Il Mistero del Gesu’ Nuovo. Il segreto celato nel bugnato-Nuove ipotesi

di Stanislao Scognamiglio - Premessa - La presente indagine, che si è sviluppata man mano che procedeva, non vuole togliere validità alle precedenti...

ipotesi sul mistero che si cela dietro i glifi incisi nelle bugne della facciata rinascimentale della Chiesa del Gesù Nuovo della omonima piazza di Napoli. Al contrario, vuole essere un contributo per chiarire probabilmente il messaggio profondo e universale che Novello da SanLucano, quasi sconosciuto architetto del XV secolo ha inteso lasciare, nell’intera economia dell’edificio che fu la dimora della famiglia Sanseverino, principi di Salerno.

Il significato profondo di ciò che l’artista voleva esprimere è per forza di cose, scritto in linguaggio ermetico, per ovvia necessità di protezione dall’Inquisizione per il suo contenuto che all’epoca sarebbe risultato eretico, e per proteggerlo da errate o strumentali interpretazioni che in mano a chi non è addentro alla materia potrebbe utilizzare in maniera impropria proprio contro se stesso: l’alchimia e le altre scienze “tradizionali”, indagano la natura profonda dell’uomo e proprio per la delicatezza della questione, rischiano di alterarne l’equilibrio… Ma, e questa è una mia personale lettura, il messaggio attualissimo tutt’oggi, perché ha per fine la reintegrazione con l’Uno, risulterebbe ostico a chi fa della disgregazione, della separazione, dello scontro l’unica dialettica possibile: la trasmutazione alchemica infatti, comporta, di riflesso, attraverso una sottile corrispondenza tra Microcosmo e Macrocosmo, la tendenza di ciascun individuo inteso come monade di una apparente diversità a riconquistare il primato dell’unità e della condivisione.

Ecco perché, in questo spirito, ho cercato di mettere assieme il puzzle di una ricerca che si perde nella notte dei tempi…

Accenni sulla Geometria Sacra. Qualunque osservatore si trovi a passare e ad osservare dal basso verso l’alto, la facciata del Gesù Nuovo, non può fare a meno di pensare ad una distesa di piramidi, quindi all’Egitto. Ma la relazione tra l’ex Palazzo Sanseverino ora Gesu’ Nuovo, non è strettamente di causa effetto. Cioè se vogliamo fare dei parallelismi tra le piramidi e tutto l’armamentario simbolico che esse si trascinano, dobbiamo necessariamente fermarci perché andremmo fuori strada e  finiremmo invariabilmente su un crinale molto di moda oggi, che mescola tutto in un impasto banale fatto di complottismo e sensazionalismo esoterico senza capo né coda.

Se proprio dobbiamo fare riferimento agli antichi Egizi, è solo per accennare alla loro straordinaria perizia nell’edificare, frutto di una sofisticatissimo livello di conoscenze matematiche finora insuperate. Perché quel popolo straordinario, mutuando nozioni dal mondo mesopotamico, ne aveva raffinato le interazioni fino alla perfezione, legando, come i facevano appunto i popoli mesopotamici, lo stesso concetto del divino al linguaggio matematico.

Così l’arte dell’edificare, era considerata il modo di tradurre nella realtà creata e materiale, ciò che era già stabilito nella legge, nel Logos indefinito e indeterminato di una divinità che era contemporaneamente creatore e creatura.

In Egitto, fu l’architetto Imothep, il primo a codificare le leggi della Geometria, sacra, proprio perché in
grado di misurare il creato, e di riflesso, il cosmo e tutti i suoi rapporti. Lo stesso Imothep fu uno spirito così ecclettico da essere considerato anche il “padre” della religione, o meglio della mitologia Egizia. A lui sono dovuti l’elaborazione del culto di HRA (Ra), che poi divenne HoRO( Horus latinizzato) che,
originariamente (e credo in maniera più consona), rappresentava un principio naturale, “Ciò che va verso l’alto”, e gettò le basi per l’alchimia, perché, inoltre, come Tubalkain della Bibbia, conosceva “tutte le arti metallurgia” e sapeva, come Hiram Abi, l’architetto del Tempio di Salomone, “lavorare ogni tipo di stoffa”. Attributi che a mio parere, sotto il nome di un personaggio davvero esistito, progettista della prima piramide della storia, quella di“Djoser(2650 a. C. circa), servono ad identificare un archetipo di un Maestro dello scibile.

