La statua del Nilo al "Corpo di Napoli"

di Gennaro Carotenuto - Napoli è una città ricca di storia, la cui complessità sociale e culturale contribuisce a renderla unica non solo in Italia, ma in tutto il mondo. Antica colonia greca dell’VIII-VII secolo a.C., un tempo chiamata Partenope, a seguito della distruzione del primo insediamento, fu rifondata

successivamente nel VI secolo a.C. con il nome di Neapolis (città nuova).
Grazie alla sua posizione geografica e ai legami con la madrepatria, Neapolis divenne presto uno dei centri portuali più importanti e strategici del Mediterraneo. I traffici commerciali resero la città fiorente e, di conseguenza, meta di genti di razze e nazionalità diverse, contribuendo a modellarla, nel corso dei millenni, sui sedimenti stratificati delle diverse culture e dei popoli che l’hanno dominata e abitata portando con sé le proprie religioni, usi e costumi.
Crocevia di svariate culture, si attesta a Napoli, nel corso della sua storia, anche la presenza di
varie tradizioni iniziatiche, cenacoli culturali e associazioni segrete. Dai culti egizi alle scuole
pitagoriche, passando per la tradizione ermetica e alchemica e l’influenza delle culture araba ed
ebraica: nelle vene di pietra di questa città scorrono rivoli di sapienza millenaria e arcana che
nel corso dei secoli ha favorito il proliferare di scuole e accademie e ha dato accoglienza a saggi,
scienziati, letterati, filosofi.
In questo scenario, naturalmente, non poteva mancare la forte influenza dell’Antico
Egitto, con il suo patrimonio immenso di suggestioni, credenze religiose, arte, conoscenze
scientifiche e, non ultimo, dottrine esoteriche, che, ben oltre la moda di un’epoca, aveva già
influenzato e affascinato prima il mondo della Grecia Antica e poi quello di Roma. Le prime
tracce del contatto tra Napoli e le ricchezze della cultura egizia, complessa, raffinatissima e
millenaria, risalgono praticamente al tempo della sua fondazione: a Napoli, infatti, fin
dall’antichità il culto di Iside era arrivato in città grazie ai traffici commerciali che videro
mercanti medio-orientali approdare nei porti italici per il commercio di beni. Molti di questi
mercanti erano stanziati nella vicina Puteoli (Pozzuoli) e furono gli artefici della rapida
diffusione del culto isiaco sul territorio partenopeo e campano in generale, testimoniati a Napoli
dai resti di un’iscrizione votiva dedicata alla dea Iside (II secolo a.C.), una statua e il ricordo di
un tempietto costruito dai suoi devoti nella “Regio Nilensis”. Quasi certamente i primi a
praticare i culti egizi in Italia furono gli
immigrati stranieri, in maggioranza schiavi e liberti che contribuirono a diffonderli anche tra gli abitanti del luogo, genti di diverse etnie e classi sociali. E, nel luogo che ancora oggi è chiamato “Piazzetta Nilo” (denominato anche “Largo Corpo di  Napoli”), ubicato nel centro storico di
Napoli (sul Decumano inferiore tra Piazza San Domenico Maggiore e Largo Corpo di Napoli), si stabilì fin dalla prima età mperiale una comunità di mercanti e marinai egiziani
provenienti da Alessandria d’Egitto. Tale comunità – le cui colonie venivano chiamate dai napoletani “nilesi” – prese dimora nell’area della città greca, appunto la “Regio Nilensis” e aveva un proprio “cardo” chiamato “Vicus Alexandrinus” (l’attuale Via Nilo). Questo largo conserva il nome del fiume tanto caro agli Egizi, considerato come una vera e propria divinità,
simboleggiante la fertilità, per essere la maggiore fonte di ricchezza in quella regione, inondata
e fecondata dal prezioso limo trasportato dal suo maestoso e lunghissimo corso, dal quale
dipendeva la vita stessa del popolo. Questa comunità, nel periodo tra il II e il III secolo d.C., volle
erigere una statua in marmo bianco alla divinità fluviale, a memoria delle sue origini, raffigurandola secondo la consueta immagine ellenistica del vecchio sdraiato e
appoggiato su una roccia, dalla quale sgorga l'acqua.
Statua romana del fiume-dio Nilo, la scultura rappresenta la personificazione del dio Nilo, rappresentato come un vecchio che giace
disteso sulle onde del fiume, seminudo, possente
e muscoloso, col viso arricchito da una saggia
barba lunga. Si appoggia col braccio sinistro su una piccola sfinge (per ricordare il luogo di provenienza), che gli nasconde la mano, mentre con la destra mantiene una cornucopia, da sempre simbolo di ricchezza e prosperità, adornata con fiori (tra i quali il loto, caro agli Egizi) ed  elementi di varia natura, simbolo della fertilità caratteristica del fiume egizio di cui porta il nome.

