Il Gioco: espressione del linguaggio infantile

di Anna Sena VitalianoUn gattino di poche settimane distribuisce il tempo della sua giornata fra il sonno, l’alimentazione e il gioco. Si può dire che, durante le ore di veglia, non abbia mai un attimo di sosta, continuamente proteso a correre, a scattare, a mordere, ad afferrare. Il

suo comportamento ci autorizza a pensare che egli non stia solamente esercitando i suoi muscoli in vista dei compiti che lo aspettano quando sarà adulto (e primo fra tutti quello di procurarsi il cibo) ma che dia prova anche di una certa fantasia, quella facoltà che riesce a dare corpo alle ombre e che lo spinge a considerare e a supporre vivente tutto ciò che si muove nel suo campo visivo. Noi lo vediamo improvvisamente assumere una posizione aggressiva, il pelo arruffato, la coda contorta, lo sguardo torvo e minaccioso, e muovere così verso un ipotetico nemico, di cui non scorgiamo nessuna traccia, ma che il gattino deve, in certo qual modo, vedere realmente davanti a sé. A un certo punto, poi, stanco di esercitarsi da solo, correrà verso la madre o verso i suoi fratellini e il gioco continuerà tra sbuffi, morsi, graffiate, assalti. Questa forma di attività si protrae per mesi con un crescendo di difficoltà e di impegno, che trasformeranno il semplice giocare in un fatto sempre più vicino alla realtà. Le finalità insite nel gioco vanno man mano rivelandosi occasionalmente. Il gattino smette di rincorrere i fantasmi, perché attratto dal volare basso di una farfalla che tenterà di prendere, oppure userà la forza e l’astuzia per sottrarre un boccone alla madre che, con una intelligenza e una metodicità invidiabili, opporrà una resistenza sempre maggiore al fine di sviluppare nella propria creatura le migliori capacità di caccia, di recupero e preda.

Qualche cosa di molto simile avviene nei bambini, anche se il processo assume una lentezza esasperante e una complessità indescrivibile. Infatti, è sufficiente un anno ad un gatto per raggiungere la maturità e molto meno per conquistare una completa autonomia, mentre per gli uomini si richiedono quindici, venti anni. Il gioco è di fondamentale importanza per il bambino in quanto nella vita non si entra improvvisamente, ma per gradi, e ogni azione appresa presuppone un lungo tirocinio, una serie di tentativi, durante i quali si prende coscienza e conoscenza dell’azione stessa e il gioco costituisce appunto l’occupazione più congeniale a svolgere questo lavoro, introducendo gradualmente il bambino in tutti i piani della realtà fisica e spirituale.

Il gioco è una funzione tipica dell’infanzia mediante la quale interessi, tendenze e attitudini inespressi e latenti sono sollecitati a svolgersi, chiarirsi e potenziarsi sotto l’influsso continuo degli innumerevoli contatti e incontri che il vivere stesso promuove ed estende. In tal modo, si determinano le condizioni essenziali all’instaurarsi di un ordine di valori e di acquisizioni, sempre aperto a stimoli e suggestioni nuovi, che hanno nel naturale bisogno di fare, tipico del bambino, la sorgente più immediata ed inesauribile. Da questo punto di vista, il gioco è da considerarsi un indispensabile esercizio vitale che, praticato entro precisi limiti di qualità, quantità e sicurezza, crea un vero e proprio universo di occasioni e di possibilità per l’educazione infantile in ogni suo aspetto. E’, infatti, attraverso la finzione ludica, seriamente vissuta, che il bambino prende coscienza e comincia a comprendere, dal punto di vista affettivo e intellettivo, i valori conoscitivi, morali, religiosi ed estetici del mondo che lo circonda, nel quale impara a intendere e valutare giustamente il posto, la funzione e il significato degli oggetti e delle persone, nei loro rapporti di interazione e dipendenza reciproche. Di qui la necessità di creare nell’ambito della scuola e dell’educazione dell’infanzia un ordine pedagogico metodologicamente orientato verso la piena valorizzazione e il totale soddisfacimento del bisogno ludico del bambino. Ciò è determinato, inoltre, dalla consapevolezza che tutti i giochi, anche se improntati ad uno spirito comune, rappresentano per l’educatore efficaci strumenti di rivelazione e conoscenza dell’autentica individualità del fanciullo nei suoi tratti più intimi ed originali.

