaz che sono quelle che sostengono il tempio, esprimono anche il dualismo dei sessi: Jakin, la colonna destra  l’uomo, il principio maschile; Boaz, la colonna sinistra rappresenta la donna, il principio femminile, così come il pavimento a scacchi bianco e nero del Tempio massonico vede l’alternarsi del bianco, l’uomo, e del nero,la donna. Occorre però relazionare questa Lama a quella precedente essendoci un legame intrinseco evolutivo tra le Lame stesse. Se infatti consideriamo il Bagatto come l’arcano della genialità dell’intelletto e del cuore, della vera spontaneità, la Papessa può essere considerata la riflessione avvenuta nell’ambito del primo Arcano, come potrebbe dimostrare il libro che tiene sulle ginocchia.  Il procedimento di conoscenza praticato nel silenzio produce un atto puro di intelligenza che per essere accettato necessità di riflessione che a sua volta genera una rappresentazione interiore; fissata nella memoria, la riflessione sarà sorgente del comunicabile attraverso la parola che nel caso della Papessa giunge ad essere scritta! Ed è così che “La Saggezza ha costruito il suo tempio..” (Proverbi 9:1). Il soffio dello Spirito o atto puro d’intelligenza, non basta da solo perché noi ne prendiamo coscienza, dal momento che la co-scienza è risultante di DUE principi : attivo agente e passivo riflettente. Volendo citare Plotino: “Ma se lo specchio è assente o se non è perfetto, l’immagine non si produce, anche se l’azione esiste: così quando l’anima è nella quiete, essa riflette le immagini del pensiero e dell’intelletto; ma quando è agitata dal turbamento prodotto nell’armonia del corpo, il pensiero e l’intelletto pensano senza immagine e l’atto d’intelligenza ha luogo senza riflettersi”. Questo è il significato del due, ermeticamente parlando ovvero è il numero della reintegrazione della coscienza; esso è anche il numero dell’amore o meglio la condizione fondamentale dell’amore poiché l’amore è inconcepibile senza l’Amante e l’Amato, senza ME e TE, senza l’Uno e l’Altro. La Papessa proprio per il suo carattere “riflessivo” porta in se il significato di Gnosi che è riflessione di ciò che è in alto. L’ultima tappa della Gnosi è il mondo dei fatti dove essa stessa diventa fatto, cioè diventa libro; la prima tappa della scienza è il mondo dei fatti che essa legge, per giungere alle leggi ed ai principi. La Papessa è seduta perché sa mentre il Bagatto è in piedi perché osa!

3 – L’IMPERATRICE


imperatriceVolendo definire l’Imperatrice possiamo cogliere il fatto che sia l’Arcano della Magia sacra, nel senso che è la messa in opera del dominio del sottile sullo spesso, della forza sulla materia. L’Arcano numero 3 è la luce divina, la luce in se stessa, sintesi dell’intelligenza che rappresenta sul piano animico il pensiero logico elaborato e cosciente, sul piano mentale l’evoluzione che ci proietta in un nuovo ciclo affrancandoci dalla materia. Si può dire in altri termini che il pensiero feconda la materia.

Lo Zohar, il più antico libro ebraico e fondamento della Cabala e dell’Antico Testamento, insiste sui 3 elementi-principi che compongono il mondo e cioè:

Schin - significa “fuoco”  

Men - significa “acqua”

Aleph - significa “aria”.

Troviamo l’applicazione del Ternario nel senso che chiunque voglia portare alla luce dal profondo di se stessi l’anima, deve lavorare con lo zolfo (fuoco), con il mercurio (acqua) e con il sale (terra filosofica e cristallizzazione avvenuta tra fuoco e mercurio). Il Ternario, raffigurato con il triangolo perfetto, contenendo il concetto di parola, pienezza, fecondità, diventa la natura che porta alla generazione dei tre mondi: spirituale, animico, fisico, ovvero Forza positiva, Forza negativa, Forza neutra.

Se “spalmiamo” questi tre piani sugli Arcani possiamo dire che l’Arcano 1 dei Tarocchi, la forza positiva è l’uomo; l’Arcano 2, la forza negativa è la donna e l’Arcano numero 3 rappresenta l’unione di 1 e 2.

Analizzando la Lama possiamo notare alcuni elementi: la corona, lo scettro, lo scudo, il trono.  La corona indica una autorizzazione superiore ad agire nella fecondazione, ovvero la consapevolezza che si può penetrare nella materia. Lo scettro rappresenta il potere della fecondazione e se analizziamo la sua struttura potremo individuare più parti divisibili. Infatti si distinguono una croce, un globo e l’asta. Il globo è a sua volta diviso in due da una cintura così che abbiamo due coppe l’una con la croce rivolta verso il basso e l’altra con l’asta rivolta verso l’alto. Queste due parti sono l’una espressione di tutto ciò che non è umano e che potremmo chiamare divino o superiore l’altra è l’espressione della volontà umana. Lo scudo con l’aquila , che sostituisce il libro della Papessa, è lo scopo di questa fecondazione. L’aquila suggerisce il motto “Dare la libertà a chiunque è schiavo” in questo senso è una liberazione per l’ascesa. Come dire non si abbia paura del diavolo, ma piuttosto delle tendenze perverse presenti in noi stessi, poiché queste tendenze possono privarci della nostra libertà ed asservirci, anche perché un diavolo non è ateo, non dubita di Dio. La fede che gli manca è nell’uomo e l’atto della fecondazione o della magia sacra è quello di ristabilire la fiducia nell’uomo. Così come le prove di Giobbe che avevano lo scopo di dissipare i dubbi del diavolo, fecero si che il nemico di Giobbe divenisse suo servitore consenziente..un amico! Anziché aspirare a dominare le forze della natura con la distruzione della materia, questo arcano suggerisce di  partecipare coscientemente alle forze costruttive del mondo, sulla base di una alleanza e di una cordiale comunicazione con esse.  Lo scopo è quello di renderci conformi al principio creativo della natura e di ricevere da essa un’armonica coesistenza. L’Arcano numero 3 ci invita a “smeccanizzare”  tutto ciò che è diventato unicamente tecnico, intellettuale, estetico e morale nel mondo visibile qui nella carta rappresentato dal trono che diventa il simbolo del luogo di manifestazione.

