Psicopoiesi di un atto creativo

di Alessandra Calabrese - “Creatività: capacità individuale, potenzialmente presente nei campi più diversi […], che consiste nel cogliere i rapporti tra le cose o le idee in modo nuovo o nel formulare intuizioni non previste dagli schemi di pensiero abituali o tradizionali” questa è la definizione della

Garzantina dell’81. Potremmo mettere un punto e voltare pagina. Ma può bastare questa definizione a chi si chieda da dove venga e come nasca unpoema, un romanzo, una statua di marmo o un dipinto, una nuova pubblicità o la forma dei jeans che indossa, insomma qualunque cosa sia creata dall’uomo e non dalla natura? Ovviamente non sto parlando della riproduzione seriale di un oggetto, ma di cosa rende un individuo capace di creare qualcosa che prima non esisteva, qualcosa di nuovo, di unico…

In realtà non ho nessuna competenza teorica per rispondere a questa domanda, sono sempre stata, però, una persona fantasiosa e creativa (al di là della qualità dei risultati) e ho potuto osservare il processo creativo e indagarlo fin da piccola, soprattutto nel settore della scrittura: racconti, versi e frammenti di qualcosa, testi teatrali e altro. Proverò quindi, di seguito, a riportare i miei pensieri, le mie sensazioni e lo sviluppo delle mie ipotesi nel tempo.

I primi versi e i primi racconti li ho scritti quando la maestra ci assegnava il “tema a piacere”. Mi annoiava scrivere delle solite cose di cui comunemente trattano i temi scolastici, così immaginavo strani animali fantastici, nati dalla commistione di due o tre animali diversi, e le loro storie, oppure osservavo quello che c’era attorno a me cercando di cogliere aspetti particolari o relazionandomi in maniera inusuale a quelle cose. In pratica lasciavo correre la fantasia, cosa che ai bambini riesce particolarmente bene, ma come e perché la mia fantasia si volgesse proprio in quella direzione e tirasse fuori quelle immagini e non altre e come creava certe associazioni, ancora non me l’ero chiesto. Questa domanda me la sono posta quando, andando avanti con l’età, ho cominciato a scrivere per “esigenza”. Sentivo un magma ribollire dentro di me: la vita che entrava in me attraverso i 5 (6?) sensi e lì cominciava a fermentare, trasformandosi in qualche cosa d’altro che poi cercava una via d’uscita. L’espressione creativa sbottava fuori per necessità non riuscendo più ad essere contenuta nello spazio interno. Era come lava che erutta dal vulcano, nessun filtro: si imponeva nella forma e nel contenuto senza darmi, apparentemente, modo di mediare, di elaborare, di modificare. Una volta eruttato il magma, era silenzio per un tempo variabile, vuoto dentro, fino a che altri stimoli si fossero nuovamente mescolati per dar vita a nuova materia instabile.  

Ero in fase di crescita e sviluppo, pare quindi ovvio e normale che io cercassi di dare senso a tutto ciò che entrava nella mia vita in un modo o in un altro. Ma, nonostante tutti i giovani attraversino una o più fasi in cui devono dare senso al nuovo che li inonda, non tutti i giovani sono creativi, quindi questa spiegazione non basta. Bisogna avere un talento, direbbe qualcuno, però anche una creazione non eccelsa resta pur sempre una creazione, quindi cosa le dia origine resta il punto della questione.

