40 anni…ancora Amici.

di Stanislao Scognamiglio - Il 15 Agosto 1975, quarant’anni fa esatti, uscì , nelle sale cinematografiche italiane, un film destinato a fare la storia del nostro cinema: Amici miei.

Pietro Germi, che non fece in tempo a dirigere le riprese perché scomparve un anno prima, alla fine della stesura del soggetto, aveva preso spunto dalla storia di un gruppo di amici fiorentini realmente esistiti. E così nacquero le “zingarate” del conte Mascetti, del primario Alfeo Sassaroli, del barista Necchi, dell’architetto Rambaldo Melandri e del giornalista Giorgio Perozzi, che è la voce narrante del film. Interpretati rispettivamente da Tognazzi, Celi, Duilio del Prete, Moschin e Noiret.

Alla scomparsa di Germi, la direzione fu affidata a Mario Monicelli, che, per omaggiarlo, nei titoli iniziali scrive “Un film di Pietro Germi”.

A quasi tutti è nota la trama, cioè la storia di cinque uomini di mezza età che per allontanare la noia e la tristezza del quotidiano escogitano le “zingarate”, ovvero periodi di tempo invariabili in cui si parte senza meta, a suon di scherzi e osterie.

Il conte decaduto Mascetti, ha sperperato il suo immenso patrimonio e quello della moglie, Alice,  e campa di espedienti per mantenere viva la sua relazione con una studentessa, figlia di un colonnello e continua a scialacquare denaro prestato spesso a usura con donne diverse, mentre tiene moglie e figlia presso una collina pistoiese a soffrire gli stenti del freddo e della fame. Fin quando gli amici non si accordano col proprietario di uno scantinato per pagargli due terzi dell’affitto sottobanco e dare così alloggio al Mascetti e famiglia.

Le sue vicende si intrecciano con quelle di Perozzi, caporedattore di un giornale che ha una moglie e un figlio che non comprendono la sua goliardia e lo trattano da fallito, del barista Necchi che gestisce con la consorte un bar al centro di Firenze, del prof. Sassaroli(che si unirà in un secondo tempo alla comitiva di amici), uomo disincantato e cinico che ha sposato una donna molto più giovane di lui, di cui si innamora il romantico Melandri.

Uomo intelligente, Sassaroli, è cosciente del fatto che la relazione coniugale non può reggere alla differenza d’età e al carattere nevrotico della moglie, cede l’ “intero pacco”, costituito da moglie, figlie, cane San Bernardo e governante tedesca all’ignaro Melandri, che non è in grado di mantenere lo stesso tenore di vita cui Donatella, la moglie del medico, era abituata e, proprio su consiglio del rivale-amico, silenziosamente, una sera l’abbandona.

La storia imperniata su questa trama si conclude dopo l’ultima zingarata dei cinque che per “vendicarsi” di un vecchio cliente fastidioso e opportunista di Necchi, gli fanno credere di essere una banda di gangster che vedrà la sua disfatta contro il famoso clan dei marsigliesi. Ma poi Perozzi, alla fine di una giornata in cui aveva solo progettato la zingarata, si sente male e muore d’infarto, subendo l’ultimo spregio della moglie che dice “non è morto nessuno”.

 

Il film, che per escamotage narrativo potrebbe aver ispirato Sergio Leone per “C’era una volta in America”, è appunto giocato sui flash back e sul filo della memoria. E non potrebbe essere diversamente, dal momento che sebbene il risultato armonioso e poetico, riesca sempre a far ridere, ha per protagonista la malinconia dei ricordi.

Ed anche le atmosfere, a partire da quella evocata dalla bellissima colonna sonora di Rustichelli, animata da un crescendo di un motivo di giostre o di carillon evoca amori, passioni, delusioni e amarezze in abbondanza. Il ridere dei protagonisti è di pancia ma ad un certo punto, si ferma di botto, e la vita, come nel finale, ricade nella mediocrità del quotidiano, nella paura della morte, che le zingarate esorcizzano.