4 – L’IMPERATORE


imperatore“Essere qualcosa, sapere qualcosa e potere qualcosa è ciò che dota una persona di autorità!” (Anonimo)

“La libertà è l’esistenza spirituale degli esseri!” (Anonimo)

Osserviamo: L’Imperatore regna solo con lo scettro, indicando un’autorità che sottosta alla legge perché non avendo armi in mano egli rinuncia alla forza e alla violenza. La sua mano destra regge lo scettro proteso in avanti sul quale sembra fissare lo sguardo, mentre la mano sinistra tiene stretta la sua cintura. Non sta né in piedi né seduto, è semplicemente appoggiato ad un piccolo trono e posa un solo piede a terra; le sue gambe sono incrociate. Lo scudo con l’aquila è posata a terra di lato. Porta infine una corona massiccia e pesante. L’imperatore ha rinunciato a camminare (infatti è appoggiato e le sue gambe sono incrociate) ma ha anche rinunciato al riposo perché non è seduto. Egli si trova vicino al trono e al blasone e come una sentinella non ha libertà di movimento ed è costretta al suo posto. L’Imperatore ha rinunciato ad ogni azione avendo consacrato allo scettro la mano destra protesa in avanti, mentre con la sinistra tiene stretta la cintura quasi fosse posta per tenere a freno alla sua natura impulsiva; ha rinunciato al movimento sia per mezzo delle gambe che delle braccia. Anche la corona che indossa, se da un lato indica un’investitura o una carica importante, dall’altro può indicare la rinuncia alla libertà del movimento intellettuale attraverso una limitazione del pensiero, dell’immaginazione libera ed arbitraria della personalità; così il pensiero falso o senza pertinenza ne rimane inchiodato e ridotto alla impotenza. Lo scudo con l’aquila rimane a terra di lato, come appartenesse più al trono che all’imperatore e questo fa pensare che egli abbia rinunciato ad un suo scopo personale a favore del trono. La cintura tenuta stretta, le gambe incrociate ed il trono sembrano voler indicare che il potere dell’Imperatore avviene attraverso la contrazione delle sue forze personali, attraverso l’immobilità volontaria rimanendo al suo posto. L’imperatore è altresì solo, senza corte né seguito perché il suo trono si trova all’aria aperta in un campo incolto e sopra di lui si stende il cielo: ecco cosa è l’Imperatore, solo in presenza del cielo. Si può dire che egli sia un iniziato “doc” nel senso che si trova in uno stato di coscienza dove l’eternità e l’istante sono uno, ovvero si percepisce ciò che sta in alto contemporaneamente a ciò che sta in basso. Arrivati a questo punto l’io cosciente arresta la sua attività creatrice e contempla tutto ciò che precede, facendolo passare in rassegna, in vista di riassumerlo.

L’Imperatore rappresenta anche l’esistenza fisica di tutto ciò che è animato dall’Imperatrice e si afferma nella durata. Egli è il simbolo dell’equilibrio e vi è rapporto con l’appeso anche qui la gamba è incrociata. Con l’Arcano 4 dei Tarocchi l’Essere mette sulle sue spalle la croce dell’iniziazione. Se eseguiamo la somma cabalistica dell’Arcano 4 (1+2+3+4 = 10), troviamo che 10 = 1+0 = 1, la Monade. Questo rimando al numero 1 ci fa pensare che l’iniziato , dopo aver analizzato i suoi strumenti e dato fuoco alla sua creatività (Arcano 2 e 3), è pronto per comprendere e percepire i 4 elementi naturali (aria,acqua,fuoco,terra) che la mistica ebraica ha riassunto nel Tetragrammaton. In questo nome esoterico , in rapporto con le lettere ebraiche del Nome di Yaweh, ritorna anche la coesione dei princîpi maschile e femminile; le lettere dell’alfabeto ebraico che compongono il Nome sono:

Iod: Principio maschile eterno  - uomo

He:  Principio femminile eterno  - donna

Vaw:  Principio maschile fallico: il lingam  - fuoco

He:  Principio femminile: lo yoni, l’utero  - acqua

Il Tetragrammaton con le sue 4 lettere simboleggia anche i 4 punti cardinali della terra, Nord, Sud, Oriente e Occidente; le quattro età: quella dell’oro, dell’argento, del rame e del ferro; le 4 stagioni dell’anno; le 4 fasi della luna; le 4 strade: scienza, filosofia, arte e religione. Alla complessità di tale nome l’alchimia esoterica affianca un altro acrostico formato di quattro lettere: INRI, In Necis Renascor Integer (nella morte rinascere intatti e puri) per indicare che nel crogiolo dell’alchimia mistica muore l’ego e dalle sue ceneri rinasce l’anima rinnovata come l’Araba Fenice.

Le implicazioni simboliche del numero 4 fanno si che i 4 elementi naturali contengano i 4 elementi dell’Alchimia: Acqua  = mercurio; Fuoco = zolfo; Terra  = sale; Aria  = argento vivo. A tal proposito gli antichi alchimisti dicevano che lo zolfo deve fecondare il mercurio della filosofia segreta affinché il sale si possa rigenerare, ossia che il fuoco deve fecondare l’acqua affinché l’uomo si rigeneri e si auto-realizzi. Alzando un altro velo del numero 4 troviamo i quattro animali sacri dell’alchimia che sono contenuti in arcani successivi ovvero il 10 (la Ruota della Fortuna) ed il 21 (il Mondo- la realizzazione):

Uomo = acqua = il volto d’uomo = intelligenza

Leone = fuoco = gli artigli anteriori di leone = la forza

Toro = terra = le zampe posteriori = tenacia

Aquila = aria = le ali della sfinge = spirito

 