Se per creare- viene da chiedersi- c’è bisogno di questo fermento interiore che pare si origini spontaneamente, come si fa a creare su commissione? Un vero artista che viva di, e per, la sua arte deve imparare a farlo. La prima volta che mi è stato commissionato un lavoro ho temuto di non riuscire a scrivere nulla: come gestire qualcosa che mi appariva completamente fuori dal mio controllo senza dar origine a un risultato banale e poco interessante? Poi ho riflettuto. Prima ho detto che io non avevo “apparentemente” modo di elaborare ciò che creavo perché avevo la sensazione che la penna scrivesse da sola, senza che io potessi decidere cosa, o sentivo le parole che scrivevo come se qualcuno al di fuori di me le stesse recitando ma, evidentemente, l’elaborazione era avvenuta in me in precedenza al di sotto del livello della mia coscienza. Accade lo stesso quando si ha un insight, ossia un lampo di genio: crediamo di avere un’idea nata in quel preciso istante come ci fosse piovuta dal cielo ma, in realtà, la nostra mente stava elaborando da tempo i dati in suo possesso fino al momento in cui, giunta ad una conclusione interessante, ce la porta all’attenzione cosciente. Pensai, allora, che tutto ciò che bisognava fare era immettere i dati necessari da elaborare, ossia iniziare a “pensare” all’oggetto della creazione, informarsi, incamerare il maggior numero di informazioni possibili al riguardo, chiedersi che forma avrebbe potuto assumere la creazione, perché, quali erano gli obiettivi da raggiungere, le cose che si sarebbe voluto comunicare, il modo in cui si sarebbe voluto comunicarle e, nel far ciò, ascoltare tutto quello che sarebbe venuto in mente, anche i pensieri che fossero sembrati poco importanti, non pertinenti, non interessanti, poi staccare, lasciar “lievitare” gli ingredienti, magari ripetere l’operazione più volte, aggiungendo di volta in volta qualcosina fino a quando l’idea si sarebbe fatta spazio e il magma, questa volta indotto, sarebbe eruttato. Così feci… e funzionò. Eppure ancora non siamo giunti ad una risposta esauriente: perché alcuni sono capaci di elaborare i dati in modo creativo e altri no?

Lasciamo per un attimo in sospeso questa domanda e cerchiamo di capire meglio in che modo operi la creatività e in che relazione sia con la personalità dell’autore, per far ciò, può essere utile analizzare il processo che porta alla nascita delle maschere teatrali, siccome queste sono personaggi che hanno una forte personalità che travalica la storia stessa e che quindi può essere messa in relazione analitica con quella dell’autore.

Prima di tutto chiariamo che per “maschera”, qui, non intendo l’oggetto che riproduce un volto o parte di esso, ma il soggetto di una narrazione (drammatizzata o solo raccontata) che ha caratteristiche peculiari, ben definite, che lo determinano in modo inconfondibile e che lo rendono molto più di un semplice personaggio, facendone un tipo specifico universale…ossia un concetto.

L’esempio più ovvio è la maschera di Pulcinella, questa maschera ha precise caratteristiche (vestito bianco a casacca con cintolina sulla pancia grossa, cappello bianco a cono floscio, mezza maschera nera -intesa qui come oggetto che copre parte del viso- con naso adunco che ricorda un gallinaccio e fronte aggrottata con occhio cadente, voce stridula che ricorda anch’essa un gallinaccio, spalle curve, ventre in avanti ecc) che la rendono inconfondibile e fanno sì che chiunque mostri simili caratteristiche venga immediatamente identificato come Pulcinella, ma “il pulcinella” è più che un personaggio facilmente riconoscibile, è un concetto: è il servo meschino, povero e sempre affamato di cibo e di sesso, servile e pavido, a volte furbo ma mai intelligente, cresciuto per strada e intriso di cultura e saggezza popolare, è l’uomo nella sua veste più animalesca, il collegamento tra questo mondo e quello dei morti, contemporaneamente semplice popolano e anima dell’al di là; Pulcinella nasce a Napoli ma in ogni tempo e in ogni dove esiste un “pulcinella” che, con diverso nome, incarna questo concetto. Nella Commedia dell’Arte sono vari i tipi umani rappresentati e sono divisi in gruppi, Pulcinella appartiene al gruppo dei servi, detti Zanni, al quale appartiene, ad esempio, anche Arlecchino.

