Giovanni Boccaccio, Mishnah 17 e commentari

Pirqé Avot o Lezioni dei Padri

 Capitolo I – Mishnah 17

Simeone, suo figlio[1], disse: Sono cresciuto per tutta la vita tra i saggi e non ho trovato per il corpo niente di meglio del silenzio: l’essenziale non è

l’interrogare ma la pratica e la moltiplica­zione delle parole porta all’errore.

Commentari delle Lezioni dei Padri [2]

Nathan (cap. 22): «Simeone, suo figlio, disse: Sono cresciuto per tutta la vita tra i saggi e non ho trovato per il corpo niente di meglio del silenzio». E se il silenzio si addice ai saggi, quanto più vero ancora lo è per il folle! La saggezza non conduce alle parole e le parole non conducono alla saggezza, solo la pratica [vi conduce e ne risulta]; e la moltiplicazione delle parole porta all’errore, secondo il versetto «Abbondanza di parole non va senza errore»[3] cui si aggiunge: «Anche il folle, se tace, è considerato saggio»[4].

Rambam: Il saggio ha già detto a tale riguardo: «Quando le parole si moltiplicano, l’errore non avrà pace»[5]. La ragione ne è che la maggior parte delle parole sono superflue o difettose, come poco sotto spiegheremo. E quando si moltiplicano le parole si sbaglia assolutamente, poiché si può essere sicuri che in tutto ciò che si dice v’è almeno una parola che non avrebbe dovuto essere pronunciata. Così, parlare poco è segno di saggezza, com’è detto: «Il timone della saggezza è il silenzio» (più avanti, cap. 3, mishnah 13); mentre parlare molto è segno di stoltez­za: «La voce dello stolto si fa sentire nell’abbondanza delle parole»[6]. E i saggi hanno detto anche che colui che parla poco mostra la grandezza dei suoi padri e la sua buona ascendenza, dichiarando: «Una buona ascendenza si riconosce dal silenzio»[7].

In un trattato di morale, è scritto che un saggio si era fatto notare per il suo silenzio giacché parlava pochissimo. Gli si domandò la ragione del suo comportamento, ed egli rispose che aveva esaminato la natura della parola e aveva trovato che essa è composta di quattro generi di discorsi. Il primo genere è il discorso di mera nocività e che non è d’alcuna utilità, ad esempio le maledizioni, le ingiurie, le volgarità e tutto ciò che assomiglia loro, nel quale la parola dipende dalla totale follia. Il secondo genere è il discorso che racchiude da un lato una nocività e dall’altro un profitto. Ad esempio, il fatto d’adulare un uomo di cui si vuol approfittare irrita in realtà i suoi nemici e quelli che lo invidiano, e finisce per nuocergli. Per questo bisogna evitare di lodare qualunque uomo, a causa del danno che gli si causa indirettamente, e non usare questo genere di parola. Il terzo genere è il discorso che non nuoce ma neppure serve a nulla, come la maggioranza delle conversazioni correnti: come furono costruite le mura della città, come fu costruito il palazzo di tizio, la descrizione dello splendore della casa di caio, l’abbon­danza di frutti in un certa regione e altre cose simili, beninteso fintantoché restano nel lecito; questo genere di parole sono del tutto superflue e non sono d’alcuna utilità. Il quarto genere è il discorso in cui tutte le parole sono utili, come ad esempio la scienza e la morale, o ancora i propositi che riguardano i nostri bisogni e il prosieguo della nostra esistenza, ed è questo il genere di parole che conviene usare. Così, diceva quel saggio, ogni volta che sento una parola l’esamino, e se vedo che è del quarto genere la dico, ma se fa parte degli altri generi la taccio. I moralisti hanno detto di meditare l’esempio di quest’uomo e della sua saggezza, che abbandonò i tre quarti della parola; ed è con tale saggezza che conviene comportarsi.