5 – Il PAPA

il papaIl Papa ci mette davanti all’atto di una benedizione, che da atto tipicamente sacerdotale ha influenza sia su chi benedice che su chi viene benedetto, per questo uno dei fedeli ha la mano rivolta verso l’alto e uno rivolta verso il basso. Le due colonne dietro il Papa fanno pensare ad una doppia corrente  - ascendente e discendente – di preghiere e benedizioni. Allo stesso tempo il Papa tiene sollevata la triplice croce dalla parte della colonna delle preghiere e del fedele che prega, mentre la sua mano destra , dal lato della colonna delle benedizioni e del fedele che riceve la benedizione, fa il gesto della benedizione. Per chiarire queste due colonne ricorriamo alla Quabbalah secondo la quale il lato destro è quella della misericordia e quello sinistro del rigore, così come le due colonne del Tempio di Salomone, Jachin e Boaz,  corrispondevano alle due colonne della preghiera e della benedizione, perché è il Rigore che stimola la preghiera ed è la Misericordia che benedice. Un altro parallelismo lo possiamo fare con la circolazione sanguigna perché mentre Boaz sale come il sangue venoso, così Jachin scende come il sangue arterioso ossigenato. Allo stesso modo del sangue Boaz - sangue azzurro libera l’organismo dal rigore dell’acido carbonico e Jachin- sangue rosso porta la benedizione vivificante dell’ossigeno. Proprio come l’Imperatore, guardiano del trono, rappresenta l’umano nei confronti del cielo, cioè l’immagine e la somiglianza divine nell’uomo, così il Papa, guardiano della porta con le colonne, rappresenta il Divino trascendente nei confronti dell’umanità. L’Arcano 5 dei Tarocchi è il pentagramma, la Stella Fiammeggiante. Il pentagramma rappresenta il microcosmo uomo. Come diceva Eliphas Levi : “il pentagramma, che nelle scuole gnostiche si chiama la stella fiammeggiante, è il segno dell’onnipotenza e dell’autocrazia intellettuale..[]..il quinario è il numero religioso perché è il numero di Dio unito a quello della donna”. Da un punto di vista esoterico meditando su questo “numero” ci accorgiamo di quanta lotta ci sia fra intelletto/spirito e materia in generale: quando la materia vince sullo spirito, la stella a 5 punte (l’uomo) cade nell’Abisso a testa in giù e piedi all’insù; l’essere umano si trasforma così in un’entità delle tenebre, questa è la stella capovolta, il caprone di Mendes.  Oswald Wirth a tal proposito dice: “ la magia volgare si illude sulla potenza di questo segno, che non conferisce di per sé alcun potere. La volontà individuale è potente solo nella misura in cui concorda con un potere più generale..non cerchiamo di sviluppare la volontà artificialmente e di trasformarci in atleti volitivi..” ; una intellettualità perversa farà certamente un peggiore uso del pentagramma dritto di quanto una volontà sana mossa da buona intenzione farà del pentagramma rovesciato. Non dobbiamo avere paura del pentagramma rovesciato né contare troppo su quello dritto. Analizzando ulteriormente il numero 5: è il numero del rigore e della Legge, è il numero di Marte e della guerra. L’Arcano 5 dei Tarocchi ci indica l’insegnamento, il karma. Sta a simboleggiare il quinto ciclo, la quinta razza, il quinto sole, i cinque tattva, le cinque dita, i cinque vangeli, i cinque sensi, le cinque cellette del cervello e dell’ovaio, i cinque aspetti della natura. Il Sepher Yetzirah, l’antichissimo libro sacro dei rabbini, descrive in forma meravigliosa, attraverso i 32 sentieri della sapienza, tutti gli splendori del mondo e lo straordinario gioco delle sephiroth in Dio e nell’uomo. Nel mistero dei sessi si nasconde tutta la scienza delle sephiroth e nella scienza dei numeri vi è la chiave segreta del Sepher Yetzirah dato che i 32 sentieri, vanno letti cabalisticamente: 32 è 3+2 = 5, ovvero la stella a 5 punte, la pentalfa, cioè l’uomo. Questo significa che i sentieri si trovano nell’uomo; tutto è dentro se stessi. Come è accaduto per la Papessa vorrei citare le implicazioni storiche che hanno visto in questa carta un potenziale nemico dello Stato Vaticano.   Se osserviamo l’immagine, il Papa mostra una figura regale assisa tra due colonne che non sostengono alcuna struttura. Barbara Walker , seria e stimata studiosa di Tarocchi,  ha trovato un attributo alternativo a questa carta: gran maestro.  Questo fatto è assi interessante e fa pensare che per un certo periodo storico abbia rappresentato non il Papa di Roma, ma il Gran Maestro templare. Se si considera che tutt’oggi il Gran Maestro di alcune obbedienze massoniche siede su di trono tra due colonne non sovrastate da alcuna membratura , questa ipotesi è ancora più plausibile. Si dice che i due pilastri massonici siano una copia di quelli eretti nel portico del santuario interno del tempio di Gerusalemme, l’edificio che per altro ospitò i Templari. Il Papa è anche detto Ierofante ovvero colui che mostra le cose sacre proprio come il maestro templare che era investito del compito di iniziare i nuovi affiliati. Queste osservazioni possono rendere chiaro il motivo per cui assieme alla Papessa, questa Lama è stata oggetto delle ire vaticane al punto tale che fu tolta dal mazzo, per poi ricomparire nel 1500.

Una curiosità sul copricapo usato nelle gerarchie della Chiesa. Occorre fare un salto nella storia di Gerusalemme allorquando Giacomo, il fratello di Gesù, era diventato sommo sacerdote della chiesa di Gerusalemme dopo la crocefissione. La sua posizione è riconosciuta dai teologi cristiani  che si riferiscono a lui come il primo vescovo di Gerusalemme. È risaputo che questo indossava una mitra episcopale , un copricapo derivato dalla corona di Amon-Ri’e , dio creatore di Tebe, la città da cui l’ebraismo antico derivò le sue principali dottrine religiose. La prova della provenienza delle insegne  dei Vescovi cristiani da Tebe attraverso Gerusalemme è offerta dal geroglifico egizio del dio Amon-Ri’e.

6 – GLI AMANTI

Lo tira a sé, lo stringe; con fare sfrontato gli dice:  Avevo da far dei sacrifici; proprio oggi ho adempito i miei voti; per questo ti sono uscita incontro, per cercarti e ti ho trovato” (Proverbi 7:13-15)

Io, Sapienza, ho con me la prudenza, e possiedo scienza e riflessione..Io amo coloro che mi amano; e chi mi cerca mi troverà.” (Proverbi 8:12,17)

Mettimi come sigillo sul mio cuore, come sigillo sul tuo braccio: insaziabile come morte è amore..le sue vampe sono vampe di fuoco, le sue fiamme, fiamme del Signore!” (Cantico dei Cantici 8:6)

Nel sesto Arcano una donna dai capelli neri e dal vestito rosso, con aria sfrontata, prende per la spalla il giovinetto, mentre un’altra, dai capelli biondi e dal mantello azzurro, fa appello al suo cuore con un casto gesto della mano sinistra. Allo stesso tempo, in alto, un arciere fanciullo alato, che si taglia su un globo bianco emerge da fiamme rosse, gialle e azzurre, è pronto a scoccare una freccia diretta all’altra spalla del giovane. Contemplando la sesta carta pare di sentire una voce che dice “ti ho trovato” e un’altra “chi mi cerca mi trova” … sembra ritrovare quanto detto da re Salomone..