Sicuramente tutti avranno sentito dire che Totò era una maschera…eppure Antonio De Curtis, in arte Totò, era un attore; allora cosa faceva di lui una maschera? In realtà Totò è noto ai più per il suo lavoro da caratterista: il suo modo di parlare, di muoversi, la sua mimica facciale, il genere di comicità erano dei segni ben precisi che si ritrovano in tutte le sue interpretazioni…i personaggi si adattavano a lui e non viceversa: era capace di imprimere a tutti i suoi personaggi, seppur diversi, quella cifra stilistica sovraordinata che li rendeva tutti contemporaneamente Totò (come concetto) e di volta in volta Pinocchio, Fernando Esposito, Felice Sciosciammocca ecc. (come personaggi concreti della narrazione).

Chiarito cosa sia un maschera, torniamo alla domanda che ci eravamo posti, ossia come nasce una maschera. Ribadisco che non essendo io una studiosa non posso fare altro, ancora una volta, che basarmi sulla mia esperienza. Io ho scritto vari spettacoli teatrali, di diverso genere, ma solo in due ho creato una maschera: “La Cuoca Sorcia” e “Carciofina e il Campo Gustosissimo Gustoso”.

Quando mi fu chiesto da una amica calabrese di scrivere qualcosa per una cena spettacolo, iniziò la gestazione della Cuoca. Il primo passo è stato quello di scegliere il genere: era un bel po’ che mi capitava di lavorare solo su testi drammatici interpretando donne vinte dalla vita e avevo voglia di qualcosa che facesse ridere, quindi comico, ma che fosse anche lontano dalla quotidianità, quindi qualcosa di grottesco, una maschera come gli zanni della commedia dell’arte. A questo punto una buona parte del lavoro era fatto: volevo creare qualcosa che non c’era prima, ossia un vero “zanni femmina” che non fosse una Colombina o una Fioretta, classiche servette civettuole e furbette, femminili e sensuali, belle e abili nel manovrare i maschi a loro piacimento, che finiscono con lo sposare i servi degli innamorati delle loro padrone. Stabilito questo, ho iniziato a farmi una serie di domande e/o a immaginare caratteristiche particolari per costruire man mano il personaggio. Allora…uno zanni, quindi spalle curve, ginocchia leggermente piegate, ventre in avanti, che trascina i piedi, sporca, legata al sesso e al cibo, istintiva, imbruttita dalla vita, animalesca, schiva e pavida, ma pratica delle arti della sopravvivenza: praticamente un topo…Lo spettacolo era per una cena, quindi una cuoca, ma una cuoca grottesca quindi sporca, che si gratta e rutta, disgustosa…Ma legata al sesso oltre che al cibo, quindi imbruttita ma non brutta, che sotto la grottesca mostruosità conservi forme femminili e appetibili…Zanni e quindi sciocca e furba al tempo stesso, che paia marionetta e sia burattinaio, quindi con una risata sciocca e un modo di fare fintamente ingenuo e infantilmente malizioso… .

Lo spettacolo debuttava in un ex convento, quindi poteva avere a che fare coi monaci, essere la loro cuoca…I monaci, si sa, non sono tutti santi e quindi anche il lato sessuale poteva essere collegato a loro… È uno zanni quindi ha una voce nasale, ma è legata alla pancia, quindi non acuta ma greve…La Commedia dell’arte vive tra il 16° e il 18° secolo, quindi il napoletano antico è perfetto…Lo zanni è sempre uno specchio del popolino e della sua saggezza quindi mi venne in mente che la cuoca potesse parlare in gran parte per proverbi e detti napoletani…Disegnato per grandi tratti il personaggio, mi sono chiesta come farla vivere, ossia cosa potesse capitarle che fosse degno di essere raccontato. Ho iniziato così a immaginare una storia per questa cuoca. Mi venne in mente che nel Decamerone c’erano molte storie su monaci e sesso, quindi cominciai a leggerle per trovare spunto, contemporaneamente selezionai da un libro tutti i proverbi che potevano essere utili in questo caso, dividendoli in categorie per ambito di riferimento. Trovai una novella in cui un eremita gabbava una fanciulla facendole credere che l’atto sessuale fosse un esorcismo, ispirandomi a questo fatto, ho reinventato una nuova storia con il personaggio che avevo creato. Ho ricominciato a farmi altre domande, perché questa donna vaga e non è a casa sua? È orfana. Perché finisce nelle grinfie del monaco? Perché per fame ruba nelle loro terre e viene colta sul fatto… e via di seguito. Ciò che però fa della cuoca una maschera e non un personaggio è la sua forte caratterizzazione che può adattarsi a varie storie: la Cuoca, ad un certo punto, ha iniziato a vivere di vita propria…chiunque voglia interpretare la Cuoca Sorcia, riproducendo esattamente le caratteristiche sopra elencate (e le altre che non ho qui indicato), sarebbe riconosciuta come tale. La Cuoca è diventata un concetto.

