Tra riti e credenze

di Adriana Longarzo - La magia è l’arte di modificare la realtà intorno a noi facendo prendere agli avvenimenti la piega che si vuole; è un rito al quale l’individuo si rivolge come disperato tentativo di speranza o di rifugio

da sofferenze e  da delusioni. E’ magia cercare di attirare la persona amata o le ricchezze,  usare incantesimi per allontanare chi non è gradito,  o  chi può costituire pericolo…. In che modo? Con la recitazione di formule , con procedimenti e riti particolari. In alcuni territori italiani la donna aveva raggiunto un adeguato grado di elevazione sociale, mentre in alcune aree del sud Italia viveva in evidente inferiorità rispetto all’uomo. La magia d’amore compare quando  comincia ad affermarsi il ruolo della donna nella società; può sciogliere un legame, ma anche legare, può separare da qualcuno che non interessa, ma anche unire ad una persona che si ama e ritenuta irraggiungibile mediante i “filtri d’amore”.

Nella medicina popolare, il sangue giovane, in particolare, costituisce una componente indispensabile nella preparazione di filtri magici,  unguenti e pomate; filtri d’amore  erano preparati con sangue umano estratto dal mignolo dello spasimante,  sciolto nel vino e offerto alla donna amata che non corrispondeva ai corteggiamenti. Potenti filtri d’amore venivano  preparati anticamente con la mela, regina della seduzione, la cui fama è tramandata dalla Bibbia, ed è presente  nella mitologia, soprattutto tra i Greci. Perfino tra gli Irochesi, antica popolazione del nord America, un albero di mele era ritenuto il centro del cielo; credenze che superano qualsiasi confine geografico e culturale, infatti anche nei paesi del nord Europa, nei misteriosi riti Voodoo dell’America centrale, la mela serviva a preparare potenti  filtri d’amore. I racconti medioevali  parlano spesso di mele fatate, ma anche della valeriana che si credeva fosse capace di suscitare l’amore e veniva anche usata come afrodisiaco; nella cultura popolare c’era anche una pianta adatta a conciliare l’amore, il mirto ,sacra a Venere che serviva per far riappacificare gli amanti: bastava tenerne stretto un rametto quando calava la luna e si dissipavano i dubbi d’amore!   

Fin dal tempo dei Romani la verbena fu considerata uno dei migliori filtri d’amore  tanto che Virgilio la denominava “herba Veneris”,la pianta che faceva scomparire le forze avverse che si opponevano agli amanti. Presso le culture del bacino del Mediterraneo,  una pianta che vantava una lunga tradizione come magica era la mandragora(o mandragola); essa suscitava la fantasia degli antichi per la somiglianza della radice con la figura umana e sembra che sia stato Pitagora uno dei primi a descrivere la radice come antropomorfa.

Come tutte le piante magiche, estirparla era considerato  pericoloso e questo compito era affidato ad un cane nero affamato che ci riusciva, ma rimettendoci la vita! Le virtù di questa pianta erano note dal II° millennio a.C. e la conoscenza è testimoniata da  reperti archeologici egiziani a partire dal XIV secolo a. C.(durante la V dinastia) ed era conosciuta dagli antichi Germani, dai Greci e dai Romani. E’ probabile che si identifichi con l’erba MOLU di Omero; infatti,  nel X libro dell’Odissea, il dio Hermes dona la magica erba ad Ulisse, l’uomo posto tra il chiarore luminoso di Hermes  e le tenebrose seduzioni della maga Circe. Egli sta tra cielo e caverna e la salvezza gli verrà da quel fiore che risana l’anima e che è un simbolo sensibile di quanto avviene dentro di lui: la radice è nera, il fiore è bianco ed è proprio grazie al potere che è in quest’ultimo che l’uomo si svincola dalle potenze tenebrose e il suo io spirituale si apre verso l’alto, bianco e puro. Questo rimedio alla fattura di Circe sarebbe, probabilmente,  riconducibile anche all’aglio(Ippocrate con “Moluza” indica la testa dell’aglio); la funzione di amuleto è tipica delle piante del sottosuolo che, nella tradizione precristiana mediterranea impersonavano le energie positive della terra. Il nome sanscrito dell’aglio significa “uccisore di mostri”, quindi capace di tenere lontani gli eventi negativi; in celtico “all” significa caldo, bruciante e in Egitto era considerato alla pari di una  divinità e veniva somministrato  agli schiavi per aumentarne la forza fisica.