Presso i suoi piedi c'è la testa (non più visibile, perché il corpo risulta decapitato) di un
coccodrillo, simbolo dell’Egitto. La simbologia è rafforzata dalla presenza di un bambino che
sembra volersi arrampicare sul petto del dio, probabilmente raffigurante un affluente del fiume.


Per cause varie, forse per l'ostilità della religione ufficiale verso i culti paralleli o addirittura contrari alle credenze riconosciute (si fa riferimento, in particolare, a quelli dedicati ad Iside, famosissimi, ma paradossalmente segreti), la statua del dio Nilo fu spodestata e perduta.
Dopo vari secoli di oblio, in epoca medievale, verso la metà del XIII secolo, durante gli scavi delle fondamenta della costruzione della sede del seggio (o Sedile) di quella regione, sebbene senza testa e deteriorata, la scultura marmorea fu ritrovata e riconosciuta essere la statua del dio Nilo, il cui nome fu dato anche al seggio e, così, collocata all'angolo esterno dell'edificio. Ripiombata successivamente nell'oblio, fu di nuovo riscoperta nel 1476, durante i lavori di demolizione di parte dell'antico edificio del seggio del Nilo, ormai fatiscente, avendo le famiglie del seggio del Nilo acquistato per la nuova sede una parte del monastero di Santa Maria Donnaromita.
A causa dell’assenza della testa, che non permise un'identificazione certa del soggetto, fu interpretata erroneamente come la statua di un personaggio femminile, anche per via della presenza di alcuni bambini (i putti) che sembravano allattarsi al seno materno.
L’opera, secondo le cronache antiche, stava a simboleggiare la città madre che allatta i propri figli e, quindi, fu attribuita al mito della sirena Partenope, il cui culto alimentò la leggenda del “Corpo di Napoli”, da cui il nome o' Cuorp ‘e Napule, che si estese al Largo dove la statua del dio Nilo è tuttora ubicata. L’incanto della sirena Partenope svanì a seguito dei lavori di restauro succedutisi nel tempo.
Il primo fu eseguito nel 1657, quando fu totalmente demolito il vecchio edificio del Sedile, ad
opera di Bartolomeo Mori, su commissione delle famiglie del Seggio, che, posto il blocco di
marmo su un basamento in piperno e travertino a forma di parallelepipedo, integrò la statua
con la testa del dio barbuto, sostituì il braccio destro, apportandovi una cornucopia e aggiunse
la testa di un coccodrillo presso i piedi e quella di una sfinge, sotto il braccio sinistro con tre
putti, tutte le simbologie che attualmente vediamo, atte a onorare l’origine egizia. Sul
basamento fu posta un'epigrafe a ricordo. 


A seguito della perdita di questa prima epigrafe e di danneggiamento della statua, nel
1734 fu posta la lapide dettata da Matteo Egizio su cui è incisa inlatino la storia e le peripezie della
plurimillenaria scultura, ancora oggi visibile:


«Gli edili dell'anno 1667 provvidero a
restaurare e ad installare
l'antichissima statua del Nilo, già
eretta (secondo la tradizione) dagli
Alessandrini residenti nel circondario
come ad onorare una divinità patria,
poi successivamente rovinata dalle
ingiurie del tempo e decapitata,
affinché non restasse nell'abbandono
una statua che ha dato la fama a questo
quartiere. Gli edili dell'anno
1734 provvidero invece a consolidarla e
a corredarla di una nuova epigrafe,
sotto il patronato del principe Placido
Dentice. »

Ulteriori restauri furono eseguiti tra la fine del XVIII secolo e i primi anni del XIX dallo scultore
Angelo Viva, un giovane allievo di Giuseppe Sanmartino (il famoso autore del Cristo Velato),
che completò il rifacimento dell’intera scultura, a seguito di ennesimi pesanti atti vandalici. Lo stesso scultore narra esplicitamente di una statua ormai ridotta a «monco di busto» cui aveva ricostruito ex novo quasi tutte le membra e quasi tutti gli elementi decorativi che la circondavano
Durante il secondo dopoguerra, due dei tre putti che circondavano in basso la divinità
nonché la testa della sfinge che caratterizzava il blocco di marmo furono staccati e rubati,
probabilmente per rivenderli al mercato nero.
La testa della sfinge verrà ritrovata nel 2013 in Austria, dopo sessant'anni dal furto, dal Nucleo
Tutela Patrimonio Artistico dei Carabinieri.
L’ultimo restauro risale al mese di novembre 2014 con la sfinge trafugata nel dopoguerra, tornata al suo posto, grazie al contributo del popolo napoletano.
Oggi, dell’originale Corpo di Napoli o Statua del Nilo rimane ben poco della scultura dell'epoca imperiale romana, in quanto la statua è in gran parte frutto di integrazioni apportate nei secoli. Le parti "originali" rimaste sono davvero poche: il busto, gli arti inferiori velati e il braccio e spalla sinistri del dio, le onde su cui si distende, il coccodrillo e la sfinge, meno che le relative teste. 

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