Questo fatto forse può risultare più palese nel caso di Carciofina. Anni fa mi fu commissionato uno spettacolo per bambini sull’educazione alimentare come evento conclusivo di un progetto che i bambini avevano fatto a scuola. Mi feci spedire tutto il materiale che i bambini avevano usato per la fase di studio e cominciai a informarmi sull’argomento. Selezionate le cose da dire nello spettacolo, iniziai a chiedermi chi potesse parlare ai bambini del buon cibo; giunsi alla conclusione che nessuno più del buon cibo potesse parlare ai bambini del buon cibo…quindi una verdura che risultasse simpatica…ma una verdura non è simpatica come un folletto un po’ matto…quindi un folletto verdura che fosse ghiotto di verdura…arrivò così Carciofina dopo aver pensato a molte altre verdure e aver chiesto parere ai miei nipotini. Il procedimento fu lo stesso che per la cuoca: mille domande alle quali cercavo risposte che mi sembrassero interessanti…Carciofina…quindi verde, un folletto verde; un po’ matto perché fosse simpatico, che facesse qualche piccola gag di clownerie perché ai bambini piace ridere e se li fai divertire poi ti obbediscono più volentieri (e quindi mangiano le verdure); con una voce simpatica a metà tra il fanciullesco, il comico e il magico; un po’ bambina perché sentissero affinità e complicità e un po’ saggia perché potessero imparare e lasciarsi guidare; euforica come i bambini e piena di energia perché in perfetta salute; golosa ma golosa di cose genuine; con il modo di muoversi dei folletti dispettosi e simpatici che affollano l’immaginario dei bambini: ginocchia leggermente piegate, andatura ciondolante e un po’ buffa, tra l’infantile e l’animaletto svelto; il suo modo di parlare doveva essere strano, magico, di un altro mondo, così ho inserito parole inventate che mi ricordavano il linguaggio infantile ma anche per assonanza o onomatopea l’oggetto indicato; e così di seguito. Poi sono passata alla storia: mi sono chiesta dove potesse abitare un folletto delle verdure…in un campo…gustosissimo gustoso…E di cosa poteva parlare uno spettacolo sull’educazione alimentare se non di bulimia e anoressia? Ma Carciofina non poteva essere né bulimica né anoressica, lei doveva essere l’esempio da seguire, il mito da copiare, quindi doveva raccontare di cose accadute ai suoi amici.

Il racconto pian piano ha iniziato a prendere forma e, come funghi, sono spuntate le parole del vocabolario di Carciofina. Poi è arrivata l’immagine di Carciofina: un folletto che somigliasse ad un carciofo e in cui nulla paresse umano. Quindi un folletto tutto verde, con la pelle verde e marrone come i carciofi, e il vestito anche e i capelli, il cappello, le ciglia, le unghie, le orecchie…tutto. Pian piano ho disegnato il vestito e poi ho creato la parrucca di raffia perché tutto doveva ricordare la natura e il trucco è venuto da sé…