La scelta davanti alla quale si trova il giovane è di portata maggiore di quella tra vizio e virtù. Si tratta qui della scelta tra la via dell’ascesa spirituale da un lato e la via del potere, ricchezza,lussuria, ecc dall’altro. Si trova in esso la dottrina pratica dell’esagramma o senario. Solo amando con la totalità del proprio essere si può percepire l’unità che diventa così vissuta, nel senso che partendo dal presupposto di binomio uomo-donna esso è composto da due entità a loro volta composte di spirito,anima,corpo. Così abbiamo un 2 che è unità composto da 2 tre che sono a loro volta unità. Data questa formula che possiamo chiamare dell’amore, non è difficile vedere come unica via quella di estendere l’amore verso noi stessi agli altri addivenendo così alla formula io, vivente - tu, vivente. Così l’amore una volta nato con sostanza e intensità tende a diffondersi, ramificandosi e diversificandosi secondo le forme delle relazioni umane nelle quali si inserisce. Attraverso l’iniziazione, come forma di esperienza volta alla conoscenza di se stessi trovando nel nostro profondo “l’immagine o somiglianza di Dio”, si deve passare poi ad una esperienza definibile pitagorica ovvero, basandosi su di una specie di udito spirituale, si percepisce l’universo assimilandolo come fosse una musica. Ed è attraverso l’estasi  - o fuoriuscita da se stessi -  che quelli che sono definiti strati macrocosmici ( sfere o cieli) si rivelano alla coscienza. La “musica delle sfere” di Pitagora fu questa esperienza, ed essa fu la fonte della dottrina pitagorica sulla struttura musicale e matematica del macrocosmo. Poiché i suoni, i numeri e le forme geometriche erano le tre tappe della visualizzazione intellettuale dell’esperienza ineffabile della “musica delle sfere”. Questo tipo di metodo nell’iniziazione ci consente di tenere a bada quello che si è manifestato come superomismo ossessione di tutti coloro che cercano di elevarsi senza sapere cosa veramente voglia dire elevarsi. La scelta che viene operata si dirige verso un individuo che non è simile a Dio ma è Dio e come tale si sente causa originante di tutto.

L’amoroso è l’unione di intelletto e affettività, solo in questa unione un essere può comprendere il mondo cosmico nel quale si è tuffato tramite la potenza degli affetti. Senza queste forze non cercherebbe di conoscerlo e di assorbirlo in se stesso. Se scomponiamo il 6 troviamo due volte tre rappresentabili con due triangoli che si incrociano uno con la punta in alto e l’altro con la punta rivolta verso il basso. Questi due triangoli (che formano la stella a 6 punte simbolo di Re Salomone) indicano l’unione di maschile e femminile, la dualità cosmica degli elementi. Questa dualità si esprime anche come vita intellettuale rappresentata dall’aria e vita spirituale rappresentata dall’acqua; a loro volta sono le due vie che deve percorrere l’uomo  alla ricerca del sapere. Attraverso la scelta compiuta tra l’amore dei sensi e la coscienza (ricchezza interiore o debolezza) viene espresso anche il libero arbitrio. L’innamorato dei Tarocchi è L’essere umano che si trova fra il vizio e la virtù, la vergine e la meretrice e deve scegliere fra questo e quel cammino per la sua realizzazione.

7 – IL CARRO



L’arcano il Carro presenta a mio avviso un doppio aspetto. Esso rappresenta, da un lato, colui il quale avendo trionfato sulle tentazioni è rimasto fedele ai voti espressi all’atto dell’iniziazione; da un altro lato, rappresenta il pericolo di un’altra tentazione cioè quella che è definibile come tentazione spirituale del vincitore operata dalla sua stessa vittoria. È la tentazione dell’agire “nel proprio nome” come maestro e non come servitore. Non è il desiderio che permette la realizzazione vera, bensì la rinuncia ad un desiderio fortemente provato. La rinuncia deve essere sincera perché possa mettere in moto le forze di realizzazione “dall’alto” e non potrà esserlo quando le manca l’aria, il fuoco, l’acqua e la terra. Il trionfatore dell’Arcano il Carro è il trionfatore delle prove e se è maestro lo è di se stesso. Egli è solo, in piedi sul carro; nessuno è presente per rendergli omaggio o ad applaudirlo; non ha armi – in quanto lo scettro che ha in mano non è un’arma. Se è maestro, la sua maestria è stata acquisita nella solitudine e grazie solamente alle prove e non a qualcuno o a qualcosa di esterno a lui stesso. La vittoria conseguita è la sola gloria reale perché non dipende da favori o giudizi umani; è gloria intrinseca, ma proprio per questo è il più grave pericolo spirituale dal momento che può trasformarsi in una sorta di megalomania mistica in cui si divinizza il centro regolatore del proprio essere, il proprio ego, dove si vede il divino in sé e dove si diventa ciechi per il divino al disopra di sé e al di fuori di sé.  