Da parte mia, dirò che in funzione dei comandamenti della nostra Torah è opportuno distinguere cinque generi di parole: il discorso comandato, il discorso vietato, il discorso disap­provato, il discorso auspicabile e il discorso permesso. Il primo genere, il discorso comandato, è la lettura della Torah, il suo studio e la riflessione sulla sua spiegazione. È un comandamento positivo che c’ingiunge il versetto «Tu ne parlerai»[8], che vale tutti i comandamenti[9], e s’è già parlato con forza e ardore dello studio, ciò che il presente libro non può fare neppure in parte. Il secondo genere, il discorso vietato che c’è ingiunto d’evitare, è ad esempio la falsa testimo­nianza, la menzogna, la propagazione, la calunnia e l’ingiuria; numerosi versetti della Torah trattano di questo genere di parole di cui fa parte anche la parola oscena e la maldicenza. Il terzo genere, il discorso disapprovato, è il discorso che non ha alcun interesse per colui che lo proferisce e non è neppure una trasgressione né uno sviamento, come lo sono ad esempio la maggioranza delle conversazioni correnti che riguardano ciò che è accaduto prima, la maniera in cui un certo re si comporta nel suo palazzo, la causa della morte di tizio o della ricchezza di caio. Sono quel che i saggi chiamano “dei vani propositi”. E di Rav, il discepolo di Rabbī Hiya, s’è detto che non ha tenuto un solo vano proposito in tutta la sua esistenza[10]. Fanno pure parte di tale genere di parola, il disprezzo dimostrato verso una disposizione sana o l’elogio di una disposizione nociva, che rientrino nel campo dell’etica o dell’intelletto. Il quarto genere, il discorso auspicabile, è il discorso che loda le disposizioni sane, etiche e intellettuali, che denigra le disposizioni nocive in questi due domini, che incita l’anima al bene con parole gradevoli e canti, e che l’allontana dal male con lo stesso mezzo. Parimenti, l’elogio dei saggi e la descrizio­ne del valore del loro modo d’esistenza al fine di far amare agli uomini la loro condotta e di dar loro il gusto d’impegnarsi nella stessa via, così come la denigrazione degli ingiusti e l’esposi­zione della bassezza della loro esistenza al fine di disgustare gli uomini per i loro maneggi e di togliere loro la voglia d’imitarli, fanno pure parte di quel genere di parole. Taluni chiamano tale tipo di discorsi che consiste nello studio delle disposizioni sane e nell’allontanamento delle attitudini mediocri, il “cammino del mondo”. Il quinto genere di parole, il discorso permesso, è il discorso che concerne l’individuo nel suo commercio, lavoro, nutrimento, bevanda, abbi­gliamento e il resto dei suoi bisogni. Questo genere di parole non è né comandato né disappro­vato, e il suo uso è libero: chi vuole dirle le dice, chi non vuole tace. Ma l’uomo può benissimo diminuire tale genere di propositi e le opere di morale ammoniscono che conviene almeno non accrescerlo. In compenso, trattando del discorso vietato e del discorso disapprovato, non è ne­cessario indicare che occorre tacerli. Mentre il discorso comandato e il discorso auspicabile, se l’uomo potesse farli propri per tutta la vita, sarebbe meglio. Altre due cose devono tuttavia ac­compagnarli necessariamente. La prima è che i suoi atti corrispondano alle sue parole, come hanno detto i saggi: «Belle sono le parole che escono dalla bocca che le compie»[11]. Ed è a questo proposito che qui è detto: «L’essenziale non è la dichiarazione ma l’atto». Dell’uomo integro che insegna la virtù i saggi hanno detto: «Sei tu che sei interrogato e a te si addice parlare»[12]. E il profeta ha detto: «Che i giusti cantino in Dio, la lode degli uomini giusti è bella»[13]. La seconda cosa è la brevità: sforzarsi di concentrare il massimo d’argomenti nel minimo di parole, è non il contrario. E tale è il senso del loro proposito: «Che un uomo insegni sempre ai suoi discepoli in maniera concisa»[14].