Ora, tornando alla questione che abbiamo lasciato in sospeso, ossia perché Carciofina come la Cuoca sia una maschera e non un semplice personaggio la risposta è che il costume di Carciofina, il suo trucco, il suo tono di voce, il modo di muoversi e parlare, le sue parole, la rendono inconfondibile al di là dello specifico racconto. Biancaneve, come sappiamo, ha i capelli a caschetto neri, la pelle bianca, le guance rosse…ma non è una maschera; ci sono dei segni distintivi tipo la gonna gialla, la maglia blu, il fiocco rosso nei capelli ma questi non ne fanno una maschera: quando io in un altro spettacolo interpreto Biancaneve, ho la gonna gialla e la maglia blu, ma non ho i capelli neri né corti, non ho le guance rosse e ai bambini va bene lo stesso, perché Biancaneve è un personaggio legato alla sua storia. Se io non avessi neppure la gonna gialla e la maglia blu ma raccontassi di me come Biancaneve e dei nani miei amici, io sarei comunque quella principessa per i bambini; al contrario se io non fossi dipinta di verde e/o non indossassi il costume di Carciofina e/o la mia voce fosse diversa e/o mi muovessi e parlassi in modo diverso, i bambini non mi identificherebbero mai con Carciofina, anche se raccontassi la stessa storia e dicessi di esserlo. Ecco cosa fa la differenza tra una maschera e un personaggio: Carciofina è diventata un concetto che si stacca dalla storia per legarsi solo e soltanto alle caratteristiche che la individuano come quel particolare folletto, Biancaneve è legata alla sua storia. Carciofina può andare sotto il mare, sulla luna, a scuola e vivere lontana dal Campo Gustosissimo Gustoso, può non avere più rapporti con Alidora e Dorino e restare sempre Carciofina, Biancaneve senza i nani, senza la regina, la mela e il principe è una principessa qualunque senza più una sua identità precisa.

Questo è il modo in cui io ho creato le mie maschere e non ho idea di come Totò, gli autori della commedia dell’arte o gli altri grandi e piccoli autori abbiano creato le proprie, forse hanno solo seguito una intuizione o forse hanno fatto un percorso analitico simile al mio.

Per ora, però, abbiamo solo parlato della genesi materiale della maschera, ma ancora ci sfugge la cosa fondamentale: perché quella e non un’altra, perché in quel modo e non in un altro? Perché le risposte a quelle domande sono state quelle e non le mille altre possibili?

Senza dubbio un ruolo fondamentale lo svolge la nostra personalissima enciclopedia (insieme di conoscenze più o meno standardizzate, relative a tutti i vari aspetti della vita, che ciascun individuo possiede; questa si forma dalle esperienze fatte dal primo giorno di vita al giorno presente e include, oltre l’inconscio personale, anche quello collettivo e differisce da persona a persona): ogni volta che andiamo a pescare dentro di noi non possiamo non rifarci a questa, e ogni nuova combinazione, ogni operazione che andiamo a fare, ogni aggiunta, non possiamo che farla utilizzando gli oggetti interni a nostra disposizione che appartengono, appunto, alla nostra enciclopedia.

Quindi questo significa che tutto ciò che creiamo non è altro che uno specchio di noi stessi? No, non direi, non in senso immediato, almeno. Senza dubbio quello che si crea è sostanziato di ciò che si ha dentro, ma non per forza è direttamente correlato alla propria personalità. L’artista spesso è mimo: mimo inteso come persona capace di entrare in mimesi, in risonanza, con quello che lo circonda e farsi specchio… deformante… di ciò.

In questa deformazione è la indiretta correlazione con la personalità dell’artista: siccome ogni oggetto che “entra” in noi è filtrato dai sensi e dai nostri processi cognitivi, a loro volta legati alla nostra enciclopedia e alla struttura della nostra personalità, la sua immagine interna non può essere assolutamente coincidente con l’oggetto stesso, quindi, a maggior ragione, l’immagine da noi restituita, ulteriormente filtrata dalla successiva elaborazione, non può essere coincidente con l’oggetto della mimesi. In questa trasformazione, forse, ha sede la creatività.

