Colapesce, la leggenda, il Mito

di Stanislao Scognamiglio - Nella tradizione popolare napoletana Cola (Nicola) Pesce o Pesce Nicolò è un ragazzo maledetto dalla madre per le sua passione ad immergersi in mare.

Finisce per diventare esso stesso pesce e a squamarsi. Cola cercava rifugio nel mare, usando il corpo di grossi pesci dai quali si faceva inghiottire, per uscire all'arrivo tagliandone il ventre.

L’origine della leggenda, sebbene, sommariamente la si attribuisca al culto tardo pagano di Nettuno, e in particolar modo si lega ai sommozzatori che, grazie a certe conoscenze segrete erano in grado di trattenere il respiro e di raccogliere tesori dal fondo marino, è inconfutabilmente di genesi molto più antica. Il mito dell’uomo pesce, è infatti ancestrale e nel Mediterraneo e nell’area della mezzaluna fertile assume via, via gli aspetti archetipi e magici che le sono proprie.

Le Mille e una notte, che riporta sottoforma di fiabe, miti e simbologie pre-islamiche, menziona un Abdallah “di terra” contrapposto ad un Abdallah “ di mare”, una sorta di alter ego, pescatore, sommozzatore. E diverse divinità assumono aspetto di pesce in tutta la Tradizione Occidentale. Gli stessi cristiani delle origini elaborano una simbologia, legata soprattutto alla necessità di sfuggire alle persecuzioni, che è legata al pesce, innanzitutto in maniera semantica. Infatti “ixtys”il termine greco che si traduce “pesce” è l’acrostico di “Iesous christos theou yios soter” ovvero “Gesù Cristo, Figlio di Dio Salvatore”.

Come si può notare, quindi, c’è un senso sacro legato ad un archetipo che localizza Colapesce in un complesso ambito di simbologie e di rimandi allegorici nati nella notte dei tempi.

Partiamo proprio dall’acrostico cristiano Ixtys: proprio la tradizione religiosa incomincia a farci strada nel fitto di significati che il personaggio cela. Cristo, dunque è metaforizzato dal disegno rappresentante un pesce che i primi cristiani adoperavano come glifo di riconoscimento. Il Cristo,  come rappresentazione dell’Incarnazione, non Gesù di Nazareth in sé, deve sottostare alle leggi umane, quindi è soggetto a morte, come tutti gli uomini, ma poi per manifestare in pieno la sua essenza divina deve risorgere. Meglio, deve rinascere.

Analizziamo proprio questo primo tassello del puzzle che compone la metafora di Colapesce. Spostandoci dalla religione cristiana a quelle precedenti, la resurrezione, è un topos della conoscenza misteriosofica  e quindi, un argomento di pertinenza gnostica. L’uomo, individuo imperfetto, ma dotato di scintilla divina è soggetto-oggetto di un iter di trasformazione verso l’unità iniziale del Cosmo. Per attuare questo progetto, deve percorrere il cammino partendo da una “discesa agli inferi”, ovvero deve rintracciare un sentiero sotterraneo che è l’io più profondo per conoscere se stesso in ogni sua sfumatura. E quindi deve affrontare una catarsi che per antonomasia, nel linguaggio simbolico è nell’acqua. Le descrizioni nei testi gnostici e iniziatici del lago, del mare, dell’abisso, dell’Averno, corrispondono a questo procedimento. L’individuo quindi si cala nel suo lato oscuro e vi si macera. Acquisisce forza dalla decomposizione dei dolori e ritorna a galla o a riva, in grado di salire poi verso il cielo. L’esperienza analoga viene descritta in maniera sublime da Dante nella “Commedia”, dove, naturalmente, l’Inferno, sebbene fatto di fiamma e non di acqua supplisce al lago. Ma come è possibile? Chiunque potrebbe opporre fondatamente una critica a questa analogia. Le fiamme e l’acqua sono la stessa cosa? In linguaggio ermetico, in questo caso, sì. Qual è l’effetto del fuoco sulla materia? La brucia e la riduce in cenere.

Qual è l’effetto dell’acqua sulla materia? La consuma e la decompone. Quindi, in definitiva, per lo scopo della purificazione verso lo Spirito, entrambi simboleggiano la catarsi, la “discesa agli inferi”. E a conferma dell’identità assoluta tra acqua e fuoco, nell’operazione di alleggerimento dalle passioni, ci viene incontro l’espressione gnostica “attraversare l’oceano di fuoco” un apparente ma calzante ossimoro.

Abbiamo accennato alle tradizioni pre-islamiche e pre- cristiane, infatti, il racconto di Giona nel ventre della balena è proprio Colapesce ante litteram. Il protagonista viene inghiottito dalla bestia e graziato da Dio, riesce a tornare a riva. Alla pari, Collodi, un iniziato, ci parla delle disavventure di Pinocchio nella pancia del pescecane.

