Protogenesi

preistoriadi Emanuele Gin

Le osservazioni che seguono, rappresentano un tentativo, molto limitato, di interpretazione della genetica del sacro, compiuta sulla scorta di quanto le scienze dell’uomo e particolarmente quelle antropologico-etnografiche, hanno reso disponibile in relazione ad un atteggiamento ontologicamente distintivo della natura umana: il rapportarsi ad una realtà altra, sollecitata dal contesto naturale in cui è inserito.

L’area di indagine, come si sa, ha accresciuto progressivamente la sua complessità a misura dello svolgersi dell’analisi dell’uomo sull’uomo e il suo contesto, arricchita di volta in volta delle acquisìzioni afferite da ambiti disciplinari diversi e talvolta lontani: quello sociologico —poi declinatosi come etnosociologco­quello storico, ma anche quello biologico, medico, fisico, astrofisico etc. Le poche riflessioni che seguono, quindi seguendo l’esigenza di limitare l’ambito della ricerca, si riferiscono a due momenti salienti della protostoria umana: il Mesolitico ed il Neolitico.

Il Mesolitico si segnala per il suo carattere di transizione, sia per quanto riguarda più in generale le vicende geologiche del pianeta sia per quelle più specificamente biologiche. Per quanto riguarda il primo aspetto, il periodo individua la fase di transito dal Pleistocene all’Olocene, cioè dall’uno all’altro dei due momenti salienti del Neozoico: le grandi glaciazioni ed il successivo, graduale ritiro dei ghiacci seguito alla glaciazione di Wurm. Sul piano antropico, invece, si assiste alla transizione dall’Homo Neandertalensis —che si estingue durante il periodo di Wurrn, circa 40.000 anni fa- all’Homo Sapiens Fossilis — o di Cro -Magnon- precedente diretto dell’Homo Sapiens Sapiens.

Al Sapiens Fossilis toccò, così, di superare il periodo dei ghiacci e dar vita alla cultura mesolitica, che perdurerà fino alle soglie dell’Evo Antico.

Si possono riconoscere due precondizioni che consentirono, in diversa misura, al Fossilis di esprimere una superiorità netta rispetto alle specie di Antropi in via di estinzione. La prima è appunto la profonda modificazione dell’habitat verificatasi con la fine del Wurm e la stabilizzazione di un periodo termico temperato. La seconda risiede nelle caratteristiche morfologiche dell’uomo di Cro-Magnon, che sono quasi simili a quelle dell’uomo attuale: una statura intorno ai 180 cm, una capacità cranica di circa 1400 cm3, con uno sviluppo delle circonvoluzioni, specie quelle pre-frontali, del tutto analoghe. Elementi, questi, che hanno indubbiamente favorito le possibilità per il Fossilis di utilizzare a pieno le risorse contestuali, intervenendo attivamente su di esse.

Il Mesolitico, comparso e svoltosi in maniera temporalmente diversificata nella varie terre emerse, si pone, quindi come un importantissimo laboratorio culturale, all’interno del quale l’Homo Fossilis saprà fa maturare il salto di livello qualitativo rappresentato dal Neolitico.

Facendo riferimento ai dati resi disponibili dalla ricerca antropologica, i reperti indicano l’uomo di Cro-Magnon come ancora legato alla caccia ed alla raccolta. Ma vi sono già alcuni elementi dinamici che vanno notati: l’uso dell’arco e la totale domesticazione del fuoco, di cui si rinvengono testimonianze a partire dal periodo Gravettiano. Acquisizioni, queste, che indussero un radicale mutamento del tenore di vita dell’uomo del Mesolitico, consentendogli una notevole riduzione dell’impegno da dedicare alle attività di pura sopravvivenza e rendendo disponibili nuove energie che propiziarono l’emergere di interessi estetici, di esigenze di una migliore organizzazione sociale, di interrogativi complessivi sul suo rapporto con la natura.

