L’amore tra “ligamenti”, fatture, magie.

di Adriana Longarzo - Fin dall’antichità, uomini e donne hanno tentato di conquistare l’amore con ogni mezzo: artifici amorosi, incantesimi, pozioni d’amore, filtri afrodisiaci e

amuleti. Piante, erbe e non solo, prodotti che ancora  oggi si usano quotidianamente avevano poteri magici, grazie anche all’uso che ne facevano le streghe nel medioevo; uno di questi è il basilico che era alla base di molte pozioni magiche per fare innamorare. Le giovani spose lo usavano insieme alla verbena, alla rosa, al prezzemolo, alla camomilla e al miele come afrodisiaco; ancora oggi, in Sicilia, una donna che espone un vaso di basilico alla finestra, vuole comunicare di essere innamorata!

E che dire dell’erba del “mago”, la verbena alla quale gli indovini, nel Medioevo, attribuivano delle proprietà miracolose? Questa pianta ha avuto la sua importanza nelle tradizioni magiche e popolari dell’antichità: in Persia, in Grecia, in Britannia dove i Druidi la raccoglievano quando sorgeva la stella Sirio, nel momento in cui Sole e Luna non erano visibili all’orizzonte e lì dove veniva sradicata, i sacerdoti dovevano versare un filo di miele per ridare alla terra ciò che le era stato tolto. Era considerata una pianta favorita dalla fortuna, addirittura una divinità,  consacrata a Venere, più benevola verso le donne che verso gli uomini e aveva il potere di guadagnare alle fanciulle  l’amore del loro amato. La verbena, sminuzzata, era messa in un sacchetto e che veniva appeso al collo contro morsi di animali e mal di testa ; sotto forma di mazzetto fiorito,  però, le giovani spose, nel giorno delle nozze usavano portarla con sé perché aiutava a superare la prima notte. Ancora oggi, nell’Europa del nord, si usa comporre dei mazzetti dispari di verbena e portarli sul cuore da tre a nove giorni e, ancora, un filtro d’amore viene preparato con dei petali messi a preparare con il miele in un recipiente con del vino; dopo sette giorni si filtra e si offre alla persona amata.   

Nel Medioevo, un ingrediente importante per realizzare gli afrodisiaci e i filtri d’amore era la mandorla che cresceva già nell’età della pietra e, probabilmente, fu coltivata a partire dall’età del bronzo.  Questa sua fama è collegata anche alla sua forma che si immaginava che rappresentasse l’organo femminile che genera la vita. Per questo motivo si offrono e mangiano confetti di mandorle a nozze e battesimi, simbolo di prosperità e la medicina medioevale riteneva che la mandorla  potenziasse l’attività sessuale e per tutto il Medioevo le mandorle ebbero fama di afrodisiaci!

Per assicurarsi l’attenzione della persona amata, però, si potavano raccogliere  anche, nella notte di San Giovanni, mediante l’uso di una lama d’oro (che rappresentava il sole) a mezzanotte, nel silenzio assoluto, fiori di cicoria e portarli sempre con sé.

Dal Medioevo giunge fino a noi, nella cultura campana, la fattura “buona”, quella che serve a destare interesse in una persona indifferente al sentimento di una donna innamorata. La pozione, preparata secondo la tradizione tramandata per via familiare, viene fatta bere, con un pretesto, all’uomo che verrebbe prese da una passione improvvisa, così come capitò allo sventurato vescovo Ariano Diomede Carafa di cui si era invaghito Vittoria D’Avalos (ce ne parla anche B. Croce), novizia per qualche anno nel convento di S. Arcangelo a Baiano.

Ella si presentò a casa del prelato e gli offrì delle “zeppulelle”  perché la ricordasse nelle sue preghiere per trovare marito ; il vescovo fu colpito da una passione sfrenata per la fanciulla dalla quale non riusciva a separarsi, tanto da essere costretto a chiedere aiuto all’esorcista del cardinale di Napoli, un frate che, dopo lunghe meditazioni,  gli disse che avrebbe dovuto far rappresentare da un pittore  San Michele che sconfigge il diavolo con il volto della donna, annullando, così, attraverso il simbolismo, il potere della” fattura”!

Ancora oggi si può ammirare, nella chiesa di S. Maria del Parto, un dipinto di Leonardo da Pistoia, vissuto a lungo a Napoli nel ‘500, che rappresenta S. Michele Arcangelo che trafigge una bellissima diavolessa e che giustifica il detto popolare contro le donne sfacciate e ammaliatrici :” Si’ bella e ‘nfame  comme ‘o riavolo ‘e Mergellina”!

Dei malefici di una fattucchiera, di un naufragio e di un abbraccio oltre la vita parla la leggenda del sommozzatore Ricciulillo, della sua passione per Teresella e della gelosia di Reginella alla quale era stato promesso come sposo, inoltre del ritrovamento di un quadro della Vergine avvolto da una catena di bronzo,( la Madonna della Catena a S. Lucia) che si trovava in una cassa riportata in superficie dai sommozzatori dopo che la barca di Ricciulillo si era schiantata contro lo “scoglio d’ ‘o sale” mentre Teresella gli andava incontro e finalmente furono ricongiunti ,sì, ma nella morte!

Possiamo, dunque, affermare che l’innamoramento è l’arte di “legare” a sé  un soggetto, di “affascinare”, di compiere, cioè, la più complessa delle magie!  Delle “ligature” parla anche Giordano Bruno il quale pensa che la “capacità di incatenare” è anche la caratteristica principale della magia; un mago si comporta come un illusionista quando lega la sua vittima a sé con l’amore.

Più di tutto, l’amore lega le persone e ciò gli conferisce qualcosa di demoniaco; un coinvolgimento magico fa sorgere tra gli amanti una “rete” di affetti, sentimenti e stati d’animo particolari. Scrive Bruno “…mediante tale catena, l’amante viene rapito così da voler essere trasferito all’amato; di conseguenza, il vero mago è l’Amore che ruba l’energia dell’amante..” Ogni forma d’amore incatena alla sua maniera e, dice Bruno “Quest’Amore è unico, è una catena che rende tutto UNO”.

 

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François Gérard, Amore e Psiche

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