Catone, la fine di un mondo

di Emanuele Gin - La ricerca del motivo della morte di Marco Porcio Catone, detto l'Uticense che si fece uccidere dopo la decisiva battaglia di Tapso in Africa dove scomparvero, insieme con Pompeo, definitivamente le ultime resi­tenze repubblicane, sotto l'incalzare della vincente stella di Cesare, costituisce un ap­passionante problema per gli storici di tutti i tempi i quali vi si sono impegnati a fondo senza però ricavarne che una più o meno valida opinione personale e mai una vera e propria definizione del problema stesso.

E' così che la morte di Catone l'Uticense, pronipote del più noto Catone il Censore, resta ancor oggi oggetto di ricerche, studi, dissertazioni più o meno profonde, che contribuiscono a circondarlo di un alone di mistero ed entra a far parte, assieme, a fatti analoghi, di quelle cosiddette «zone di ombra» della storia che sembrano esercitare un notevole influsso sugli uomini e spesso li stimolano a meglio approfondire il passato per acquistare, forse, una più chiara visione del presente.

Quasi tutto si è scritto intorno a questo argomento mentre estremamente eterogenee, quando non addirittura contraddittorie, re­tano le tesi degli studiosi. Secondo alcuni, egli, perseguitato da un’ulcera, non reggendo alle fatiche della guer­ra si sarebbe tolto la vita in un accèsso del male. Altri lo vogliono vessillifero di li­bertà ed estrema, baluardo di democrazia indicandolo come «Colui che non volle sopravvivere alla servitù di Roma quando Cesare se ne fece tiranno> e conseguentemente posto da Dante a custodia del Purgatorio. Altri infine, considerano il suicidio di Catone in modo tale che sarebbe possibile paragonarlo al Comandante che, perduta la sua battaglia, preferisce fie­ramente la morte alla resa vergognosa. Almeno tre, quindi, sono le opinioni esercitate degli studiosi del ramo in merito alle cause, vere o supposte, del suicidio dell'Uticense.

Ma se, senza alcuna velleità storica, volessimo tentare in questa sede di trarre un parere sulla morte di Catone, cogliendone il gesto in sé e inserendolo solo nella drammaticità degli accadimenti del tempo, non potremmo prescindere da un’osserva­zione di fondo che si impo­ne dall’analisi dei fatti: nessuna delle ipotesi avanzate pare poter esaurientemente giustificare l'atto di Catone.

La prima di esse sembra essere in realtà molto debole e riduttiva, perché a nostro avviso è poco probabile un’ulcera e le fatiche di una guerra sia pur estenuante abbiano potuto intac­care ad un punto tale il fisico e la mente del grande stoico da condurlo all'insano gesto.

La seconda  appare presentare una tendenziosità a considerare il problema in chiave troppo semplicistica; per essere e­satti dovremmo aggiungere che la tendenziosità sempli­cistica di cui parlavamo, che riflette l'espressione di alcuni studiosi come Bian­chi, già citato, il Costa, il Melzi, mostra addirittura qualche for­zatura, quando essi consegnano nelle mani del morente lo stendardo sanguinante della libertà, evitando cosi per sé  il peso e le conseguenze di ben gra­vi responsabilità! La quarta ed ultima ipotesi che gli stu­diosi hanno formulato in risposta all'appassionante quesito è. quella che appare più vicina alla real­tà umana del dramma di Catone. Ma, forse, è anch’essa ancora incompleta. Va intanto ricordato come la Battaglia di Farsalo, di Tapso, ed in generale tutto, il «Bellum Civile» oltre ad essere considerato alla stregua degli storici eventi di natura militare che l’hanno caratterizzato, o alla luce delle complesse strategie per la lotta per il potere, che pure gli sono propri, possa essere inquadrato in una prospettiva se si vuole metastorica, nella quale si muovono i significati degli eventi che caratterizzano il quotidiano dei popoli lungo il correre del tempo.

A questo livello, così, sembra manifestarsi quale cornice degli eventi, la lotta fra due opposte concezioni di vita, tra due momenti dello stesso pensiero. Il mondo dell'antica Roma repubblicana, infèstato dal tarlo del deteriorarsi dei costumi, dalla discordia, dalla concorrenza sleale, della disonestà, degli abusi, aveva registrato una completa sincope di quei valori spirituali che ne avevano permesso il sorgere e lo svilupparsi e tutto fa­ceva pensare ad un definitivo offuscamento di Roma come polo gravitazionale socio-politico e militare. Tuttavia, Roma era ben lungi dal suo tramonto e doveva dare ancora il meglio di sé attraverso l’espressione dei suoi valori più alti nel periodo aureo dell'Impero. Quello che allora si imponeva era l’esigenza di un mutamento radicale e di un rinnovamento civile e politico in grado di accogliere il nuovo che sarebbe venuto e furono le ambizioni, l’intelligenza, il pensiero strategico di Cesare ad imporlo, con la forza. In questo profilo di orizzonte storico la figura ed il gesto di Catone si appropriano di uno spessore di significati che vanno al di là di un gesto della disperazione per descrivere il dramma di un filosofo. E lo si vede sotto una nuova luce più umana e più vicina a noi che permettere di riconoscere in lui l'ultimo vecchio difensore di un mondo oramai vuoto di significato i cui valori vacillavano sotto la spinta dei nuovi, che si rende conto della realtà, comprende, quando la morte gli aleggia intorno nel furore della battaglia, e da stoico preferisce darsi la morte anziché assistere allo svanire di quel mondo per cui aveva vissuto e lottato.

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