La cultura Magdaleniana indica nei frammenti d’osso scolpiti in immagini animali ed umane il manifestarsi, appunto, del gusto di cogliere gli aspetti usuali dell’ambiente a fini puramente estetici, attività, questa, nella quale è possibile leggere una manifestazione del principio di oggettivazione della realtà, cui sembra corrispondere una sempre più definita formazione dell’identità dell’uomo del Me solitico.

Inoltre, il processo di oggettivazione pittorica, nella sua natura di processo di simbolizzazione, testimonia anche del primo manifestarsi del pensiero magico. Per i ritrovamenti di Lascaux è stato possibile interpretare l’immagine dell’animale come capace di “captare” la preda: la sua caccia veniva infatti propiziata colpendone con frecce, lance, proiettili di argilla, appunto il simulacro.

Pare qui manifestarsi a pieno la funzione “tecnica” del pensiero magico, adattiva ed immediatamente rispondente alla propensione del Fossilis di padroneggiare sempre meglio l’ambiente. Sembre essere, cioè, in presenza di quella “funzione di governo” che Malinowski assegna alla magia, che lo studioso dissocia dalla religione, esclusivamente orientata ai valori. La magia come sapere “operazionale, nel senso di Brigdman, che in qualche modo garantisce la “presa” sulla realtà o almeno l’indispensabile impressione di manipolare l’evento.

D’altro canto, si è in presenza anche delle prime chiare manifestazioni del sacro, strictu sensu, che rispetto al pensiero magico si riferisce ad un diverso e più alto livello di astrazione. Talchè, se per il pensiero magico risulta possibile rinvenire una linea filetica di sviluppo agevolmente interpretabile secondo un paradigma comportarnentista (Tolman, Hull, etc.), con la produzione di simboli che testimoniano l’affioramento del senso del sacro l’uomo di Cro-Magnon rivela di possedere un una meta-rappresentazione cognitiva del mondo di ordine superiore.

Il simbolo sacro, che è immediatamente solare e celeste ed in secondo ordine sessuale, vedi i siti delle Alpi piemontesi, rimanda direttamente alla capacità che mostra il Cro-Magnon di accedere ad una visione della realtà già svincolata dal condizionamento dell’istinto di sopravvivenza e capace di accogliere entro categorie proprie i momenti salienti dell’esistenza: la nascita, la morte. Una sola citazione va per i ritrovamenti del sito di Laussel, in cui si associano la fertilità e i simboli lunari.

Il rito, poi, diventa il paradigma entro cui il simbolo si vivifica e si realizza, come è mostrato dal culto dei morti, che il Cro-Magnon dispone frequentemente in posizione fetale e orienta nella direttrice est-ovest, riferita al corso del sole e che depone nella terra, al riparo di una protezione litica. Sono rinvenibili, perciò, già nella cultura del Fossilis gli elementi del sacro celeste e del sacro terrestre che si articoleranno, nel Neolitico e nelle Età successive, nelle diverse ierofanie.