 Di riti di magia davvero terribili parlava Orazio negli Epodi in cui Canidia , Sagana  e altre streghe cercavano di uccidere un bambino perché si sarebbero servite di alcune parti del suo corpo per farne potenti filtri d’amore. Al tempo dei Romani, le cerimonie magiche erano celebrate dalle matrone e per tutto il medioevo sopravvissero riti e credenze connesse ad una religione agraria,  ora cristiana. Stabilire confini precisi tra religione e magia non è facile: le falci dei contadini zelanti venivano poste con le punte rivolte verso il cielo per tagliare le nuvole che portavano pioggia e tempesta nel caso in cui non avessero avuto esito  nè l’accensione  dei ceri alla Candelora fatta dalle donne dopo aver chiuso le finestre nè  il suono delle campane locali unito a quello di altre chiese contro la grandine. Il ruolo paritario che rivestivano le donne nelle comunità rurali ostili al processo di modernizzazione, minacciava il consolidato potere maschile e il fenomeno della persecuzione delle streghe, probabilmente, nasce dall’eccessivo potere delle donne, soprattutto quelle delle comunità montane ; erano le donne, infatti, che nelle comunità arcaiche curavano i malati, stabilivano i tempi del piacere, della vita, della morte e gestivano il rapporto con gli spiriti. A loro ci si rivolgeva per tenere legati mariti e amanti.

L’arte della magia era, spesso,  esercitata da nobildonne; si tratta, infatti, di una  D’Avalos, ma le cronache riferiscono solo il nome di battesimo, Vittoria, la bella diavolessa che viene trafitta da san Michele Arcangelo in un dipinto di Leonardo da Pistoia, un artista toscano  che trascorse molti anni a Napoli, nella chiesa di Santa Maria del parto a Mergellina. E’ proprio lei che ha dato vita al popolare detto riferito allae fanciulle sfacciate: ”Si’ bella e ‘nfame comme ‘o diavolo ‘e Mergellina”! Questa nobildonna, novizia nel convento di S. Arcangelo a Baiano, si invaghì del vescovo Diomede  Carafa e, quindi, abbandonato il convento, convinse una fattucchiera a preparare una pozione che facesse innamorare di sé il religioso. Quindi, si recò da lui portandogli in omaggio delle zeppoline, cosa che avveniva spesso da parte di chi voleva farle distribuire  ai poveri; l’effetto fu devastante, tanto che il vescovo dovette rivolgersi ad un monaco procidano esperto di tecniche magiche il quale, dopo aver a lungo pregato e meditato, giunse alla conclusione che bisognava usare il potere catartico dell’immagine. Fu dato, quindi, l’incarico a Leonardo da Pistoia di rappresentare un poderoso S. Michele che sconfigge il diavolo col volto di donna da collocare in un luogo sacro e benedetto quotidianamente con l’acqua santa e così fu sciolta la fattura! 

Il Medioevo vide svilupparsi varie forme di  fascinazione, malocchio, stregoneria, legamenti ,il Rinascimento vide risorgere l’interesse per la demonologia come materia teologica, ma nel Mezzogiorno d’Italia si svilupparono forme  divinatorie frutto della contaminazione di un cattolicesimo popolare con la tradizione pagana che diedero vita, nel Regno di Napoli, alla” Bella ‘Mbriana”, lo spirito  benigno che proteggeva la casa, dal latino Meridiana perché appariva nelle ore del giorno di cui Mariana indicava l’ombra quasi a rappresentare quella sotto cui ripararsi o il significato etereo dell’essere; è un “antimunaciello”, spiritello dispettoso e bizzarro dal comportamento imprevedibile(presente anche nella mitologia nordica come folletto dispettoso e di piccola statura) addetto alla pulizia dei pozzi  di cui sfruttava i canali e gli stretti passaggi tra un’abitazione e l’altra e, quando il suo lavoro non veniva retribuito, diventava dispettoso e, talvolta, troppo…….galante!

