Io l'erede

di Stanislao Scognamiglio - Una poco nota commedia di Eduardo si chiama Io l’erede e ho voluto prendere spunto da questo titolo e da uno spettacolo teatrale visto ieri sera, sugli spalti del Maschio Angioino,

per tentare una riflessione sulle supposte, reali o immaginarie eredità artistiche della nostra Tradizione teatrale.

La pièce di ieri, sulle donne, e intitolata con poca fantasia “Viva le donne”, erao  interpretata da Giacomo Rizzo e un tale suo allievo.

Il comico apre la serata con battute al di sotto dei pur bravi fratelli De Rege, volgari non per il detto, ma per ciò che hanno espresso di becero maschilismo offensivo. E a quel punto ho capito quanto fosse azzeccata una risposta paradossale del grandissimo Sordi, il quale, quando una giornalista gli chiese un giudizio sulla censura, rispose che in fondo la pratica, sebbene illiberale e ridicola, era in un bene per la riuscita comica della battuta. Perché infatti, al comico di rivista bastava un accenno dialettico, o il famoso doppio senso(nato appunto per aggirarla) per far sganasciare il pubblico.

Totò o Eduardo, Viviani non sono mai volgari, o se lo sono stati, come accade per Viviani in alcuni dialoghi del popolino, hanno sempre motivato con la necessità di interpretazione scenica, la parolaccia, il linguaggio scatologico, porno. Perché ciascuno di questi registri si addiceva e si doveva addire al personaggio. Un romanziere non potrà mai immaginare il dialogo tra due pescivendoli simile a quelli dell’Accademia della Crusca.

La volgarità in scena quindi, non è, sempre “volgare”, lo è quando è fine a sé stessa, quando per ridere, si ricorre al triviale. C’è una malintesa interpretazione di fondo su questo modo sgarbato di condurre una rappresentazione, soprattutto in ambito della presunta discendenza dalla Commedia dell’Arte di alcune peculiarità recitative: l’improvvisazione. Ciò che nei copioni viene definita recita a soggetto. Ma, l’improvvisazione non ha nulla a che vedere con il linguaggio cafone fine a sé stesso. I capocomici delle grandi famiglie teatrali napoletane (e sulle loro presunte eredità discuteremo), chiamavano da parte gli attori, per accordarsi sullo svolgimento del canovaccio. Totò ricorda, che Petito radunava gli attori e diceva “Se io schiocco le dita, tu dici questa battuta, se tossisco, l’altro dirà …”  . Quindi l’improvvisazione non contempla il trivio. A meno che non si tratti di un utilizzo calcolato e consapevole allo scopo di rievocare il linguaggio scurrile dei bassi. E quindi, bisogna invece differenziare e tratteggiare un modo di fare teatro che pesca dalla tradizione favolistica popolare e che adopera i nomi dei genitali maschili e femminili per dare spettacolo, che ha invece una motivazione quasi onirica, bambinesca. E questo filone poi distaccato in una certa maniera dalla tradizione di Scarpetta, Potito e Viviani, rende il linguaggio teatrale uno strumento di rievocazione. Vi riecheggiano i  miti, le favole, le storie piccole del quotidiano con le espressioni del pubblico a cui è rivolto. Di solito, erano i bambini e la plebe alla quale si tramandava il teatro orale soprattutto a scopo d’intrattenimento fine a se stesso. Interprete straordinario di questa narrazione, che parte dal teatro greco-latino delle atellane, è Beppe Barra, che riesce a far ridere usando la volgarità col proposito esplicito di comunicare come comunicano le donne dei bassi, gli uomini di malaffare e i bambini, e che come fanno i bambini gioca in maniera scanzonata e di proposito con le parolacce.

Tutto ciò, oltre ad aggiungere che pure il resto dello spettacolo si è dimostrato scadente, per stonature durante le canzoni e scarsa qualità recitativa, per dire che personaggi che sempre sono stati relegati a ruoli di caratteristi minori e non protagonisti, dovevano restare nell’ambito di ciò che i cartelloni cinematografici americani definiscono “guest star”.

C’è stata infatti, per il grosso vuoto lasciato dagli immensi monumenti del teatro partenopeo, una corsa spropositata a cercare di ciascuno l’erede, o presunto tale, per facilitare i registi, che senza spinta ideologica, sarebbero rimasti sconosciuti, a farsi strada tra finanziamenti immeritati ed emolumenti, a sfondare. A spese però dei poveretti presunti eredi, che esaurita la notorietà internazionale, restano armati delle loro vecchie povere risorse di comparsa. E qui, solo Pirandello (non a caso) potrebbe narrare in una sua opera i meccanismi di povertà umana e di pietà che muovono questo cosmo apparente del cinema e del teatro nostrani.