La capacità mostrata dal Fossilis di rappresentarsi il mondo secondo strategie sofisticate di pensiero ha consentito agli studiosi di parlare di “civiltà mesolitica” e di differenziare nettamente il Cro-Magnon tanto dall’Homo Neandertalensis quanto dagli altri Paleantropi, soggetti ad un progressivo decadimento ed alla estinzione. Ciò tanto maggiormente se si considerano la produzione vasta di beni strumentali e la disponibilità di conoscenze tecnologiche testimoniata dalle scoperte del periodo. Ad esempio la sofisticazione dell’uso funzionale del fuoco per i fini quotidiani, come testimoniano le lampade funzionanti a grasso animale dei sito di Ruffignac. Un’altra caratteristica peculiare del Cro-Magnon è il suo modo analitico di considerare, sempre ai fini alimentari, il mondo animale e quello vegetale. Come si è detto, il Post-wurmiano vede la fine delle glaciazioni e lo stabilizzarsi di una fase temperata. Ciò ha importato la possibilità per il Cro-Magnon di abbandonare il nomadismo e sviluppare uno stile di vita prevalentemente stanziale. In questo stesso periodo sono scomparsi quasi del tutto i grandi rettili e prosperano animali di piccola taglia e molluschi. L’uomo si rivolge ad essi in modo indiscriminato ma selettivo: procede alla dornesticazione delle varie specie animali, di cui cura l’allevamento, seleziona la selvaggina di piccolo taglio e raccoglie diverse specie di molluschi. Nei confronti dei vegetali, l’atteggiamento selettivo appare più evidente. Tra le specie di piante egli privilegia le graminacee, delle quali raccoglie e conserva i chicchi, ma, peculiarità del Cro-Magnon- individua il ciclo vitale vegetale che segue attentamente per procedere alla raccolta solo nel momento di massima rigoglio. Si tratta di una vigilanza costante e scrupolosa, che darà i suoi frutti e consentirà una rivoluzione, non solo alimentare, pari a quella indotta dalla domesticazione del fuoco e dall’invenzione dell’arco: la scoperta dell’agricoltura, che si manifesterà compiutamente nel Neolitico.

Questo colpo d’occhio sui dati più rilevanti di comune osservazione relativi al Mesolitico, può indurre una prima riflessione che, se è sicuramente provocatoria, si appoggia tuttavia alle evenienze della ricerca.

Il Mesolitico si chiude, per così dire, con la apparizione di un tipo umano che si differenzia nettamente dai Paleantropi coevi: l’Uomo dì Cro-Magnon, di cui le tecniche di indagine nella neurofisiologia archeologica hanno permesso di stabilire la stretta continuità con l’Homo Sapiens Sapiens che gli succederà.

Una continuità, come si è accennato sia pure molto velocemente, che non si esplica solo sul piano delle strutture neurofisiologiche, ma investe lo stesso atteggiamernto nei confronti della realtà, della rappresentazione cognitiva di essa, che nel tipo d’uomo di cui si sta parlando tocca quei livelli del pensiero astratto a cui le manifestazioni del sacro che abbiamo notato rimandano. Con tali disponibilità cognitive, il Cro-Magnon può realizzare tutte le condizioni per reclamare fondatamente l’attributo di uomo e proporsi come l’iniziatore della civiltà vera e propria.

Chi scrive è perciò portato ad istituire al livello dell’uomo di Cro-Magnon, e non prima, l’apparizione di quel fenomeno peculiare che Kroeber (1917) definiva “il superorganico”, vale a dire quella modalità fenomenica chiaramente distinta dai fenomeni inorganici ed organici, tipica dell’uomo, che costituisce il paradigma esplicativo dei fatti, dei mutamenti e, quindi, della storia dell’umanità.

Resta, per ora, fuori dal ragionamento presente la ricerca delle origini di questa che non sembra azzardato definire “mutazione”. Ricerca che pure urge, per le implicazioni di grande momento che involge, prima tra tutte quelle connesse al paradigma scientifico dominante: l’euristica dell’evoluzionismo darwiniano, del quale risulta oggi possibile saggiarne la coerenza interna, non più solo alla luce della ricerca biologica classica, ma di uno strumento epistemologico olistico a farsi, che veda in concorso contemporaneo e paritario tanto delle scienze dell’uomo che di quelle della natura.

Detto ciò, non resta, per il momento, che sottolineare come la successiva età del Neolitico si ponga come momento di restituzione dei sedimenti culturali già presenti nella età della pietra di mezzo. Lo stile di vita dell’uomo neolitico è oramai prevalentemente stanziale e l’affinamento delle tecniche osservative dei cicli vitali gli consentirà ben presto di approfondire le leggi della fecondazione del terreno e di pervenire alla completa domesticazione delle piante. Il rapido sviluppo delle tecniche di produzione alimentare viene in questa fase sostenuto dalle acquisizioni sempre più sofisticate che l’uomo del neolitico tesaurizzerà nella manipolazione dell’argilla prima e della ceramica poi, con la imponente ricaduta tecnologica che sappiamo relativa alla produzione di macine, setacci, forni, vasi di tutte le fogge, di cui sono ricchi i siti della Mesopotamia, del’Egitto, dell’Anatolia, i Paesi, cioè, della cosiddetta Mezzaluna Fertile.