   

Lo stesso Ermète Trismegisto, corrisponde a queste caratteristiche.  In Occidente, tale dottrina fu filtrata da Pitagora che riteneva il “Numero” l’Archè, l’origine di tutte le cose, ed in particolare i pitagorici, elaborarono un sistema, originato dalle ancestrali dottrine misteriche d’Egitto che consideravano il mondo costruito sulla base di interazioni filosofiche tra numeri e loro significato intrinseco. In particolare, sostenevano che i Numeri Pari fossero sinonimi di “femminile”, “indefinito”, “passivo”, perché espressione della fase  di contrazione dell’Universo, mentre i Numeri Dispari corrispondessero a concetti di “maschile”, “finito” e “attivo”, perché corrispondenti ad una fase di espansione dell’Universo.

                                                                                

Per cui, da queste infinite possibilità di combinazioni poteva nascere qualunque artefatto purché avesse rispettato quei canoni sacri.

C’è da osservare che tutti gli edifici, religiosi o meno, costruiti secondo queste regole ferree, tramandate oralmente dalle gilde dei “tagliapietra” o “scalpellini”, termini riduttivi per alludere a corporazioni di muratori specializzati coordinati da capomastri che non corrispondevano affatto alla figura corrispettiva odierna, in quanto erano veri e propri architetti che coadiuvavano il progettista, hanno resistito a crolli e intemperie attraverso i millenni proprio perché la struttura è intimamente legata ai numeri “magici” sostanzialmente inalterati nel tempo.

Questi concetti, ulteriormente “attualizzati” attraverso il neoplatonismo della cabala e dell’alchimia, che conoscevano il clou della loro fortuna proprio a cavallo tra il XIV e XV secolo, venivano applicati dagli artisti dell’epoca, che si riunivano e si confrontavano nelle Accademie.

La Tradizione “magica” del Gesù Nuovo. Le bugne e i loro misteriosi glifi

La leggenda popolare legata al Palazzo dei Sanseverino, vuole che esso sia una sorta di palazzo maledetto, perché, nel corso della sua storia si sono moltiplicati crolli e successive ricostruzioni.

Si vorrebbe infatti che il bugnato che compone la maestosa facciata sia in forma piramidale perché le punte avrebbero allontanato gli spiriti maligni e convogliato l’energia positiva all’interno del palazzo e sui suoi abitanti, ma per un errore interpretativo, gli operai avrebbero montato le bugne, non secondo l’ordine prestabilito dai capomastri invalidando e addirittura capovolgendo l’effetto magico sortito: crolli e sfortune infatti hanno funestato sia il palazzo che i principi loro antichi proprietari.

In realtà i crolli sono da attribuire proprio all’intervento dei lavori successivi l’acquisto del palazzo da parte dei gesuiti che lo trasformarono proprio nella Chiesa del Gesù Nuovo. Infatti andando ad intaccare le strutture e le proporzioni geometriche dell’edificio, consequenziali e ineluttabili sono i crolli… In quanto alle vicende nefaste dei Sanseverino, sono imputabili a mortali e prevedibilissimi fatti che li vede al centro di una lotta di potere politico – ecclesiastica, genere di lotta comunissima in tutte le età…

Ma torniamo al bugnato.

 

La caratteristica di questo motivo architettonico consiste nell’essere formato da bugne, cioè pietre opportunamente lavorate, in genere di forma di parallelepipedo, usato come decorazione soprattutto nelle facciate delle fortezze.