Dicevamo, che scomparsi Eduardo, Totò, Raffale Viviani, a parte una rara eccezione troppo presto consumata, Massimo Troisi, si è cercato, senza che gli interessati diretti, lo avessero chiesto, o addirittura sperato, di colmare questi vuoti abissali solo per scopi lucrativi. E’ chiaro infatti che una cosa è presentare un semisconosciuto così senza caratteristiche ben definite, e un’altra è pomparlo come erede di…

Mi dispiace dirlo e constatarlo ma eredi non ce ne sono. Semmai possiamo parlare di buoni, ottimi interpreti di questo o quell’altro genio, ma niente di diverso.

Partiamo dagli eredi di sangue, presunti eredi di palcoscenico. Con garbo, e tutto il rispetto, l’onore che bisogna loro attribuire, i figli di Eduardo, Titina e Peppino de Filippo non possono neppure loro, essere definiti eredi teatrali dei genitori.

Sono degli strabilianti attori, dei grandissimi interpreti ma non rendono in scena come i loro illustri genitori. E’ semplice spiegarne il motivo, neppure tanto originale, Eduardo scriveva le parti che interpretava per sé, solo per sé. Così pure il fratello Peppino e la sorella Titina.

Per quanto riguarda i presunti eredi “artistici”, chiuderei subito qui la discussione, se non fosse scorretto e presuntuoso non argomentare.

Gli eredi non esistono. Per il semplice fatto che quei geni che furono i grandi del nostro teatro, interpretavano il ruolo di uomini, perché la loro vera essenza era la recitazione. E la loro recitazione non era altro che il loro modo di vivere.

Una volta- e lo cito ancora- un attore hollywoodiano chiese a Sordi come faceva ad interpretare tutti quei personaggi. Lui rispose “… mi metto il cappello da pompiere, un’altra volta da vigile, da soldato…”. Perché la recitazione dei grandi lascia invariato il loro modo di esprimere se stessi, la propria unicità. Un’unica vita che si narra attraverso migliaia di facce e sfaccettature. E poi le caratteristiche dei personaggi interpretate da Viviani, Totò, Eduardo sono la risultanza delle sofferenze, delle gioie, dei dolori, delle angosce, della fame, della miseria, convergenti in ciascuno di questi grandi interpreti dell’Arte. Così che i singoli stati d’animo possano manifestarsi nel protagonista della commedia solo se davvero appartengono a chi li espone nella rappresentazione teatrale.

Un breve discorso a parte si deve fare per Totò, che tra questi citati è più famoso per il cinema che per il teatro e che ad esso prestò il suo volto solo per l’avanspettacolo e per la rivista.

Per sua fortuna e intelligenza, Liliana De Curtis, sua figlia apparve solo in pochi film. La più tenera sequenza appartiene a “San Giovanni decollato”, piccolo gioiello del nostro Cinema, dove recita in una brevissima scena col papà. E quindi per Totò, il discorso “ereditario” si è subito distratto verso gli eredi “artistici”.

Totò unisce il surrealismo funambolico della marionetta alle iperboli comiche del personaggio da lui incarnato. Se Sordi dice che lui ogni volta indossava un cappello diverso, nel caso di Totò, non era l’attore De Curtis a interpretare di volta in volta, un personaggio diverso, ma la maschera da lui creata, a clonarsi in copie diverse di un’unica entità teatrale.

Se i De Filippo, I Viviani e altri grandi erano nati attori e interpretavano uomini. Totò apparteneva alla categoria delle maschere. Della mitologia teatrale. Per questo, nessuno, mai, potrà in qualche maniera riportare i connotati di quella comicità in un personaggio originale. Perché di questo si tratta, isolare gli elementi comici di Totò, attualizzarli (quindi snaturandoli) e riposizionarli in una recitazione spazio-temporale consona a quel tipo di comicità.

E quindi, fintanto che gli eredi saranno convinti di essere davvero eredi assisteremo a mediocri cabaret che giocano su quelli che per i grandi erano paradossi, e che per loro sono stereotipi e retoriche di terz’ordine. E come, del resto, avviene in tutte le arti, elogiando la misera imitazione che non raggiunge neppure la categoria dell’emulazione, anche a teatro e nel cinema siamo condannati a leggere critiche entusiastiche su sconosciuti cortigiani, e a trattare da geni, chi in verità si limita a recitare con rigore.

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