Lo sviluppo complessivo delle modalità innovative tipiche dell’uomo del neolitico sopra accennate, si completa con altre caratteristiche che pare importante notare per l’oggetto della riflessione che qui si conduce. Un primo elemento è rappresentato dallo svilupparsi del senso della territorialità, innestato sulla stanzialità delle popolazioni, che condurrà alla edificazione delle prime città. Il secondo è costituito dalla definitiva esplicitazione del sacro, a partire dal neolitico si proporrà in forme complesse i cui sedimenti rappresenteranno i nuclei attorno a cui si svilupperanno le grandi religioni

Riguardo al primo elemento, in questa sede si può solo notare che la fondazione delle città propizia un mutamento organizzativo di grande importanza: l'uomo transita dalla forma aggregativa tribale ad una modalità di convivenza complessa secondo dinamiche di patrilienarità o di matrilinearità, ed espnmerà al suo interno la definizione di corpi sociali sempre più stabilizzati: i guerrieri, i sacerdoti, il popoio. L’insediamento di Gerico, il primo conosciuto, aveva già nel VII millennio a.c. le sue mura di cinta; il che ci dice del livello raggiunto dal senso di appartenenza, di territorialità, dalla organizzazione sociale di popolazioni che, peraltro, ricadono nella classificazione di Wilson (1851) tra quelle preistoriche. La nascita della città come punto di riferimento spaziale condiviso, fattore potente di modellamento della identità sociale, coincide con quell’articolarsi dei ruoli e degli status ad essi connessi da cui si svilupperà il pensiero politico.

Lungo questa linea di sempre maggiore complessità della tessitura sociale, l’importanza del sacro si imporrà sempre di più. Il sacro definisce compiutamente in questa fase i suoi due poli, quello sidereo e quello terrestre.; nel polo sidereo si strutturano le ierofanie solari e lunari, nel polo terrestre le ierofanie della terra, delle acque, della vegetazione. Questi elementi si ritrovano fittamente intrecciati, originando composizioni cosmogoniche in cui si osserverà il prevalere dell’uno o dell’altro animando i diversi culti specifici solari, lunari, terrestri, che si manifesteranno secondo caratteristiche strutturali simili in popolazioni diverse e spesso lontanissime tra loro. Può esserne esempio la diffusione dello svastika, notazione solare, diffusissimo nelle aree culturali del continente americano quanto nella mesopotamia, nord-europea, asiatica.

Vi è da notare che già in questa fase, tra il VII e il VI millennio a.C. il simbolismo sacro è ricco di notazioni le più diverse, recanti un alto livello di astrazione. Si pensi alla notazione della croce e a quella del cerchio centrato, presenti in tutti i siti mezionati, che sottendono il possesso di quelle categorie concettuali acutamente analizzate da Guènon, Evola, Eliade. D’altro canto, le ierofanie celesti e telluriche, nella loro alternanza, presiedono nell’uomo al senso del tempo e alla sua scansione privata e sociale, che sarà di volta in volta tempo della raccolta, della semina, della guerra, della fecondazione, della morte.

La bipolarità sacra sole/terra comprende entro di sé i cicli fondamentali che animano la vita del Neolitico e saldano il ritmo biologico al ritmo cosmico. Tempo speciale, perciò quello dedicato al sacro, esplicantesi nella osservazione del corso del sole, dei movimenti delle stelle, delle fasi della luna, dei cicli di fecondazione e della evoluzione umana e vegetale. Tempo che riassume e contiene quelli quotidiani. Ad esso, quindi al rapporto con le forze divine celesti e telluriche, la comunità umana dedicherà l’attenzione dovuta ad una “norma” percepita sempre più come costitutiva della vita, e la affiderà ad una élite che svolgerà un ruolo sempre più importante:quella sacerdotale. Tutto il Neolitico, infatti, vede l’elevazione uno dopo l’altro dei Templi più famosi del passato a Gerico, a Kanes in Cappadocia, a Bybios, a Ugarit, ad Ur, fino al Brasile precolombiano e il parallelo costituirsi della casta sacerdotale.