Mentre l’Illuminismo europeo ripropone l’alternativa tra magia e razionalità, quello napoletano vive un fenomeno particolare che caratterizza l’intero Mezzogiorno: la” Jettatura” dal latino  iactare, gettare il malocchio che nacque verso la fine del ‘700 ad opera di Illuministi napoletani che contrapposero con ironia alla ragione umana riformatrice e pianificatrice della vita sociale, la figura dello” jettatore”, individuo che introduce sistematicamente e inconsapevolmente il disordine nella sfera  morale, sociale e naturale  della realtà e che fa andare sempre le cose di traverso. Un singolare compromesso, quindi, tra magia e razionalità  in un contesto  sociale dominato dal disordine,  dal caso  in cui le esigenze di razionalizzazione della vita incluse nel moto illuministico, non trovavano un tessuto civile pronto a riceverle! Quindi ,fascinazione ,fatture, incantesimi, sono fenomeni da ricondursi all’insicurezza e alla  potenza del negativo quotidiano, in particolare in alcune zone del Mezzogiorno d’Italia, come la Lucania, alla carenza di prospettive e di comportamenti razionali in grado di fronteggiare i momenti critici dell’esistenza e al momento magico affida la funzione riparatrice e reintegratrice. Come dice De Martino, infatti,:“La precarietà dei beni elementari della vita, la pressione esercitata sugli individui da parte di forze naturali e sociali non controllabili, la carenza di forme di assistenza sociale, l’asprezza della fatica nel quadro di un’economia agricola arretrata...costituiscono altrettante condizioni che favoriscono il mantenersi delle pratiche magiche. L’immensa potenza del negativo lungo tutto l’arco della vita individuale, col suo corteo di traumi frustrazioni...e, quindi,c’è il rischio che la stessa presenza individuale si smarrisca come centro di decisione e di scelta e naufraghi in una negazione che colpisce la stessa possibilità di un qualsiasi comportamento culturale “,afferma Ernesto de Martino nel suo “Sud e Magia” e sottolinea che “la magia è primitiva per eccellenza, così come è cosmopolita”.

Nell’antica Roma, Catullo, parlando del suo amore per Lesbia, dice: ”Dammi mille baci, e poi ancora mille…” ed aggiunge “Perché nessun maligno possa gettare il malocchio sapendo che è così grande il numero dei nostri baci...”. Il malocchio è, dunque, l’emanazione conscia o inconscia per mezzo dello sguardo, di un flusso energetico negativo da parte di soggetti forti psichicamente su individui più deboli per motivi di gelosia, invidia, odio. In senso psicologico-protettivo, le pratiche magiche hanno sempre successo per coloro che vi sono impegnati e in senso psicosomatico possono anche facilitare la guarigione. La tecnica  di protezione più diffusa è fare le corna e Adolphe Desbarolle ci spiega perché: si nasconde il pollice per evitare l’assorbimento del fluido malefico gettato dallo “jettatore” o “sicciaro”(colui che veste sempre di nero come il colore del liquido spruzzato dalla seppia per difendersi) , su di esso si nasconde l’anulare(dito di Apollo=la scienza che assorbe tutto) e il medio(dito di Saturno=la fatalità pronta ad aspirare qualsiasi influenza funesta) e si distendono le dita protettrici ,quello di Giove(l’indice= la dominazione che respinge) e quello di Mercurio(il mignolo, portatore del caduceo che protegge ,simbolo di prosperità e pace: una verga con 2 serpenti attorcigliati di opposto sesso che simboleggiano  le due polarità, maschile e femminile e ha il potere di fascinare i mortali). Un amuleto molto usato è il corno che si trova nelle botteghe, nelle case, come ciondolo di braccialetti e collane; addirittura risale all’età neolitica, nel 3500 a.C., quando gli abitanti delle capanne erano soliti appendere un corno sull’uscio delle capanne come simbolo di potenza e fertilità. Il ”curniciello”, per essere magico, deve essere rosso, colore che, secondo la tradizione popolare, è simbolo della fortuna, deve essere di corallo, materiale prezioso dotato del potere di scacciare il male e ancora “tuosto,  vacante, stuorto  e cu ‘a ponta”, non si compra ma si regala e dal momento in cui si punge il palmo della mano sinistra di qualcuno, è pronto a portargli fortuna! Nella trasposizione cinematografica della commedia di L. Pirandello, “La patente”, Totò fu mirabile interprete di uno jettatore, non appena viene avvistato dal popolino ,è oggetto di scongiuri di ogni tipo: c’è chi fa le corna, chi tocca ferro, chi  stringe un corno… .