E qui allora dobbiamo seguire un altro ramo del labirinto simbolico dell’allegoria del ventre del pesce, una cavità … E vi assimiliamo subito i miti delle divinità nate in anfratti e grotte, seppellite ancora in caverne e risorte. Risorgere quindi è il verbo che ancora ricorre. Infatti nel linguaggio iniziatico, a differenza di quello cristiano, la morte raffigura uno stato impuro dell’individuo dal quale, una volta affrontate le prove che lo determinano, si può assurgere a nuova vita, cioè a nuova Conoscenza. Ma questo sentiero si deve percorrere poi anche nelle vesti di adepto per acquisire un diverso stato di coscienza che è in grado di riunificare l’individuo al Cosmo.

Adesso cercheremo di capire a cosa intenda alludere, secondo le diverse chiavi di lettura enumerate, il racconto di Colapesce.

Nella tradizione partenopea, il ragazzo si trasforma in un essere ibrido in seguito alla maledizione della madre che si lamenta del fatto che trascorra il suo tempo a mare. Quindi, inizialmente, si fa ingoiare dagli esseri acquatici per andare a fondo, esplorare le profondità dell’oceano, raccoglierne qualche dono, come conchiglie e altri oggetti marini, e poi squartato il ventre dell’animale ritorna a galla.

In questa versione si compie tutto l’iter iniziatico l’uomo che vuole raggiungere la Verità rinnega la sua natura materiale, e quindi questa, la Madre (Terra), lo maledice e lo rinnega a sua volta. Per cui trova rifugio all’interno del pesce-cavità-grotta. Quest’ultimo è il percorso nelle profondità della Terra, prima di ascendere al Cielo. Maturato a seguito di decomposizione, l’individuo come seme germoglia una nuova pianta che ritorna in superficie.

Nella tradizione siciliana, Colapesce viene presentato al re di Sicilia che, conosciute le sue capacità di sommozzatore lo incarica di ritrovare la corona finita in mare. Ma immergendosi, il ragazzo nota che una delle colonne che regge l’Isola è incrinata e quindi decide di non riemergere e di sostenerla per sempre.

 Non siamo più di fronte al viaggio catartico? Come mai Colapesce, in questo caso, non riemerge?

Per capire o ipotizzare il motivo della sua scelta dobbiamo puntare tutto sul significato, ancora una volta a più livelli interpretativi, dell’Acqua.

In  psicologia questo elemento viene ricollegato al liquido amniotico, quindi al periodo embrionale dell’individuo, quando cioè il feto gode solo dei vantaggi derivati dalla madre che lo ospita e pure di uno stato di beatitudine che non proverà mai più in vita. Quindi Colapesce cerca di annullarsi, di rifiutare la vita perché solo la morte può sanarlo dal suo dolore? Apparentemente parrebbe di sì.

Ma l’Acqua in alchimia, è l’elemento legato alla Luna e al pianeta che la dea influenza direttamente, Mercurio. Il dio Mercurio raffigura l’impossibilità di sfuggire alla natura pesante della materia. Perché egli è l’elemento che costituisce la forza primordiale dell’Universo e che per conseguenza impedisce ogni sua trasformazione. Perché ogni cambiamento delle leggi da Lui stabilite comporterebbero la sua fine come custode. E logicamente essendo le pulsioni emotive le caratteristiche che contraddistinguono la natura umana, diremo in senso lato che è la natura umana stessa ad essere di ostacolo alla Trasmutazione.

Il percorso alchemico sintetizza i tre momenti salienti della narrazione di Colapesce, Morte, Putrefazione(discesa nell’Abisso) e Resurrezione nelle tre fasi della Grande Opera: Nigredo(Opera al Nero), Albedo(Opera al Bianco), e Rubedo(Opera al Rosso).

Se, tenendo conto di queste coordinate analizziamo le due versioni del racconto, quella napoletana, dove il protagonista, dopo la maledizione della madre, si immerge tramite il ventre di un pesce, raccoglie i tesori sul fondale e riemerge dopo aver sventrato l’animale, il ciclo si conclude con il ritorno alla luce che rappresenta la nuova Conoscenza. Qui le tre fasi hanno seguito ciò che in ermetismo viene chiamata la via secca( sebbene si parli d’acqua). Ovvero l’alchimista ha maturato attraverso un meccanismo presieduto dalla volontà, rappresentata dal coltello che taglia la pancia dell’animale, giungendo più velocemente alla Nuova Luce.

Nel secondo caso, quando non riemerge, ma si mette a sostenere la colonna incrinata, l’alchimista ha scelto una via più lenta, detta la via umida dove il lavoro preliminare, l’Opera al Nero si costituisce di attese più lunghe che portano al compimento dell’Opera in maniera meno consapevole. Ma in entrambi i casi, e la metafora dell’integrazione con la colonna, ne è testimone, l’alchimista si Riunisce con il Tutto perché si compone della sua stessa sostanza superiore. E solo adesso vale così la pena spiegare il significato del nome del protagonista della fiaba “Cola”. Nei dialetti meridionali “Cola” è il diminutivo di Nicola, che, in greco significa “Vincitore del popolo”, ovvero eroe. E chi è l’eroe se non chi sconfigge i mostri che lo allontanano dalla vittoria sulla materia?

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Immagine:http://www.donzelli.it/libro/9788868434472

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