Jung aveva definito uno di questi pericoli come “inflazione” ovvero lo stato di coscienza dell’io gonfiato a dismisura e che è conosciuto dalla psichiatria come “megalomania”. Il fenomeno inizia con l’alta opinione di se stessi non pienamente giustificata o il desiderio eccessivo di fare di testa propria , fattori che diventano pericolosi quando si manifestano come negativismo dispregiativo verso tutti gli altri. Solo una ri-centratura della personalità può riportare all’armonia; la nascita cioè di un nuovo centro della personalità che partecipa alla natura sia dell’inconscio che della coscienza dell’io – una delle tappe dell’iniziazione. Deve avvenire una collaborazione tra inconscio e coscienza, ma questo è attuabile solo attraverso l’applicazione e l’assimilazione dei simboli, campo questo dove è possibile trovare dei simboli forze, quelli che Jung chiamava “archetipi”, che danno la forza per iniziare questo procedimento. L’inflazione di cui si parlava prima colpisce soprattutto coloro che cercano l’esperienza del profondo, l’esperienza di ciò che è occulto, che vive e opera dietro la facciata dei fenomeni della coscienza ordinaria cioè maghi, esoteristi ed occultisti, gnostici e mistici. Colui che aspira ad un piano più alto di quello dell’ambiente terrestre, rischia di divenire altezzoso; colui che cerca la larghezza al di là dei limiti della cerchia normale dei suoi doveri e piaceri terrestri, rischia di considerare se stesso sempre più importante; colui che cerca nella profondità sottostante la facciata dei fenomeni della vita terrestre, corre il rischio maggiore: quello dell’inflazione di cui parla Jung. Questo è il modo in cui Mefistofele dà una lezione a tutti coloro che vogliono essere superuomini mettendo a nudo la puerilità della loro pretesa, perché ciò che Mefistofele fa è mostrare il ridicolo e l’assurdo delle aspirazioni e delle pretese dette “superumane” di Faust. “Di tutti gli Spiriti che negano, la canaglia è l’ultima delle mie preoccupazioni”, dice Dio di Mefistofele nel Faust di Goethe. Quindi il trionfatore del Carro può indicare o un malato sofferente di megalomania o un uomo che è già passato attraverso la catharsis o purificazione, la prima delle tappe della via iniziatica. Ed è così che è maestro di se stesso avendo compreso ed assimilato i quattro elementi il che significa essere creativo nel pensiero, chiaro, fluido e preciso; questo descrive un uomo d’iniziativa, sereno, mobile e saldo in pieno accordo con le quattro virtù cardinali di Platone ovvero saggezza, coraggio, temperanza e giustizia. Questo a sua volta è la proiezione delle quattro lettere che compongono il Sacro Tetragramma. Continuando nell’osservazione della carta volgiamo lo sguardo alle quattro colonne che sostengono il baldacchino sul carro trainato da due cavalli; queste colonne sono dunque i quattro elementi presi nel senso verticale, cioè presi nel loro senso analogico attraverso i tre mondi quello spirituale, quello psichico e quello fisico. Il baldacchino ha la funzione di proteggere colui che sta sotto di esso. È un baldacchino che protegge un uomo che porta una corona reale che può esprimere due cose differenti: l’uomo coronato è un megalo-maniaco nello stato di splendido isolamento  e separato dal Cielo dal baldacchino, oppure l’uomo coronato è iniziato al mistero della salute spirituale e non si identifica col Cielo essendo cosciente della differenza che passa tra lui e ciò che sta sopra di lui. Il baldacchino funge da pelle spirituale non permettendo all’uomo di identificarsi ontologicamente con Dio. Il trionfatore del settimo Arcano porta una corazza per indicare che non perde se stesso nella natura da cui si ripara; egli non è seduto, si regge in piedi assorto nella sua meditazione e tiene uno scettro in mano che gli serve da briglia per i cavalli. È in viaggio stando in piedi sul suo carro trainato dai due cavalli che simboleggiano, accollandosi lo sforzo di trainare, le due colonne Jachin e Boaz  divenute forze motrici obbedienti al suo scettro. Esse lo servono di buon grado poiché egli è il loro vero maestro. Egli ha fiducia in loro e loro in lui. Il trionfatore di questo Arcano è anche il maestro delle sette forze che lo influenza ovvero delle forze nefaste della Luna, Mercurio,Marte, Venere, Giove, Saturno e perfino del Sole al disopra del quale egli sa che esiste il Sole dei Soli; è quindi maestro anche del “corpo astrale” – teoria spressa anche da Guenon nel suo lavoro: La Grande Triade.   Il carro rappresenta così il compimento del processo fecondante dello spirito nella materia. È l’uomo che ha saputo trionfare sugli eventi, fatto che comporta il dominio delle proprie energie. È l’azione del ternario spirituale che domina e dirige la materia rappresentato dal 3 + 4 ovvero il triangolo perfetto sommato ai quattro elementi. Possiamo trovare una raffigurazione grafica nel triangolo che contiene il Tetragrammaton visibile nella simbologia massonica. Questo Arcano rappresenta La Vittoria. Analizzando l’essenza numerologica mistica del numero sette troviamo una serie di indicazioni utili per capire quanto sia importante questo Arcano. Infatti questo rappresenta le sette note della lira di Orfeo, le 7 note musicali, le 7 arti liberali fondamentali nel percorso massonico, i 7 colori del prisma solare, i 7 pianeti (Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove , Saturno sia con influsso positivo che negativo), i 7 vizi che dobbiamo trasmutare nelle 7 virtù, i 7 genii siderali, le 7 chakra, i 7 gradi di potere del fuoco, ecc. Non si può fare a meno di notare che nel gabinetto di riflessione troviamo una parola composta da 7 lettere per noi liberi muratori assai importante per i lavori che dobbiamo svolgere: VITRIOL.. Questo termine che si trova nei trattati di Alchimia e negli antichi testi della Cabala, è l’acrostico derivato dalla frase: “Visita Interiora Terræ Rectificando Invenies Occultum Lapidem” (visita l’interno della terra e rettificando troverai la pietra occulta). E proprio visitando l’interno della nostra terra troviamo i sette vizi che dobbiamo trasmutare in virtù:

