Cinquant'anni senza Totò

di Stanislao Scognamiglio -  Il 15 aprile 1967, cinquant'anni fa, moriva uno dei più grandi comici del mondo, Totò.

Mi pare superfluo aggiungere altro alle innumerevoli notizie biografiche e all'elenco dei suoi film.

 

Antonio de Curtis scomparve tre anni prima della mia nascita. Per questo, per la generazione degli anni Settanta, il rapporto col suo personaggio è fondamentale.

Quando un giorno della mia infanzia il nonno sintonizzò su una rete privata dove davano, mi pare, " Imperatore di Capri", risi di gusto e da allora non c'è una battuta dei suoi film che non citi, anche e soprattutto nelle circostanze"serie".

Non fu un caso forse che a iniziarmi a Totò sia stato mio nonno. Soprattutto da noi al Sud i vecchi erano quelli della guerra e della sofferenza per la fame. E le espressioni del volto e verbali risentivano di quella ironia, quel fatalismo che erano l'unica ancora di salvezza alla disperazione. Il fraseggio e il ritmo verbale erano tipiche di chi per sopravvivere ha bisogno di espedienti quotidiani, ma che nello stesso tempo, non ha perso la gentilezza, la galanteria, la capacità di commuoversi.

Ed ecco perché  noi bambini di allora ammiccavamo al doppio senso, ci sgomitavamo allo strafalcione grammaticale, e ripetevamo fino all'esaurimento di chi ascoltava " ammesso e non concesso", " a prescindere", "quisquilie, pinzellacchere", perché riconoscevamo in quelle battute l'archetipo inconscio del comico custodito nei volti e nelle coscienze dei nostri anziani.

Totò era ed è il mago che evoca i geni ancestrali della risata, del buon umore. Egli infatti esasperava ad arte i difetti di ogni tipo umano come accadeva nella notte dei tempi, quando primitive tribù si riunivano intorno al fuoco e ridevano imitando in maniera grottesca gli astanti. E i suoi personaggi si avvalgono di quel meccanismo innestato sulla sua capacità camaleontica di trasformarsi e di assumerne l'anima.

In molti dei suoi film si avvalse di partner eccelsi, nomi come De Sica, Fabrizi, Taranto, Macario, fino allo strepitoso Peppino De Filippo, quello che tra tanti gli fu congeniale, il "fratello" cinematografico per antonomasia. Gli altri sono invece talmente  tirati da Totò nel gioco dei ruoli e delle maschere, che se guardiamo Aldo Fabrizi che gli recita accanto in "Totò Fabrizi e i giovani d'oggi", da' luogo a una creatura nata sul set, il ragionier D'Amore e non il comico romano che interpreta il padre dello sposo. Come Taranto è Camillo in "Totò truffa 62" e non Nino Taranto. Proprio come le centinaia di interpretazioni di Totò dove nel momento recitativo, quasi come demiurgo neoplatonico, l'attore genera il personaggio. E così avremo un Totò moltiplicato cento, uno per ciascun ruolo. E allora immaginiamo il domenicano Capurro, la baronessa Laudomia, il portiere Buonocore, l'ambasciatore del Katongo, il colonnello Di Maggio, il barone Degli Ulivi, il reduce dalla Russia, il maestro Scannagatti, Felice Sciosciammocca, e tanti altri sfilare in una passerella lunga cinquant'anni chiusa da Totò sornione che dopo la marcia dei bersaglieri, mima i fuochi d'artificio.

 

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