Il Nilo di Napoli tra Arte e Misteri

di Stanislao Scognamiglio - La statua raffigurante il dio Nilo, nella piazzetta omonima del centro antico di Napoli, rappresenta una testimonianza fondamentale per la Tradizione esoterica, in quanto è la testimonianza della presenza del nucleo egizio alessandrino in una

vasta zona che dal porto all’area dei decumani è ricco di monumenti e tracciati segni di un sincretismo religioso e iniziatico che fino al sopravvento del cristianesimo, era multi culturalmente rappresentato. Nella stessa area, infatti, grazie alla sostanziale tolleranza dei greci e dei romani per i culti cosiddetti orientali, convivevano pacificamente mitraismo, culti di origine egizia, e le manifestazioni delle liturgie paleocristiane. Addirittura la venerazione per il dio Mitra era regolata da cerimonie quasi perfettamente sovrapponibili alla religione cristiana e i sacerdoti dell’una e dell’altra religione, talvolta officiavano insieme.

E il mio studio, una sorta di raccolta di indizi che partono dalla simbologia dell’Egitto predinastico, vuole solamente dimostrare la continuità temporale e tradizionale con quel complesso antichissimo di religione e simbologia millenaria, che attraverso strade labirintiche, e talvolta lievemente discordi è giunta fino a noi, proprio partendo da quel nucleo “magnetico” che è il Corpo di Napoli.

Partiamo da Iside, la dea compagna e sorella di Osiride.

Nella mitologia classica egizia, codificata come abbiamo detto, in epoca predinastica, cioè prima dei faraoni, dall’architetto della piramide a gradoni Imothep, sia lei, che il suo sposo Osiride erano le ipostasi di princìpi naturali, non tanto l’astro Sole e il satellite Luna, ma ciò che un significato ben più profondo nasconde, cioè la forza vivificatrice del Sole e quella regolatrice di flussi acquei della Luna, così come Horus, loro figlio, che viene generalmente a sua volta indicato come divinità del Sole è in realtà il principio della Luce solare apportatrice di poteri miracolosi e di rigenerazione, legata proprio alla brillantezza dell’Oro. Infatti la parola stessa Aurum, ha radice comune nel più assonante con l’italiano ‘Or, che significa ciò che splende e sta in alto. Parola ebraica usata nella Genesi quando nella Bibbia si narra che Dio pronunciò “ ‘ Or” e la Luce fu. Ovvero ‘Or Ve ‘Or. E lo stesso nome di Horus è una latinizzazione della sillaba HR, vocalizzata con HRa.

Tutto questo per dire che la dea invece raffigurata nella Napoli del III secolo dopo Cristo, non è più il principio regale lunare, ma una dea, che avente già in sé doti magiche e soprannaturali, come il potere di risorgere i morti, viene accomunata a altre divinità del pantheon greco-romano e in questa forma. Per cui si identifica con dee dell’oltretomba e dell’agricoltura, come Persefone, Demetra e addirittura Giunone e Venere, memore delle divinità mesopotamiche Ishtar, Astarte e la sumera Inanna.

Ma il culto di Iside, e in parte, quello di Osiride, sono i promotori di correnti iniziatiche che dalla radice dell’Antico Egitto, giungono fino a noi toccando proprio le radici arcaiche della cultura partenopea. Infatti, come asserisce la studiosa Buggio, nel ricordo di tracce di un tempio dedicato ad Iside, simile a quello ritrovato a Pompei, Don Raimondo di Sangro, settimo principe di Sansevero, progetta la cappella di Santa Maria della Pietatella, meglio conosciuta come Cappella Sansevero per motivi meramente turistici(in quanto la famiglia era di Sangro, perché il titolo di principe fu riservato a pochi suoi membri), seguendo le stesse disposizioni architettoniche del tempio dedicato alla dea. Particolare non secondario anche relativo alla conservazione della memoria dei culti Isiaci e della particolare attenzione posta all’Egitto, risiede nel fatto che la famiglia di Sangro deteneva da secoli il seggio cittadino “del Nilo”. Per cui, quasi come feudatari potevano disporre delle strutture edilizie della zona.

Proprio perché il principe era a conoscenza della presenza del tempio isiaco, è facile capire il motivo per cui originariamente, il meraviglioso Cristo Velato di Sammartino, che probabilmente era parte di una raffigurazione iniziatica che comprendeva La Pudiciziae il Disinganno, le altre due sublimi statue della Cappella, risiedeva nella cavea sotterranea, quasi a ricordare la morte di Osiride, pronto alla resurrezione, dopo aver affrontato il processo di putrefazione.

Queste conoscenze profonde della simbologia esoterica, del Principe di Sansevero, che, ricordiamolo, fu il primo Gran Maestro della massoneria napoletana, lasciarono moltiplicarsi voci, che probabilmente hanno molto di vero, della fondazione da parte sua dell’Ordine Egizio-Osirideo, tirato in ballo anche da Cagliostro per fondare un’ obbedienza massonica chiamata Rito di Menphis o Misraim.

Il compito di analizzare poi le “discendenze” o “ascendenze” da questo o quell’altro rito, non spetta a chi fa un’indagine solo di carattere iniziatico simbolico. Ma chi come il sottoscritto pone un certo rigore nella ricerca,  deve dire che, riscontrando certe bizzarrie nel tramandare alcuni riti di presunta derivazione egizia, quanto meno, i suddetti riti siano stati rimaneggiati da influssi spiritualistici e cialtroneschi che nulla hanno a che vedere con le profonde manifestazioni ancestrali che non possono essere che ripetute da bocca di maestro alle orecchie dell’allievo. Ma perfino nelle pieghe della bizzarria, del fenomeno di baraccone, chi possiede un occhio abituato all’indagine può scovarvi brandelli di sapienza millenaria.