L’orgoglio (influenza solare) in fede ed umiltà

L’avarizia (di influenza lunare) in altruismo

La lussuria (di influenza venusiana) in castità

La collera (di influenza marziana) in amore

La pigrizia (di influenza mercuriana) in diligenza

La gola (di influenza saturniana) in temperanza

L’invidia (di influenza gioviana) in allegria per il bene altrui

L’Arcano 7 come abbiamo detto è  “il Trionfo” che si raggiunge attraverso grandi lotte ed amarezze, attraverso quel procedimento che secondo l’alchimia portava alla trasmutazione dei sette metalli inferiori in oro puro.

8 – LA GIUSTIZIA

Chi custodisce i custodi? (Problema fondamentale della giurisprudenza)

L’insegnamento dell’ottavo Arcano verte su come mantenere questo equilibrio dopo averlo raggiunto ovvero ci mostra il meccanismo dell’equilibrio microcosmico e macrocosmico. La carta presenta una donna seduta su un seggio tra due colonne,vestita con una tunica rossa coperta da un mantello azzurro. Tiene in mano una spada e una bilancia gialle. La sua testa porta una tiara composta da tre parti sovrapposte e sormontate da una corona. L’insieme della carta può evocare l’idea della Legge interposta tra la libera azione della libertà individuale e l’essenza stessa dell’Essere. L’uomo può agire con il suo libero arbitrio – la Legge reagisce alla sua azione con effetti visibili ed invisibili. Essa è seduta fra le due colonne e porta una corona che indica che la sua missione e la sua dignità provengono dall’alto. La bilancia e la spada indicano ciò che custodisce (l’equilibrio) e come lo custodisce (la sanzione dell’equilibrio); essa dice “ sono l’ordine, la salute, l’armonia, la giustizia”. È la bilancia che indica l’equilibrio ed è la spada che indica il potere di ristabilirlo ogni volta che la volontà individuale pecca contro la volontà universale. Si può quindi dire che l’esercizio della giustizia umana consiste nello sforzo delle tre facoltà cognitive dell’essere umano: la facoltà di formulare ipotesi sulla base di dati forniti dai sensi (doxa), la facoltà di argomentazione logica o pesatura intellettuale pro e contro queste ipotesi (dianoia) e la facoltà dell’intuizione (episteme). Ora ogni struttura della giustizia umana non è che un’immagine  o analogia della struttura della giustizia cosmica. Ricorriamo all’ausilio della Quabbalah e dell’Albero Sefirotico: la colonna di destra è chiamata della Grazia o Misericordia, mentre quella sinistra prende il nome di colonna del Rigore, che sono poi la difesa e l’accusa; queste colonne, con la colonna centrale che indica l’equità, formano il sistema della bilancia perché si basano sul principio dell’equilibrio mobile, con la tendenza a ristabilire questo equilibrio nel caso in cui si produca un’asimmetria. L’opera della bilancia “destra-sinistra” è la legge della giustizia che mantiene l’equilibrio tra la libertà individuale degli esseri e l’ordine universale.  Qual è l’ottava forza che mantiene in equilibrio le sette forze del corpo astrale? Perché è questa ottava forza che opera nel pensare e nel giudicare con la bilancia della Giustizia nel foro interiore della nostra coscienza. Essa è l’ottavo pianeta o fattore sconosciuto da cui tanto dipende l’interpretazione di un oroscopo astrologico tradizionale con i sette pianeti e l’interpretazione della formula caratteriologica tradizionale della composizione e delle proporzioni dell’organismo psichico o carattere. È il fattore del libero arbitrio che sottostà alla regola dell’astrologia tradizionale: “Astra inclinant, non necessitant” (le stelle inclinano, non costringono). La stessa regola vale per l’astrologia “microcosmica” o caratteriologica. Non è il carattere la fonte del giudizio o della scelta cosciente, bensì questa forza in noi che soppesa e giudica usando la bilancia della Giustizia. La Libertà è ciò che si sperimenta quando si giudica, non con il proprio temperamento (corpo eterico) o con il proprio carattere (corpo astrale), ma con la bilancia della Giustizia – o con la propria coscienza. La parola coscienza (con scienza) contiene l’idea della bilancia , perché implica il “sapere simultaneo” , cioè la conoscenza dei fattori dei due piatti sospesi alle estremità del giogo della bilancia.  La giustizia, la pratica della bilancia, non è che l’inizio di un lungo cammino di sviluppo della coscienza e dunque della crescita della libertà. La giustizia rappresenta una riserva di energia che deve essere ripartita con equilibrio e saggezza. La bilancia raffigurata suggerisce l’idea di precisione , la ricerca di un punto d’arresto nell’equilibrio e il tempo diviene maestro per rimettere ogni cosa al suo posto. In esso vi è l’esaltazione del rigore avuto nel praticare la simbologia dell’arcano precedente; si rivela l’attitudine alla matematica, geometria, architettura, logica, retorica, astronomia, musica. Sul piano fisico è la giustizia umana che dà , toglie, premia o castiga. Ne consegue che le nostre azioni interagiscono sia sul piano fisico ( giustizia dell’uomo ) che sul piano divino ( giustizia infallibile – detta anche Karmica)  fuori dal tempo. L’Arcano della Giustizia ( che simboleggia anche l’equità) porta in sé il valore del numero 8 conosciuto anche in relazione a  Giobbe (che ha come numero identificativo l’8) in riferimento a prove e dolori affrontate con pazienza ed è anche il numero dell’Infinito, a rivelare che infinite possono essere le prove che si devono superare.

9 – L’EREMITA

Quanto stretta è la porta e angusta  la via che conduce alla vita! E pochi sono quelli chela trovano!” (Mt 7:14)

L’Eremita è la figura dell’itinerante solitario vestito di rosso sotto un mantello azzurro, che con la mano destra regge una lanterna gialla e rossa,e si appoggia ad un bastone. Eliphas  Levi ha colto bene il significato storico universale dell’Eremita e per questo ha enunciato la formula ammirevole: “L’iniziato è colui che possiede la lampada di Trismegisto, il mantello di Apollonio ed il bastone dei patriarchi”. Egli possiede il dono di far sorgere la luce dalle tenebre – questa è al sua lampada; ha la facoltà di isolarsi dalle correnti di umore, pregiudizi e desideri collettivi della razza, della nazione, della classe e della famiglia; ha la facoltà di ridurre al silenzio la cacofonia della collettività vociferante che gli sta attorno per potere ascoltare e sentire l’armonia gerarchica delle sfere – questo è il suo mantello; egli possiede allo stesso tempo un senso del realismo talmente sviluppato che non è su due piedi che egli penetra nel campo della realtà, bensì su tre. Avanza solo dopo aver toccato il suolo attraverso l’esperienza immediata e di prima mano del contatto senza intermediari – questo è il suo bastone. Egli crea luce , silenzio, certezza – conformemente al criterio della triplice concordanza di ciò che è chiaro, di ciò che è in armonia con l’insieme delle verità rivelate e di ciò che è l’oggetto dell’esperienza immediata, criterio espresso nella Tavola Smeraldina: Verum,sine mendacio (la chiarezza = la lampada), certum (concordanza tra ciò che è chiaro e l’insieme delle altre verità = lampada e mantello) et verissimum (concordanza tra ciò che è chiaro e l’esperienza autentica ed immediata).

Con questo enunciato si intraprende la parte dell’esercizio, cioè lo sforzo di attingere luce dall’oscurità, lo sforzo per conoscere ciò che sembra essere non solo sconosciuto, ma anche inconoscibile. Bisogna creare luce dall’oscurità. L’esperienza ci insegna che nell’ambito della conoscenza ci sono due tipi di tenebre. Una è quella dell’ignoranza, della passività e della pigrizia, che è l’oscurità infra-luce. L’altra è, in contrasto l’oscurità della conoscenza superiore, dell’attività intensa e dello sforzo ancora da compiere – essa è ultra luce. Ed è in quest’ultima che bisogna ricercare la sintesi, quel binario intermedio tra i poli come ad esempio: Sole + Luna -  = Mercurio N o Luce + Tenebra- Penombra N.

L’Eremita Ermetico regge la sua lampada che rappresenta il punto luminoso della sintesi trascendente, è avvolto nel mantello e si appoggia al bastone per procedere a tentoni nel campo dell’oscurità. È dunque un platonico peripatetico che si serve dello scetticismo (il bastone) quando avanza. Ecco perché la tradizionale interpretazione del nono Arcano è la Prudenza.  Il mantello è la presenza dell’intera verità ed è essa che avvolge e ispira ogni lavoro intellettuale fatto dall’io cosciente sui problemi particolari con la sua lampada e con il suo bastone. È essa che gli dà direzione, stile e vigila affinché la soluzione di ogni particolare problema sia in armonia con essa. L’Eremita procede di opinione in opinione, di credenza in credenza, di esperienza in esperienza e traccia con il cammino percorso la via della pace tra le opinioni, le credenze e le esperienze, sempre munito del suo mantello, della sua lampada e del suo bastone. Egli è portatore di pace, quella pace che è l’unità nella diversità. Non c’è pace dove non c’è diversità e non c’è pace dove c’è solo diversità. Ora l’insegnamento del nono Arcano è che bisogna riuscire a subordinare il movimento che scorre spontaneo dal pensiero e l’iniziativa intellettuale che comanda il cuore del pensiero, cioè ciò che a volte chiamiamo intuizione intellettuale e che è il sentimento della verità. Bisogna anche subordinare l’immaginazione spontanea e l’immaginazione attiva rivolta verso il cuore, cioè a quel profondo sentimento di calore morale, che viene  a volte chiamato intuizione morale e che è il sentimento della bellezza. Occorre infine subordinare gli impulsi spontanei e i disegni ordinati della volontà al profondo sentimento che li accompagna, talvolta chiamata intuizione pratica e che è il sentimento del bene.