La notte tra il 23 e il 24 giugno cade nel solstizio d’estate, periodo legato ad una serie di riti magici, credenze, celebrazioni  iniziatiche di cui la donne erano considerate le vere protagoniste; in quella notte i riti di chiaroveggenza erano in grado di svelare particolari legati all’amore, alla fortuna, alla salute. Nel napoletano, le giovani scioglievano anche il piombo e lo lasciavano per tutta la notte. Al mattino seguente ,il piombo aveva assunto forme diverse che avevano a che fare con il mestiere del futuro sposo(in altre zone d’Italia si usava l’uovo) e, inoltre, le fanciulle raccoglievano erbe per preparare filtri d’amore.

La tradizione medioevale voleva che tutte le streghe(dal latino strix ,un uccello dall’aspetto  orrendo, con artigli taglienti, becco  affilato a forma di uncino), dopo essersi spalmate con unguenti, volassero nel cielo per radunarsi sotto il grande noce di Benevento pronunziando la frase: ”Unguento, unguento, unguento, mandami alla noce di Benevento  supra  aqua  et  supra  vento et supra  omne maltempo”; una volta giunte sotto l’albero, dicevano:”Sott’all’acqua e sott’ ‘o viento,sott’ ’a noce ‘e Beneviento”. Il grande albero rappresentava la congiunzione tra naturale e soprannaturale, tra terra e cielo; fu abbattuto intorno al 665 dal vescovo Barbato che ne fece estirpare la radice dove trovò un demone che uccise con l’acqua santa. Lì, però, continuarono a svolgersi riti magici; si parlava di quest’albero già nell’88  d .C. ,e  una leggenda parlava di una notte di luna piena del 590 nella valle del fiume Sabato quando centinaia di fiaccole accese si muovevano intorno ad un noce secolare e nel 1427 S. Bernardino da Siena, durante un sermone quaresimale, si scagliava contro i raduni malefici presso la città sannita e Pietro Piperno scrisse addirittura un trattato nel 1635:”De nuce maga beneventana”. In epoca longobarda c’era un culto molto sentito che riguardava Benevento, il culto della vipera a due teste che ha, probabilmente, relazione con il culto di Iside, dea capace di dominare i serpenti, che risale all’epoca di Domiziano di cui ci sono molte testimonianze archeologiche che evidenziano la vipera o il serpente tra i simboli a lei pertinenti. I guerrieri longobardi erano soliti riunirsi intorno a un albero di noce lungo il fiume Sabato e gareggiavano correndo freneticamente per staccare pezzi della pelle di un caprone che pendeva dall’albero per poi mangiarli in onore di Wotan, padre degli dei. Proprio al culto di Iside, identificata con Ecate, dea degli Inferi, e Diana, dea della caccia, si collega probabilmente il nome” Janara” che, nella credenza popolare contadina era una strega il cui nome derivava da “Dianara” ,sacerdotessa di Diana, e “gioco di Diana” è definito il corteo di streghe perché è molto probabile che, in età preromana, nelle campagne beneventane, si praticassero culti misterici dedicati alla dea delle selve e della notte Jana; altro nome è “Sabba”, forse da Sabazio o Bacco, divinità che rappresentava l’elemento umido su cui influiva la Luna, o dall’ebraico Shabbath =riposare, festeggiare, o ancora da Sabbat, francese antico=sabato, forse da mettere in relazione all’antisemitismo medioevale che vedeva nei riti del sabato ebraico un insieme di atti perversi.

