Lettere Contemporanee

di Guido dell’Aquila - È doloroso doverlo rilevare, ma vi è una parte della critica letteraria contemporanea, non solo europea ma mondiale, la quale è dell’opinione che la letteratura si è incamminata in una via senza uscita, cioè che alla nostra subentrerà un’epoca caratterizzata da una

completa sparizione della letteratura. “Quali sono le tendenze dell’attuale letteratura”, oppure: “Dove va la letteratura”? Sono domande che destano meraviglia e non è facile dare ad esse una risposta precisa: “La letteratura va verso se stessa, verso la sua essenza che è la sparizione”, così risponde il critico francese Maurice Blanchot a conclusione del suo saggio “Le Livre à venir”.

Una affermazione grave, che porta naturalmente a meditare e a volgersi indietro per cercare di individuare, nei limiti del possibile, il momento in cui la letteratura ha imboccato la strada che dovrebbe esserle fatale. Diciamo “dovrebbe” perché non possiamo e non vogliamo credere che la fonte inesauribile delle lettere possa inaridirsi, magari soffocata dal crescente e continuo sviluppo tecnologico.

E’ nostra personale opinione che affermazioni come quella di Blanchot o di Roland Barthes siano determinate non da considerazioni sulla letteratura intesa quale manifestazione del pensiero dell’uomo ma dall’analisi della solo letteratura contemporanea. Nella storia delle lettere non esistono momenti distinti, in cui vecchie forme scompaiono e nuove forme sorgono, momenti, cioè, caratterizzati da vera e propria rivoluzione, bensì forme che si dissolvono per lasciarne germinare delle altre; parlare quindi di frontiere, di precisi limiti nel campo letterario è pressoché impossibile: essi sono mobili e mal precisabili. Ciò  premesso, diciamo che a chi si accosti ad essa osservandola con occhio superficiale, la letteratura moderna, quella letteratura che ampliata nei suoi limiti di spazio e di tempo e comprendente elementi ideali che possiamo definire europei, presenta pur nel molteplice e frammentario aspetto delle sue correnti, uno sconsolante, monotono panorama il cui elemento comune è un inquietante turbamento degli spiriti. Dall’invito dei crepuscolari alle gioie del ripiegamento interiore al dinamismo rivoluzionario dei futuristi, dalla poesia pura degli ermetici al desiderio di accostarsi a tutti i costi alla realtà dei realisti, la letteratura contemporanea pare avere la sua comune essenza psicologica in una latente insoddisfazione spirituale dove ogni interesse è volto verso quella parte dell’essere che sfugge al dominio della coscienza e alla vita razionale.

Dal Romanticismo in poi ogni nuova generazione letteraria sembra nascere all’insegna della negazione e della ribellione ad ogni tradizionale forma di cultura e di costume, negazione dell’antico Umanesimo, tutta protesa alla ricerca di una chimerica verità che una volta svelata ci offre lo spettacolo angoscioso di una umanità assurda, avvolta in una sorta di disperazione assurda anch’essa. Lo stesso procedimento espressivo di certi attualissimi nostri narratori –e non poteva essere, per ragioni tecnico-psicologiche, altrimenti- quando non provoca un senso di fastidio produce comunque inquietudine e turbamento: che sia il fine delle opere di tal genere? Certo che se così fosse alla letterature e più in generale alla cultura contemporanea dovrebbe soprattutto essere addebitata la crisi del mondo moderno, o quanto meno l’avere contribuito alla esasperazione della stessa. Ma, al di là di questa considerazione che meriterebbe un approfondimento psicologico sul rapporto libro-lettore, resta il fatto che la letteratura è ad una svolta drammatica, ma la sua curva fatale ci appare ancora distante, anche se soltanto una minoranza pare convalidare, con la sua presenza nel mondo letterario il nostro pacato ottimismo sul futuro delle lettere.

La letteratura non può continuare, come ha fatto sino ad oggi, a vivere compiacendosi in un atteggiamento esclusivamente rinnegatore, in rappresentazioni che tendono a mostrare la nullità della vita: tengano presente ciò gli impegnati ed i disimpegnati. Quanto di convulso, di esasperato e perfino inumano è nella letteratura moderna non appartiene all’arte e non può raggiungerci che nella zona del nostro io più accessibile alle suggestioni inquietanti che affluiscono a noi da ogni direzione. Si tratterà quindi di sbarazzarsene in tempo, come di ogni altro turbamento con una normale operazione della coscienza. Importa convincersi anche di fronte alla sfrenatezza ed alla disperazione, che l’arte non può mai nascere che per un atto di supremo equilibrio, di appassionata fiducia. E aver fede che questo avverrà sempre. 

 

 

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