L’Eremita è la cellula primordiale dove la vita inizia la sua evoluzione graduale nelle forme. Il numero 9 esprime un movimento regolare perché è l’immagine del ternario in azione ( 3x 3= 9) che racchiude in se la chiave della conoscenza ermetica e della trasmutazione o ascensione nell’ordine spirituale che comporta un coordinamento perfetto in tutti i suoi elementi. Il saggio porta il mantello che lo isola dal mondo (egli è in concentrazione); si appoggia alla propria forza (il bastone) e illumina la via con la propria luce ( la lanterna). È l’uomo alla ricerca della verità. Affrontando questo arcano ci imbattiamo in quella che è definita in certe dottrine orientali come la Nona Sfera. Questa Nona Sfera rappresenta il punto più basso in cui l’Iniziato deve scendere per poi risalire e guadagnare gli influssi benefici dei nove pianeti sotto la cui orbita camminiamo nel Tempio. Questi nove pianeti (Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove, Saturno, Urano, Nettuno)hanno una porzione di cielo il cui insieme viene denominato in occultismo “i nove cieli”. Nella Nona Sfera si trova quella che gli alchimisti raffiguravano con la fucina incendiata di Vulcano. Qui scende Marte per ritemprare la sua spada fiammeggiante e conquistare il cuore di Venere (l’Iniziazione Venusta); Ercole vi scende per pulire le “stalle di Augia” (i bassifondi animali che albergano in noi); Perseo per tagliare la testa di Medusa con la sua spada (l’io psicologico che si cura eliminando dubbi,paure e vizi), e lo studente esoterico deve consegnare questa testa ricoperta di serpenti a Minerva, la Dea della Sapienza.

10 – LA RUOTA DELLA FORTUNA

Abbiamo davanti a noi una ruota che gira e tre figure in forma animale, di cui (la scimmia e il cane ) girano con la ruota, mentre la terza (la sfinge ) è  al di sopra del movimento della ruota e sta seduta su una piattaforma posta sopra la ruota. La scimmia scende per poi salire; il cane sale per poi discendere. Entrambi passano davanti alla sfinge. Ma la ruota che gira coi due passeggeri e la sfinge che domina l’insieme fanno domandare a chi osserva se non ci sia una chiave da conoscere  per orientarsi nel campo dei problemi e dei fenomeni relativi al movimento circolare degli esseri viventi. È soprattutto la sfinge sopra la ruota che ci dà uno choc intellettuale e ci spinge a cercare l’arcano della carta. La carta del decimo Arcano Maggiore dei Tarocchi rappresenta una scimmia cioè un animale con volto che presenta ancora dei tratti umani, che cade. Non è la scimmia che scende in basso, ma è il movimento della ruota che la trascina. Scendendo, la scimmia alza la testa perché non scende di buon grado. Questo animale scende dal posto dove è seduta la sfinge; la sfinge è coronata e alata, con la testa umana e il corpo animale, che regge una spada bianca e rappresenta il piano e lo stadio dell’essere da cui la scimmia si allontana e verso i quali il cane si avvicina. Questa Lama insegna, dunque, con la sua stessa immagine, l’organismo delle idee relative ai problemi della Caduta e della Reintegrazione, secondo la tradizione ermetica e biblica. Essa mette in rilievo l’intero cerchio che comprende tanto la discesa quanto l’ascesa, mentre il “trasformismo” della scienza moderna si occupa solo della metà del cerchio, cioè dell’ascesa o evoluzione. Nulla scompare e nulla appare nel mondo. La somma totale di materia ed energia è sempre costante; non può aumentare né diminuire, non si può aggiungerne né prelevarne. Il mondo è un cerchio chiuso dal quale nulla esce e nel quale nulla entra, poiché il mondo è una quantità determinata e può essere calcolato. L’eterno ritorno di tutto è quindi una inevitabile conclusione del mondo inteso come cerchio chiuso, ma nonostante tutto non è una prigione eterna e vi è un’uscita e  un’entrata. Pensiamo al mondo del serpente, che ha come caratteristica l’avvolgimento, mentre caratteristica generale del mondo creato è il dipanamento, lo sbocciare e l’irradiazione. Il sole è in stato di irradiazione, mentre i pianeti sono in stato di condensazione, cioè di avvolgimento. Queste due tendenze sono designate tradizionalmente “luce” (irradiazione ) e “tenebre” (avvolgimento). Il Vangelo secondo Giovanni, nel descrivere il dramma cosmico, dice: “e la luce risplende fra le tenebre, ma le tenebre non  la compresero” cioè la luce non fu catturata dal vortice dell’avvolgimento e non si oscurò, ma  risplende fra le tenebre. La decima carta dei Tarocchi, evocando la questione nel suo complesso, dà un taglio equilibrato al problema dell’evoluzione mettendo in rilievo il suo aspetto più pratico, il rapporto tra natura animale e natura umana. La sfinge sopra la ruota rappresenta  l’animalità e l’umanità riunite sia ancora non differenziate che già reintegrate. L’enigma della sfinge è quindi quello dell’umanizzazione della natura animale e dell’animalizzazione della natura umana. Il cane che sale verso la sfinge rappresenta l’animalità che aspira all’unione con la natura umana; la scimmia che scende rappresenta il processo di animalizzazione dell’umanità. La soluzione pratica del problema cioè come realizzare, senza estirpare né rigettare, l’integrazione degli elementi umani e degli elementi animali nella personalità umana senza che i primi si animalizzino (diventino scimmie) e che gli ultimi cadano sotto la dominazione tirannica (diventino cani) dei primi è racchiusa nel significato di questa carta. Il decimo Arcano ha come scopo quello di risvegliare la conoscenza sperimentata di un certo saper fare, che è il giusto uso degli elementi dell’umanità animalizzata e quelli dell’animalità che aspira alla  natura umana partendo da e grazie ad un centro stabile qui rappresentato  dalla sfinge, posta sopra la ruota dell’animalità ovvero sopra il movimento automatico presente nella natura psichica dell’uomo. Questa animalità di origine divina si riassume nelle quattro specie prototipo dei santi Hayoth (Cherubini). Esse sono: il Toro , il Leone, l’Aquila e l’Angelo o Uomo.  Gli altri istinti sono dovuti all’evoluzione del serpente e il termine bestialità li riassume. Esistono quindi istinti di origine divina e istinti bestiali. Così l’istinto ad elevare lo spirito e il cuore è l’Aquila, rappresentato dalla tradizione iconografica come principio ispiratore, o canale d’ispirazione divina,di Giovanni l’evangelista. Allo stesso tempo , l’Aquila come prototipo dell’uccello predatore rappresenta l’istinto all’aggressione e all’attacco fulmineo. E l’Aquila come istinto di rapacità ad essere riprodotta, come principio ispiratore negli stendardi delle legioni romane. Così il Leone è l’istinto che si può chiamare “coraggio morale”. I martiri sono rappresentativi del Leone e il Leone come “coraggio morale” con l’evangelista Marco. Ma nel Leone la ferocia si contrappone al coraggio morale del Leone stesso e la prima è la degenerazione del secondo. Il Toro è il simbolo dell’istinto della concentrazione produttiva. È il canale dell’ispirazione divina dell’evangelista Luca ed è quel Toro che ha dato origine in India al culto della Vacca Sacra (aspetto femminile del Toro). Anche qui c’è Toro e Toro e l’ultimo è la degenerazione del primo. È la concentrazione della volontà su di un solo punto tralasciando tutto il resto. Nei misteri di Mitra non era l’inclinazione alla meditazione che si voleva uccidere immolando il toro, bensì l’impetuosità cieca. L’evangelista Matteo ha come compagno ispiratore l’Angelo o l’Uomo, che simboleggia l’inclinazione all’obiettività. Ma c’è obiettività e “obiettività”. Si può essere obiettivi, cioè imparziali, prendendo tutte le cose ugualmente a cuore e si può essere obiettivi o imparziali essendo indifferenti verso ogni cosa. Il compito pratico che ne deriva è quello dell’alchimia interiore: la trasmutazione  degli istinti decaduti nei loro prototipi non decaduti e cioè la trasmutazione dell’aquila in Aquila, del leone in Leone, del toro in Toro e dell’uomo in Angelo; in altre parole, lo scopo è di stabilire - o ristabilire - la sfinge al di sopra della ruota dell’istintività, di trasformare la “ruota” o l’automatismo psichico in sfinge. Il risultato è una elevazione seguita da un’espansione sul nuovo piano raggiunto, che sarà seguita a sua volta da una restrizione dalla quale scaturirà una nuova elevazione, e così di seguito. Dobbiamo ridimensionare in noi il toro affinché si elevi a Toro. Vuol dire che il desiderio istintivo, che si mostra come rabbia concentrata su un punto ed è cieco a tutto il resto, deve essere ridimensionato e poi elevato nell’inclinazione alla meditazione profonda. Questa operazione nell’ermetismo si riassume con la parola “tacere”. Il Toro alato è dunque il risultato da raggiungere con la pratica del “tacere”.  Il Toro si innalza al livello dell’Aquila e a lei si unisce nelle nozze tra l’impulso verso le altezze e l’attrazione verso la profondità. L’unione dei contrari è l’essenza della pratica della legge della Croce. Il Toro e l’Aquila sono dei contrari verticali ovvero sono tendenze verso l’altezza e verso la profondità, verso il generale e verso il particolare. L’Angelo e il Leone costituiscono l’altra coppia e si tratta della trasformazione del coraggio combattivo in coraggio morale, in coraggio della coscienza. L’istinto che noi chiamiamo “coscienza morale” è l’effetto dell’ispirazione da parte dell’Angelo ed è attraverso l’elevazione dell’istinto del coraggio, che questo si unisce alla coscienza e diventa quel coraggio morale che ammiriamo ad esempio nei martiri e nei santi. Il Leone alato come  il Toro diviene alato con la sua congiunzione con l’Aquila attraverso la pratica del tacere, come l’Aquila acquisisce la costanza e la perseveranza del Toro con la pratica del volere, così il Leone acquisisce delle ali con la sua congiunzione con l’Angelo attraverso la pratica dell’osare, e  l’effetto dell’ispirazione dell’Angelo diventa certezza spontanea grazie alla pratica indicata dal termine sapere. Tacere è la restrizione della volontà che si eleva con la restrizione e ha espansione su di un altro piano detto del volere. Disciplinare l’impulsività con la coscienza produce il senso pratico dell’osare e del sapere. I Tarocchi costituiscono così non una ruota o cerchio chiuso, ma una spirale che si evolve attraverso la tradizione e..la reincarnazione.