Sappi che le poesie e i canti composti in qualunque lingua, si analizzano in funzione del loro argomento, e che conviene comportarsi nei loro riguardi alla stessa maniera che verso il discorso in generale e secondo le distinzioni stabilite prima. Ma mi sento obbligato a insistere su tale punto, benché la cosa sia evidente, giacché ho visto degli uomini illustri e delle persone integre del nostro popolo che, invitate a una festa o a un matrimonio, quando qualcuno voleva cantare in arabo – foss’anche a proposito d’argomenti rientranti nella categoria del discorso auspicabile, come l’elogio del coraggio o della serietà, o l’elogio del vino – gli impediva assolutamente di cantare, con tutti i mezzi, e non permetteva a nessuno d’ascoltarlo; mentre se qualcuno cantava un canto tradizionale ebraico, lo lasciavano fare e non erano affatto colpiti dal fatto che tale canto comportasse parole riprovevoli o proibite. Quest’attitudine è totalmente stupida giacché la parola non è vietata, permessa, auspicata, riprovata o comandata in funzione della lingua nella quale si enuncia, ma in funzione del suo contenuto: se il contenuto di quella poesia e di quel canto è di natura elevata, è un obbligo il dirlo qualunque sia la lingua; mentre se è di natura infame, è un obbligo il tacerlo e farlo cessare qualunque sia la lingua. Aggiungo che a mio avviso, quando due canti dello stesso tenore incitano entrambi alla sensualità, lodano il desiderio e trascinano l’animo a seguirlo – il che fa parte del discorso disapprovato, giacché eccitano l’animo a sminuirsi come abbiamo spiegato nell’Introduzione al Trattato Avot – e uno di questi canti è in ebraico e l’altro in arabo o in persiano, il fatto d’ascoltare tale canto in ebraico è più riprovato dalla Torah per la stessa santità della lingua ebraica. Giacché è oppor­tuno impiegare l’ebraico solo a proposito d’argomenti elevati, e a più forte ragione se si associa un versetto della Torah o del Cantico dei Cantici al proposito tenuto; in tal caso quello non fa già più parte della categoria del discorso disapprovato ma di quella del discorso vietato, che c’è ingiunto di tacere. Difatti la Torah ha vietato di fare di un’espressione della profezia una vol­gare bassezza cantata.

E poiché nella categoria del discorso vietato ho menzionato la maldicenza, vado a spiegare oltre e riportare quel che ne dicono i saggi; giacché le persone sono profondamente cieche in tale dominio, mentre è uno degli sviamenti più gravi, nel quale l’uomo si lascia andare in permanenza, trattandosi in particolare di quel che i saggi hanno chiamato «i residui della maldicenza di cui alcun uomo alcun giorno è innocente»[15], non è già così male se si perviene a essere esente dalla stessa maldicenza. Questa consiste nel narrare la cattiva condotta altrui e i suoi difetti, e nel contribuire all’avvilimento di un Israelita in qualsiasi maniera, foss’anche realmente così vile quanto lo si dice. Giacché la maldicenza non consiste nel mentire o attribuire a qualcuno una cosa che non ha fatto – il che si chiamerebbe in tal caso “diffamazione” – ma nel dire una cosa vergognosa di un uomo, anche se la cosa è incontestabilmente vera. E non soltanto colui che parla sbaglia, ma anche colui che ascolta. I saggi hanno detto che la maldicenza uccide tre persone: quella che parla, quella che ascolta e quella di cui si tratta[16], e colui che ascolta e prende in considerazione la maldicenza più ancora di quello che la propaga. Quanto ai “residui della maldicenza”, sono le allusioni ai difetti altrui che non si esprimono chiaramente e aperta­mente. A proposito di colui che si dedica a questo genere d’allusioni, pur facendo credere agli altri che egli ignora quanto le sue parole lasciano intendere e che la sua intenzione è pura, Salomone disse: «Come un demente che lancia dei tizzoni e delle frecce mortali, così agisce l’uomo che imbroglia il suo prossimo e dice “Ma io scherzavo!”»[17]. Una volta, in mezzo a un numeroso uditorio, uno dei saggi lodò la qualità della scrittura di uno scriba che gli mostravano e il rabbino lo redarguì per il suo proposito dicendogli «Astieniti dalla maldicenza»[18]. Voleva con ciò significare che il fatto di lodare pubblicamente un uomo è dannoso a costui, giacché l’udito­rio si compone tanto dei suoi amici che dei suoi nemici, e quest’ultimi, intendendo che se ne fa l’elogio, si sentono obbligati a denigrarlo. Quest’osservazione del rabbino indica quale distanza è opportuno stabilire in relazione alla maldicenza. L’espressione della Mishnah a tale riguardo è che «la sentenza dei nostri padri nel deserto [che perirono tutti senza vedere la terra promessa] non è stato definitivamente sigillato che a causa della maldicenza»[19], vale a dire a causa degli esploratori di cui è detto che «denigrarono la terra di Canaan»[20]. E i saggi conclusero da que­st’episodio che se coloro che diffamano degli alberi e delle pietre si rendono passibili di un tale castigo, quanto ciò è ancor più vero per colui che espone la vergogna del suo prossimo! L’espres­sione della Tossefta a tale riguardo è che vi sono «tre colpe che l’uomo paga in questo mondo e che gli precludono nello stesso tempo ogni parte nel mondo a venire: l’idolatria, le unioni illeci­te e l’assassinio; e la maldicenza equivale a tutte»[21]. Il Talmud[22]aggiunge: La parola “enorme” è impiegata per qualificare la colpa dell’idolatria nel versetto «La colpa di quel popolo (i.e. il vitello d’oro) è enorme»[23], è impiegato anche per qualificare la colpa dell’unione proibita nel versetto: «Come potrei fare un male tanto enorme (i.e. con la moglie di Putifarre)»[24], è impiegato ancora per qualificare la colpa dell’assassinio nel versetto: «[Caino disse:] Enorme è la mia colpa»[25], ed è impiegato infine per qualificare la colpa della maldicenza, ma questa volta al plurale, per indicare che essa è da sola tanto grave quanto le tre precedenti riunite, nel versetto «La lingua che dice delle enormità»[26]. E il Talmud ritorna molto frequentemente su tale argomento e su tale maledetto sviamento. Infine, l’espressione finale dei saggi a tale riguardo[27] è che colui che fa della maldicenza rinnega il fondamento della Torah, secondo le parole: «Che Dio annichilisca le labbra melliflue, la lingua che dice delle enormità, coloro che dichiarano: “Che la nostra lingua domini, che le nostre labbra siano la nostra forza, chi può ancora essere nostro maestro!”»[28]. Ho ritenuto opportuno riportare qui una parte di quanto i saggi hanno detto di questa colpa, anche se ciò è stato un po’ prolisso, affinché l’uomo s’allontani da essa per quanto possa e si prefigga come scopo di tacere quando sente che la sua parola entra in quel genere di discorso.