E poi ci sono le luci, la fotografia, che a distanza di quarant’anni portano lo spettatore che lo rivede per l’ennesima volta, beandosi delle supercazzole, a sentirsi a sua volta, protagonista, compagno di giochi di quei volti beffardi e rassicuranti di quei buoni amici. E si ritrova a scappare lontano agognando di partire su quel treno di cui mille volte ha riso, ha partecipato nella scena degli schiaffi…I toni soffusi e la nebbiolina delle campagne toscane, l’alba pallida e rosea di Firenze d’inverno, sono la cornice ideale per la malinconia. E capita che mentre osservi i fumetti di condensa uscire dalle bocche di Perozzi e Mascetti in una di quelle scene ambientate di primo mattino, pensi che la condensa da bocca non la vedi più da un pezzo, o magari sei inaridito a tal punto da non farci più caso. E il rosa del sole in mezzo alle antichità non ha lo stesso colore di quello che, talvolta, distrattamente guardi in qualche alba in cui, per motivi di lavoro, sei costretto ad uscire prima di casa. E poi i particolari dei fumi dei comignoli delle case in campagna fanno assaporare i favolosi funghi porcini del “Ramaiolo”, l’osteria dove in una scena, prendendo crudelmente in giro il conte, vogliono condurvelo, facendo “la sottoscrizione”, ovvero una disonorevole colletta.

Quante volte li abbiamo invidiati per la loro libertà, i cinque amici, per la loro capacità di fregarsene delle convenzioni e di vivere ogni giorno come fosse l’ultimo della vita, come accade al protagonista Perozzi, che morendo, non resiste e confessandosi fa la supercazzora al sacerdote che gli impartisce i sacramenti.

I cinque amici, secondo taluni, non sono altro, che la personificazione del loro autore, Pietro Germi, che avrebbe, in questo film, voluto salutare la vita e gli amici (Amici miei appunto) raccontando la maniera in cui si deve vivere per non sentire il fardello dell’esistenza e della sua fine naturale.

Ma i cinque amici sono ben altro, sono lo stesso volto di un disagio comune che è appunto il vivere che, quando diventa insopportabile, ha bisogno di diversivi, per esorcizzare la morte, che poi, all’improvviso, come nel caso di Perozzi, coglie quando meno te l’aspetti.

Il volto della morte, che nel terzo film della serie, viene evocata a gran voce dal conte Mascetti vecchio e in sedia a rotelle, in viaggio al Polo, a volte non è più terribile della solitudine, dell’anonimato, dell’alienazione.

Un meccanismo subdolo dell’alienazione passa per la crisi d’identità, che logora dal fondo chi ne soffre, la società moderna stessa piena di ansie e contraddizioni, che reclama sempre, a forza di competitività, nuove dolorose prove, nuovi dolorosi affanni e l’individuo ne resta schiacciato.

Egli però ha una difesa, prendere la distanza da ciò che lo tormenta e supera in questo modo ogni crisi. Ecco perché, a proposito di identità decadute, una delle battute finali del film è emblematica e dà quasi la ricetta del vivere bene. Infatti quando muore Perozzi e la moglie con disprezzo afferma”Non è morto nessuno”, dopo l’iniziale gelata reazione degli amici superstiti, sentiamo con piacere Melandri che afferma “Ma perché, è obbligatorio essere qualcuno?”.

 E quindi quasi per imparare a convivere con questi dolori quotidiani, gli amici escogitano gli scherzi, spesso crudeli, feroci perché la vita è crudele e perché in fondo, come spiegano in diverse occasioni,la vittima merita lo sfottò o la vendetta perché è più crudele nella sua ignavia, nella sua grettezza, della vita stessa. E allora i cinque come una sorta di supereroi dell’allegria, puntano da lontano, come fa il Sassaroli col teodolite nella scena dell’abbattimento dei paeselli, e scovano la bruttura, l’ingiustizia, l’avventura erotica, il gradasso di turno e fanno a modo loro giustizia. Salgono sull’automobile intonano la famosa aria del Rigoletto “Bella figlia dell’amore”, sfidano colline e tornanti, nebbia e pioggerelle autunnali fin quando non scovano il bersaglio e scientificamente, pezzo dopo pezzo, non lo distruggono, lo smontano, rendono vana tutta la protervia, la cialtroneria, la meschinità e lo asfaltano.

 

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