In vino veritas et voluptas

 di Adriana Longarzo - “Tre coppe di vino non di più stabilisco per i bevitori assennati. La prima per la salute di chi beve;

la seconda risveglia l’amore ed il piacere: la terza invita al sonno. Bevuta questa, chi vuol essere saggio, se ne torna a casa. La quarta coppa non è più nostra, è fuori misura; la quinta urla; sei significa ormai schiamazzi; sette occhi pesti;otto arriva lo sbirro; nove sale la bile; dieci si è perso il senno, si cade a terra privi di sensi. Il vino versato troppo spesso in una piccola tazza taglia le gambe al bevitore.? Questo raccomanda lo stesso Dioniso in una commedia di Eubulo.

 Il vino, sin dall’antichità, è stato simbolo di liberazione dell’uomo dalle regole, dalle situazioni meno piacevoli e non a caso è rappresentato dalla figura di Dioniso mezzo uomo e mezzo bestia e nel simposio è anche un rito, un evento sacrale che reca in sé un elemento magico, momento fondamentale di incontro nel simposio. Deve anche rompere il tabù insito nel vino attraverso un rituale che coinvolge i convitati e che attesta il legame sacrale con il divino in quanto non si tratta di un gruppo qualsiasi, ma di un Thiasos e ciò è attestato anche dall’uso della corona (anche l’iniziato ai misteri porta una corona).

 La parola Simposio deriva dal greco sun-pinein= bere insieme per condividere un piacere, cioè un atto collettivo (i Greci, infatti, non bevevano da soli!); dopo il pasto,veniva sgombrata la tavola, pulito il pavimento, portata acqua per lavarsi le mani, profumi e corone di fiori, di mirto o di edera, pianta sacra a Dioniso e i convitati si preparavano al brindisi: ognuno beveva il primo sorso di vino non annacquato da una coppa passata in senso circolare verso destra, la parte che indica la fortuna per un brindisi alla salute o all’amore. Successivamente, veniva distribuito il vino miscelato con acqua (infatti, bere  vino puro era considerata usanza barbara, anzi l’acqua era in misura prevalente, in rapporto 3 a 1) nei crateri (dalla radice di kerannumi=io mescolo) molto più grandi per contenere il vino miscelato. Da ognuno dei primi 3 crateri si versava del vino fuori dalla coppa:l’offerta del I cratere era per gli dei celesti e Zeus olimpio, la II per gli spiriti degli eroi, a III per Zeus salvatore .

 La libagione votiva e il canto del Peana che l’accompagnava dimostrano che il simposio era un evento sacrale! Il “simposiarca? veniva eletto o sorteggiato e stabiliva le regole; il vino veniva mescolato all’acqua che era in quantità prevalente, infatti erano già considerate ubriacanti parti uguali di acqua e di vino  e poteva essere riscaldata davanti al fuoco o raffreddata con la neve d’estate(se era stata conservata nella neviera) in relazione al tipo di vino o al gusto.

 Il consumo del vino non era fine a se stesso, ma favoriva lo sviluppo del simposio, momento importante nella vita sociale dei Greci, concretizzazione del mito del vino che fa dimenticare le tristezze quotidiane e cura i mali dell’animo come nessuna medicina. Il poeta Alceo considerava il vino?specchio dell’uomo e verità?; esso rivelava la natura dell’interlocutore, scioglieva la lingua, predisponeva ad una conversazione amabile, al divertimento tra amici ed era un dolce stimolo al desiderio quando era bevuto nella misura giusta. Gli uomini erano protagonisti del simposio perché le donne libere, fino al periodo ellenistico, non potevano partecipare; erano, però, presenti le etere, le suonatrici che rallegravano la riunione.

 L’offerta di cui ho parlato prima rivolta ai 3 destinatari era un rito che rompeva il tabù insito nel vino ed aveva in sé un elemento magico; sacrale era l’abluzione delle mani che indicava la purezza rituale, la corona aveva una funzione iniziatica, cioè il passaggio in una nuova comunità. Si faceva uso di pasticcini, formaggi, noci, mandorle, miele(le seconde mense), per sostenere meglio il vino e spesso si usciva in corteo per le strade allegramente senza tradire i principi del simposio:letizia, grazia, serenità e piacere perché le regole prescrivevano moderazione e buongusto che, talvolta, però,venivano disattese. Il vino, comunque, nell’antichità, era un simbolo positivo ed aveva, spesso, un significato religioso sia se l’uso veniva regolamentato come in Platone che ne sconsigliava l’assunzione ai minori di 18 anni, sia che portasse alla gioia dell’ebbrezza che consentiva di essere se stessi.

La parola vino deriva dal sanscrito vena=amare da cui deriva Venus, Venere, Eros, il dio dell’amore concepito dall’unione di Poros (astuzia) e Penia (povertà) ubriachi, nascita dovuta proprio al vino. L’Iran sembra il suo primo luogo di produzione ed esiste da 9000/10000 anni; i primi frammenti che parlano di questa bevanda nascono proprio lì e da essi emerge la bellezza della vita ed anche una realtà intrisa di pessimismo, di conoscenza che nega la felicità: “Poiché non sono verità e certezza in nostro possesso,/non si può con speranze dubbiose aspettare tutta la vita./Il palmo della mano non deve lasciare la coppa del vino:/in tanta ignoranza dell’uomo che importa esser sobri o ebbri??(Persia 1048 o 1131 a.C.)

Il vino è, comunque, parte fondamentale della liturgia cristiana, rappresenta Gesù che è tramite tra l’uomo e Dio e quindi, la fuga dalla realtà descritta da Khayyam è quasi un atto di salvezza e d’amore così sintetizzato nel Cantici dei Cantici biblici:?…Il tuo seno è una tazza rotonda, dove non manca mai vino profumato. Il tuo corpo è un mucchio di grano, circondato da gigli…..e la tua bocca come un vino generoso che cola dolcemente per il mio amico, e scivola fra le labbra di quelli che dormono? ed anche nei Proverbi:?Date bevande alcoliche a chi sta per perire, e del vino a chi ha il cuore amareggiato?.

L’atteggiamento della tradizione giudaico-cristiana nei confronti delle bevande alcoliche era rivolto ad un’assunzione sobria per facilitare la socializzazione; non così presso gli Assiri che utilizzavano quantità enormi di vino e di birra che fecero meritare la reputazione di smodatezza nel bere attribuita ai “barbari? dal mondo greco-romano.

Comunque, è anche probabile che i Greci usassero diluire il vino con acqua e mescolarlo con resina o miele per mitigare il retrogusto sgradevole che era presente in prodotti non perfetti dal punto di vista enologico. Bere a piccole coppe vino annacquato rispondeva alle esigenze sociali di una comunità democratica;anche gli Ebrei avevano modalità simili di bevuta perché c’era il rigido controllo prescrittivo della religione e la violazione delle regole erano rigidamente sanzionate mentre i Greci erano più indulgenti pur considerando privo di decoro e disdicevole sul piano delle relazioni sociali la vista di un ubriaco.

Si può dire che sia nata  ad Atene la figura  delSocial Drinker che è oggi modello di riferimento del bere corretto dal punto di vista medico e socio-antropologico: bere in piccole coppe, non bere mai la mattina e mai in solitudine!

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*immagine: http://www.igiornielenotti.it

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