 E proprio da quel noce nacque la tradizione del Nocino: le noci raccolte ancora acerbe  nella notte tra il 23 e il 24 giugno, ancora oggi, vengono macerate nell’alcool per estrarne la rugiada magica, rimedio per tutti i mali e dotato di virtù magiche. Il nocino non è semplicemente un liquore da gustare, ma un concentrato di  saperi  e tradizioni che parte da lontano; il noce, da un lato, è simbolo di vita e rigenerazione i cui frutti, chiamati “ghiande di Giove” proteggono dal malocchio, il fiore è utilizzato per fare un rimedio floreale che favorisce  i cambiamenti (casa, divorzio, nascita). Cresce spesso agli incroci, quindi divide  i sentieri non solo materiali, ma anche emozionali, divisione che è anche nel seme con predominanza gemellare, i frutti sono riprodotti 2 a 2 o in aggregazione di 4. Ne parlava già Plinio considerandolo d’importanza sacrale nelle cerimonie nuziali dal momento che era protetto  dal doppio rivestimento del mallo e del guscio legnoso. GianBattista della Porta evidenziava la somiglianza della noce alla testa: il mallo corrisponde ai tegumenti del cranio, il guscio al cranio, l’endocarpo alle meningi, il gheriglio ai due emisferi cerebrali.  In questa notte magica, specchio della più esoterica  tradizione  iniziatica, avveniva la raccolta delle nuove piante bagnate di rugiada e intrise di nuova potenza. Il Sole, simbolo del fuoco divino, entra nella costellazione del Cancro,  simbolo delle acque e dominato dalla Luna, dando origine alle due opposte polarità: il Sole è la parte  maschile, la Luna è la parte femminile e il Sole, nel solstizio d’estate, raggiunge la sua massima inclinazione positiva. Simbolicamente ,questo fenomeno  è rappresentato dalla stella a 6 punte dove il triangolo di fuoco e quello dell’acqua si incrociano mostrando l’unione degli opposti. Il ponte di unione tra l’alto (sole) e il basso(luna) corrisponde, dentro di noi all’unione del sé manifesto e il sé nascosto, tra conscio e inconscio per perpetuare il miracolo della cosa unica, come diceva Ermete. Nei tempi più antichi, i solstizi erano chiamati “porte” per accedere a dimensioni ultraterrene ed hanno  entrambi  grande valore esoterico: quello invernale è il passaggio dalle tenebre alla luce che corrisponde allo stadio alchemico della “Nigredo”, quello d’estate alla “Rubedo” che è il compimento dell’opera. Nel  giorno di  S.Giovanni,  dunque, che ebbe grande importanza nella cultura celtica e poi in quella anglosassone, realtà e magia si confondono come nel “Sogno di una notte di mezza estate” di Shakespeare in cui una pozione magica versata sugli occhi fa nascere l’amore! Un ruolo centrale riveste il mare, infatti ,sulle coste di tutta l’Italia si accendono fuochi aspettando la mezzanotte, quel fuoco che purifica, che brucia per dare nuova vita. E’ magia anche mitigare  l’esperienza del negativo all’interno di una società  o allontanare le influenze maligne attraverso il canto e la danza e mi riferisco  a una delle danze più ricche di simbolismo: la Tarantella. Ha origini antichissime per l’influenza greca nel sud Italia; le coste della Magna Grecia, cuore dei riti dionisiaci, erano, secondo i Pitagorici ,il luogo ideale per vivere la liberazione dell’anima attraverso il canto e  la danza. Il nome deriverebbe, secondo alcuni, da TARAS, l’antica Taranto e forse Tarentinula, le vesti discinte che usavano i danzatori nei baccanali. Conferme si trovano  su molti vasi greci  e nella “stanza della parete nera di Pompei; la tarantella deriverebbe da  una danza fatta in onore di Dioniso, la Siccinnide, e proprio quel tipo di veste veniva usato in quelle occasioni.

Questi culti furono portati dai Greci nelle regioni  meridionali; secondo altri studiosi, il ballo deriva da “piccola taranta”, una danza estatica capace di indurre stati di trance. E’ il fenomeno del tarantismo di cui è protagonista di solito una donna che ha subito il morso della tarantola per la quale è fondamentale questa terapia coreutico-musicale.

Infatti, i movimenti convulsi provocano il rilascio delle endorfine la cui azione, insieme all’assunzione di molta acqua, provocando il vomito, leniva il morso della malmignatta(non della tarantola il cui morso è doloroso, porta gonfiore, ma non è pericoloso!).Diversi scrittori, tra cui il  Pontano, affermavano che il morso della tarantola serviva alle donne come pretesto  per ricercare i maschi  liberamente e agli uomini per giustificare i loro comportamenti nei riguardi di donne che, in preda agli effetti del morso, erano libere di essere impudiche! I riti magico-terapeutici come la Pizzica nel Salentino, la Trantella in Campania, il Salterello nel Lazio assunsero carattere apotropaico, ossia  avevano la funzione di esorcizzare  le influenze maligne!

 

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