Ma le bugne del Gesù Nuovo sono uniche nel loro genere perché, mostrano sulle facce laterali delle incisioni, dei glifi, comuni in verità, in altri edifici, ma che qui paiono assumere un valore simbolico molto rilevante.

Sull’interpretazione di questi segni si sono scritti diversi saggi e articoli, alcuni dei quali ne spiegano il significato ricorrendo alla tradizione ermetica (che io ho privilegiato), altri si sono affidati agli alieni, agli spiriti, alle profezie apocalittiche…

Una teoria molto interessante consiste in quella elaborata da Vincenzo De Pasquale, che, assieme a un musicologo e un matematico, avrebbe ricavato dai glifi uno spartito musicale, poi eseguito.

La teoria fu presa nel 2010, molto in considerazione dalla stampa, probabilmente per l’originalità e per il suo costrutto, apparentemente inattaccabile. De Pasquale asseriva che i glifi fossero lettere dell’alfabeto aramaico che avrebbero valore di annotazione musicale.

In effetti, Novello da San Lucano, l’architetto del Palazzo Sanseverino fu, come del resto è vero per tantissimi ecclettici artisti dell’epoca rinascimentale, anche compositore.

Ho voluto verificare la sua teoria, perché, vaghi ricordi e le conoscenze acquisite nel campo, mi davano, con una prima osservazione superficiale, la certezza che i segni in questione non fossero lettere dell’alfabeto aramaico! E nella figura sotto ho raffrontato il simbolo cerchiato con ciascuna lettera dell’alfabeto aramaico.

         

Ho, poi, per correttezza verificato se potesse trattarsi di una derivazione dell’aramaico il “mandaico”, cioè una lingua anch’esa semitica e di derivazione fenicia, parlata tra il Tigri e l’Eufrate e come si vede sotto, le lettere di quell’alfabeto, che sono una variante “arrotondata” dell’aramaico, non corrispondono né al simbolo cerchiato, né ai glifi adiacenti, successivi, superiori o inferiori dell’immagine considerata.

Mandaico

Proseguendo nel raffronto, guardano ad una bugna in particolare, ho notato un simbolo che poteva assomigliare ad un “Daled”, cioè la terza lettera dell’alfabeto fenicio, ma come si vede dallo schema del relativo alfabeto(alla destra dell’immagine con le bugne) la lettera appare capovolta.

                                  

 

Ma poi, sempre seguendo il ragionamento di De Pasquale, la composizione musicale, sarebbe scritta sul bugnato…Ma allora le seguenti incisioni-glifi che si trovano all’altezza della BASE dell’edificio, non appartengono alla composizione?

  I “pappamonte”. Perduta un po’ la consistenza, anche se metodologicamente valida, la teoria di De Pasquale, ho affrontato la teoria cosiddetta dei “pappamonte”,  ovvero letteralmente, “coloro che spaccano la pietra dal monte”. Secondo cui, alcuni scalpellini che ricavavano massi da lavorare dalle cave delle montagne, essendo lavoratori “a cottimo”, avrebbero contrassegnato le bugne per dimostrare a fini remunerativi il lavoro svolto. Ma gli studi che ho condotto sulle “gilde” muratorie mi fanno affermare con certezza che al singolo scalpellino era vietato esprimersi in qualunque maniera, e il “marchio” apposto sulla pietra stava a “siglare” il lavoro da parte del capomastro, come abbiamo visto, esecutore della volontà dell’architetto e talune volte architetto egli stesso.

 Conclusioni.