L’Arcano 10 dei Tarocchi è la Ruota della Fortuna, la stessa Ruota del Samsara, la tragica Ruota che simboleggia la Legge dell’antico Ritorno. La Sfinge posta sulla ruota si sta interrogando e pone a noi delle domande: cos’è la nostra vita se non uno svolgersi di fatti ed avvenimenti, ognuno dei quali propone alla nostra mente degli enigmi? Chi non può rispondere per mezzo di una saggezza interiore a queste domande del tempo ne diventa servitore. I fattori umani condizionano e creano uomini abitudinari, tributari dei sensi, nei quali domina il conformismo, il condizionamento letterario che ha spento in loro ogni scintilla di quella luce che fa l’uomo vero. Bene si adatta a questo Arcano l’assioma ermetico “ ciò che è in alto è come in basso, ciò che è dentro è come fuori, per compiere il miracolo di una cosa unica”. È il  ciclo naturale che si esprime nel rapporto vita-morte ( ciò che nasce muore, ciò che muore nasce).

Nella simbologia di questa carta troviamo rappresentati i cinque elementi: acqua: la faccia dell’uomo,aria: le ali dell’aquila,terra: le zampe di bue, fuoco: gli artigli del leone,etere: il bastone. Per questo motivo l’Arcano numero 10 viene chiamato in ambito cabalistico “il Regno” o “centro vitale” altrimenti detta “radice plasmatrice di tutte le leggi della natura e del cosmo” dove plasmare significa concepire  intellettualmente e dopo costruire. Non a caso la Cabala associa La Ruota della Fortuna alle 10 emanazioni ovvero le 10 sephiroth o leggi universali di creazione che raggruppate in triangoli formano intersecandosi quello che viene chiamato il Corpo di DIO. Per emanazione dal non conoscibile, ma percepibile, viene stabilito uno scambio creativo a tutti i livelli fino ad arrivare al mondo visibile e materiale; in questo modo è stabilito un perfetta corrispondenza tra ciò che è in alto e ciò che è in basso. Secondo la Cabala le sephiroth sono dentro noi stessi e giacciono in ogni materia sia organica che inorganica. Ogni essere umano le possiede, tuttavia ha bisogno di incarnarle e una volta auto-realizzate brillano come gemme preziose.

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