Yona: «La moltiplicazione delle parole induce l’errore»: questo proposito concerne le parole della Torah, nel senso in cui non si devono moltiplicare sventatamente i giudizi in merito alla regola da seguire, ma pazientare e riflettere a quel che si dice, pesare accuratamente le cose e non precipitarsi, giacché «quando le parole si moltiplicano, l’errore non ha pace»[29], e si crede che la cosa è simile a quel che si pensa, e s’introduce allora un errore nell’insegnamento. Ecco perché è detto che «l’essenziale non è la dichiarazione ma l’atto», il che concerne evidentemente le parole della Torah.

[1] Figlio di Rabbī Gamaliele, cui è riferita la Mishnah 16: «Rabbī Gamaliele diceva: Diventa un mae­stro, evita il dubbio e non dare troppo spesso la decima in difetto».

[2] I commentatori celebri di questa Mishnah 17 sono tre: Rabbī Nathan, detto il Babilonese (sec. II), Rabbī Mosè Maimònide, detto anche Rambam (acronimo di Rabbī Mōsheh ben Maimōn), e Rabbī Yona (Girona, sec. XIII).

[3] Proverbi, 10, 19.

[4] Proverbi, 17, 28.

[5] Proverbi, 10, 19.

[6] Ecclesiaste, 5, 2.

[7] Kiddush, 71b.

[8] Deuteronomio, 6, 7.

[9] Pe’ah, 1, 1.

[10] Sukkah, 28a.

[11] Tossefta Yeb., 8.

[12] Baba Bathra, 75a; Mishnah Sanhedrin, 100a.

[13] Salmi, 33, 1.

[14] Pes., 3b; Hul., 63b.

[15] Baba Bathra, 164b.

[16] Cf. ‘Ar., 15b.

[17] Proverbi, 26, 18-19.

[18] Baba Bathra, 164b.

[19] ‘Ar., 3, 5.

[20] Numeri, 13, 32.

[21] Yer. Pe’ah, 1, 1.

[22] ‘Ar., 15a.

[23] Esodo, 32, 31.

[24] Genesi, 39, 9.

[25] Genesi, 4, 13.

[26] Salmi, 12, 4.

[27] ‘Ar., 15b.

[28] Salmi, 12, 4-5.

[29] Proverbi, 10, 19.

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