Il mistero, se proprio così vogliamo definirlo, si infittisce, perché non riuscivo a dare una soluzione seppure accennata sul dignificato dei glifi. Non che fosse ad ogni costo necessario cavarlo fuori, ma avevo i miei motivi per intestardirmi: anni prima che mi fosse affidata l’interpretazione o comunque un’ipotesi di lavoro dal Centro Studi Scienze Antiche, avevo osservato le bugne e i loro glifi e, in particolare, mi avevano attratto dei segni che vagamente mi riportavano all’alchimia…

Non ne sono stato persuaso al cento per cento, perché, i segni in considerazione non corrispondono ai simboli “classici” dell’Arte Regia. Quindi abbandonai quella supposizione la dimenticai.

Ma mi sono ricordato, nel corso della ricerca, delle Accademie: quei centri ci cultura ove si riunivano, soprattutto nel Rinascimento, rilanciando quel neoplatonismo che caratterizza l’epoca, la tradizione della speculazione filosofica che riabbracciasse, dopo secoli di separazione dei saperi, tutta la Conoscenza.

Dovevo, quindi capire che relazione intercorresse tra Novello da San Lucano e la cultura del tempo, e fino a che punto il meraviglioso progetto del Palzzo Sanseverino fosse parte di quel complesso movimento intellettuale che fu il neoplatonismo rinascimentale, che accoglieva al suo interno la Cabala e proprio l’Alchimia, da me presa in considerazione anni prima…

Mi è venuto in aiuto proprio lo studio delle bugne a “diamante”, cioè quelle che con le loro  “punte” adornano la facciata della Chiesa del Gesù.

A Ferrara esiste un altro esempio di questo particolare bugnato(nelle foto sotto), il Palazzo dei Diamanti (dal nome del tipo di bugne). Fu costruito da Biagio Rossetti nel 1492, a venti anni di distanza del Palazzo Sanseverino di Napoli (1470) e ispirandosi al progetto di Novello. Non solo, chiedendo conferma ad una studiosa di Ferrara, sono giunto alla conclusione che sia Palazzo dei Diamanti, sia il Gesù Nuovo erano sedi di Accademie. A Napoli furono frequentate da cabalisti come Giovan Battista della Porta, e a Ferrara addirittura da Paracelso.

                                  

Queste frequentazioni attestano un probabile denominatore, l’alchimia, che, nel caso del Gesù Nuovo sia utilizzata a corollario del messaggio “sacro” della geometria intrinseca all’edificio.

Ma quale Alchimia? O meglio quale linguaggio alchemico…

Nella figura di sotto ho rinvenuto un elenco di elementi chimici (allora comprendevano anche elementi che oggi assegniamo alla chimica organica) che funziona proprio come una tavola periodica “ante litteram”, cioè Ad ogni elemento corrisponde un simbolo grafico, non tenendo conto ovviamente di peso atomico e di altre caratteristiche che solo la modernità ha scoperto. Ma i simboli alchemici e chimici usati in laboratorio, erano, fino alla vigilia della tavola periodica pressoché identici, seppur potendo variare significativamente da autore ad autore. Ma la annotazione degli elementi fondamentali era uniforme in ciascun autore. E’ bene specificare che alcuni simboli potevano anche indicare “operazioni” da effettuare e non l’elemento.

    Così, se confrontiamo lo schema di sopra con qualche glifo inciso nelle bugne vedremo che corrispondono precisamente.

Infatti partendo dalla prima foto da sinistra, il primo simbolo corrisponde nello schema a”Acqua”,  il secodo sotto a sinistra, l’”Aceto”, e  lo “Stagno”.

                                               

 Infine, quindi , l’ipotesi da me tracciata, sebbene rigorosa, può perfettamente incastrarsi con la teoria dello spartito musicale, quest’ultima, nonostante le debolezze di diverso ordine che la caratterizzano, dimostra come voglio fare io,  che il messaggio proveniente dall’Arte, attraverso il suo riconoscimento come linguaggio superiore, che si serve, nel caso della tradizione esoterica, di rapporti numerici e proporzioni indicanti la possibile interazione tra Cosmo e Uomo, si completa con la musica e con la ricetta alchemica pratica indicante il perseguimento di quell’armonia spirituale da raggiungere.

 

 

 

 

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