Il rito Egizio-Osirideo, infatti, che con molta probabilità ha legami diretti o indiretti col principe di Sansevero, ha il merito di perpetuare anche se magari in forma occidentalizzata canoni e modalità operative che risalgono nella forma originaria alla classe sacerdotale egizia ed asciugando parecchi barocchismi probabilmente custodisce verità iniziatiche considerevoli. Prova ne sia la loro sopravvivenza proprio attraverso studiosi di esoterismo di grande portata che si intrecciano perfino con le vicende del grande teatro napoletano, toccando seppure tangenzialmente il grande Eduardo De Filippo.

Nella sua commedia, Il contratto, Eduardo con la sua capacità di lettura delle infinite sfumature del genere umano, interpreta un personaggio che coglie, sin dagli esordi, il carattere ambiguo di certi maghi, guaritori, esoteristi. Dietro una cortina cialtronesca, magari per sentito dire, essi si rifanno in maniera esatta a terminologie della Tradizione esoterica reale. Così, il protagonista Geronta Sebezio, utilizza costrutti fraseologici come “catena d’amore”, “resurrezione”, tipici di società iniziatiche. Verrebbe la tentazione di affrettare argomentazioni a favore o meno di una presunta affiliazione del grande commediografo, tagliando corto e riassumendo semplicisticamente “Eduardo era un esoterista”. Ma sebbene, come detto, nelle sue messe in scena tornino, come pure nella Grande magia tematiche addirittura riferibili a Bruno e alla magia naturale, credo che Eduardo abbia prevalentemente utilizzato il tipo del mago per tracciare ancora una volta l’ambiguità dell’animo umano, soprattutto di certi personaggi che apparentemente negativi, smascherano il cinismo e l’individualismo di chi travestito da dimesso e mediocre è essere abbietto.

Ne “Il contratto” già dalla prima scena, c’è una familiarità con il mistero molto poco allusa, tant’è vero, che Guttuso, artista esperto di esoterismo, vuole ad ogni costo disegnarne la scenografia. E il sottoscritto, basandosi anche sulle testimonianze di Luca De Filippo che ricorda il “Geronta Sebezio”, rivista culturale di fine Ottocento, pensa ad una conoscenza indiretta da parte del Nostro, che se ne servirà solo come substrato culturale su cui lavorare e come base psicologica per strutturare il protagonista. Geronta Sebezio, infatti dice di poter resuscitare i morti a patto che egli abbia stabilito una catena di sentimenti d’affetto e di riconoscenza nei suoi confronti, tale da meritare, attraverso questa “catena d’amore” che si stabilisce tra congiunti e morto, la resurrezione. A suggello di questo patto, l’imbroglione Geronta, fine conoscitore dell’animo umano, fa firmare ai candidati alla rinascita un contratto. Ma nelle pieghe dell’atto egli riesce a ricavare profitto personale.

Quando ho affrontato lo studio del personaggio teatrale di Geronta Sebezio, avevo concluso che Eduardo, avendo una conoscenza indiretta del periodico omonimo e testimone di fenomeni esoterici degli inizi del Novecento, vi avesse costruito la figura del mago cialtrone. Invece un Geronta Sebezio è davvero esistito, anzi ne sono esistiti più d’uno. Infatti, a partire dalla fine del Settecento, tale Bocchini, alto grado del riesumato Ordine Egizio – Osirideo prese il nome iniziatico, a ricordo dei sacerdoti del Nilo, il fiume della vita, di Geronta Sebezio, collegandosi alla tradizione più italica di un altro fiume sacro il Sebeto.

Un suo allievo, Pasquale Altavilla, che prima aveva fondato la “Compagnia del Sebeto”, prende a sua volta il nome iniziatico del maestro Bocchini. E si fa chiamare anch’egli Geronta Sebezio. Ma Altavilla poi entrò nella compagnia di Eduardo Scarpetta… il padre di Eduardo, e quindi molto credibilmente De Filippo, colpito da bambino dal personaggio, studia sui caratteri misteriosi di “Zi Pascale” il taumaturgo che (ecco che torna Iside) risorge dalla morte.

E da quell’Ordine si diramano diverse scuole di tradizione isiaca, e in una in particolare che afferma di afferire a quel leggendario Ordine che nasce a Napoli dalla radice alessandrina del dio Nilo, quella del martinismo napolitano, si fanno strada tre illustri personaggi avvolti in aloni di mistero e leggenda. Si tratta di Giustiniano Lebano di Torre Annunziata, De Servis di Portici e del suo allievo Giuliano Kremmerz, al secolo Ciro Formisano. Dei tre, quest’ultimo, che è maggiormente conosciuto in Francia e nel resto d’Europa per opere di fondamentale importanza come “Introduzione alla Magia” in tre tomi, è quello più fecondo, sia nella discutibile pretesa di rendere divulgabili alcuni procedimenti tradizionali, sia per aver dato, pioniere insieme ad altri, dignità di discipline all’omeopatia, e allo studio degli effetti terapeutici delle piante, infatti asseriva che compito fondamentale è quello di curare il corpo per rendere lo spirito libero e pronto alla reintegrazione con l’Universo, attraverso lo studio dell’alchimia e della Cabala, che partendo dai rituali isiaci dei principi lunari e solari, giungono fino a noi attraverso varie culture  che in Napoli antica, a partire dagli adoratori alessandrini del Nilo, trovarono grande diffusione.

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