Ovviamente nulla vieta che l’oggetto di mimesi siamo noi stessi o un evento autobiografico, in tal caso la creazione può essere relazionata in modo diretto alla nostra personalità.

Ritornando agli esempi di cui sopra: Carciofina e la Cuoca Sorcia sono aspetti della mia personalità e hanno caratteristiche in comune con me? Di sicuro sono a me correlate perché nascono da un lavoro fatto con ciò che è scritto nella mia enciclopedia, quindi certamente queste maschere stanno a me come la casetta fatta coi mattoncini del lego sta al lego. Quanto poi alla loro personalità, se volessimo affermare che sono uno specchio della mia, dovremmo allora anche poter affermare che lo sono l’una dell’altra; Carciofina e la Cuoca, però, non hanno nulla in comune se non le ginocchia leggermente piegate e la voce un po’ nasale (tra l’altro una squillante e l’altra greve). Si potrebbe ipotizzare, allora, che possano essere l’amplificazione di alcune caratteristiche della mia personalità e che per questo possono essere entrambe a me direttamente correlate senza esserlo l’un l’altra. Io credo che queste nascano da una azione di mimesi con alcuni elementi della mia enciclopedia e, non negando che la mia enciclopedia sia materia fondante della mia personalità, si potrebbe dire che siano una amplificazione di alcune caratteristiche della mia personalità solo qualora si voglia far coincidere l’enciclopedia con la personalità, e solo in quel senso e non in altri; ma l’enciclopedia non è la personalità, essendo quest’ultima un insieme in cui le varie voci dell’enciclopedia sono in relazione tra loro ed è appunto questa relazione (o meglio questo insieme di relazioni) che rende la personalità qualcosa di diverso e ben più complesso della stessa enciclopedia.

Ipotizzato quale potrebbe essere il rapporto tra la personalità dell’autore e l’opera, ritorniamo al processo creativo. Se ciò che ho ipotizzato è vero, la forma concreta che assume la creazione, essendo una nuova relazione tra elementi dell’enciclopedia personale, è a questa imprescindibilmente legata; ma cosa rende una persona capace di creare questa nuova relazione tra gli elementi di cui è in possesso? Poco fa ho raccontato di come, quando scrivevo, mi pareva che la penna scrivesse da sola o di sentire come una voce dettare il testo; ma quello che prima non ho detto e che ora mi pare rilevante, è che tutto ciò che io abbia mai creato, da testi scritti a disegni, abiti o oggetti e via di seguito, io lo vedevo prima nella mia mente in modo chiaro e ben definito. Ho ripensato a questo dettaglio quando mi sono stati ricordati alcuni casi di studio sull’intelligenza creativa degli animali nei quali i soggetti erano capaci di mettere degli oggetti a loro disposizione in una relazione nuova utile a risolvere una soluzione problematica cui venivano sottoposti: come potevano giungere a questa nuova combinazione? Molto probabilmente dovevano essere capaci di vedere nella loro mente la costruzione prima di realizzarla concretamente. La creatività potrebbe essere quindi connessa ad una capacità di vedere l’oggetto creato prima della sua realizzazione, ossia ad una forte capacità di astrazione che consente di “pre-vedere”, e quindi valutare e scegliere, i risultati di nuove combinazione di vari elementi dell’enciclopedia; ipotizzo che ciò possa avvenire, per lo più, al di sotto della soglia della coscienza.

A questo punto ci si dovrebbe chiedere cosa dia ad una persona questa capacità di prevedere e di selezionare poi la combinazione creativa, ma, ribadisco, non essendo una studiosa, preferisco terminare qui le mie speculazioni essendo certa di non poter giungere ad una ipotesi finale che abbia alcuna fondatezza, né ad altre ipotesi intermedie minimamente interessanti.

 

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