La “rivoluzione” neolitica, così, non si mostra tale solo per la grande trasformazione della vita sociale indotta dall’evolversi del processo tecnologico, ma particolarmente, per la nuova dimensione nella quale la vita oramai si iscrive, che è non più irrazionale ed istintiva, ma si delinea come emozionalita consapevole scaturente da una percezione sempre più definita dei diversi livelli in cui la vita umana stessa è inserita: l’orizzonte del sacro, appunto.

Vi è un altro elemento che giova notare in ordine alle ierofanie che si organizzano durante tutta la fase neolitica, e che naturalmente accompagneranno tutte le successive sistematizzazioni del sacro. Se si considera, su un piano molto generale, la doppia polarità con cui si propone il senso religioso in questa fase, pare possibile individuare già una diversa prevalenza dell’uno o dell’altro polo nelle comunità stanziate nelle aree settentrionali rispetto a quelle mediterranee o meridionali in genere, laddove nell’universo religioso delle popolazioni nordiche si palesa una ierofania di tipo solare mentre a quelle del mezzogiorno si legano i miti della Tellus Mater delle Acque, della Luna. Così il sole si rivestirà degli emblemi della figura paterna, della virilità costituendo l’archetipo del Dio-Padre; la luna e le acque, cui è strettamente connessa, costituiranno l’archetipo del femminile divino, il cui emblema, la luna e le acque, appunto, permea il culto della Madre.

Aba, dirà infatti nei tempi successivi lo Zohar, descrivendo la seconda Sephira dell’Albero, Hokmah, il Padre supremo, la Forza, la Saggezza, e Ima, descrivendo la terza, la Grande Madre, l’Intelligenza, la Comprensione. Ma, con ciò, siamo già alla soglia delle grandi religioni antiche, iranico-caldaica, ebraica, egizia, greca che, nella diversità delle ierofanie e dei teatri cosmogonici, receranno quale patrimonio comune analoghi rimandi primordiali.

Quello che abbiamo molto rapidamente esaminato si propone perciò come un universo conoscitivo molto complesso e sempre più articolato. Sembra tuttavia di poter riconoscere, nella diversificazione, un elemento comune, un atteggiamento, che descrive la posizione dell’uomo nei confronti del sacro e delle sue manifestazioni e sembra di poter riconoscere questo elemento in una sorta di isocronismo eco­antropologico. Ci pare, in altri termini, possibile descrivere il rapporto uomo-natura, così come si è dato alla osservazione nel periodo esaminato, in termini di continuità; una continuità che permette all’uomo di questi tempi di leggere la natura, di coglierne i ritmi e modellare su di essi la vita e le sue norme.

Il sacro che accompagna questa weltanschauung periodizza l’agire umano secondo una scansione che è consonante con i cicli delle forze che perpepisce nel cosmo quanto sulla terra. Ma il ricordo di questa primordiale sincronicità sarà destinata a declinare sempre più all’orizzonte cognitivo dell’uomo delle epoche successive, fino a tramontare, sprofondando nell’inconscio collettivo a misura che le realizzazioni collettive divaricheranno la forbice tra natura e cultura, tra uomo e ambiente, tra anima e corpo, in una separatezza sempre più netta.

La sincronicità originaria, e la riappropriazione di essa, costituirà, così, il nocciolo esoterico di tutte le religioni, ma verrà sempre più occultato in essa, lungo un processo che qui non è possibile seguire, dalle sovrabbondanze liturgiche e dalle concettualizzazioni legate alle funzioni sociali e politiche che le religioni saranno chiamate a svolgere.

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