Sul piano della classificazione, i giochi, a seconda della o delle funzioni fisiologiche e psicologiche che esercitano, possono essere distinti in:

 

-        Sensoriali: predominano nel primo anno di vita, esercitano gli organi di senso e favoriscono la conoscenza sperimentale del mondo esterno;

-        Motorii: favoriscono l’acquisizione della capacità di coordinare i movimenti, sviluppano la forza muscolare in vista di reazioni pronte e sicure e aiutano ad ampliare e perfezionare il dominio del ragazzo su sé stesso e sull’ambiente fisico;

-        Di immaginazione: sono legati all’esercizio delle tendenze affettive e consentono al bambino di crearsi un autonomo mondo fantastico, dall’interno del quale egli inventa, modella, imita e copia la realtà esterna, che viene animata dalla vita propria e altrui attraverso il giocattolo;

-        Intellettuali: suscitano la curiosità e rendono possibili alcune operazioni mentali, quali il riconoscimento, l’associazione e il ragionamento, necessarie all’accomodamento riflesso alle situazioni oggettive;

-        Affettivi: provocano sensazioni piacevoli o spiacevoli, quali il godimento estetico, la paura, il dolore;

-        Volitivi: consistono nell’arresto deliberato di reazioni e impulsi e nell’imitazione di atteggiamenti degli adulti in vista del raggiungimento di un fine;

-        Sociali: sono molto diffusi e appaiono molto presto nella fase infantile; preparano l’adattamento del bambino alla vita comunitaria e lo educano a conciliare le sue tendenze personali con quelle del gruppo al quale appartiene;

-        Familiari: sviluppano l’istinto materno e domestico (gioco della bambola).

 

Come si evince dalla varietà dei giochi espletati dal bambino, il gioco assume, dunque, la funzione preminente di preparare alla vita in tutta la complessità dei suoi aspetti.

Poche sono le abilità che si richiedono a un animale: procurarsi il cibo, fuggire, combattere i nemici; ma negli uomini, oltre questi bisogni, ci sono le complicazioni derivanti dal sentimentalismo e non sono poche.

Chi ha mai potuto immaginare la somma delle energie che consuma annualmente, ad esempio, l’ambizione? Il problema stesso del gioco impiega sulla terra capitali per centinaia e centinaia di miliardi, che si trasformano in giocattoli per la delizia dei bambini o in spettacoli, più o meno divertenti, per adulti.

Il bambino che gioca esercita, perfeziona e accresce le sue capacità sia fisiche che intellettuali, oltre che esprimere sé stesso. Il tema dominante del gioco dei bambini è l’imitazione delle attività degli adulti; maschi o femmine, secondo la loro congenialità. Il bambino, però, non imita solo, ma interpreta quello che vede fare dagli adulti, e qui entra in campo la sua individualità, il suo piccolo essere che si distingue da tutti gli altri, che reagisce a suo modo, in dipendenza di un carattere, di una posizione affettiva, di un particolare umore. Tutte le azioni degli adulti e specialmente quelle svolte nell’ambito della famiglia lo interessano e, facendo parte della sua vita, il bambino instaura nei confronti di queste attività rapporti di simpatia, antipatia o d’indifferenza. Altro è il papà compagno di gioco, altro quello che costringe ad andare a letto quando non se ne ha voglia; altra è la mamma che racconta la storiella o prepara la pappa da quella che rimprovera e castiga per un bicchiere rotto.

Vivere è un succedersi di dilazioni e di limitazioni, di successi e insuccessi, di vittorie e sconfitte. L’adulto vive interiormente questo accavallarsi di emozioni, manifesta la gioia delle sue vittorie e nasconde il cruccio delle sue sconfitte. Il bambino trova nel gioco questa sua emotività e, giocando, si ricostruisce una realtà diversa da quella che ha sperimentato; una realtà più piacevole, più malleabile, meno ostile, meno sfavorevole. E’ un piccolo attore che crede fermamente in ciò che recita o, per lo meno, ciò che recita è vero, in quel momento, come avviene per i sogni.

Per i suoi molteplici fini utilitari, l’importanza del gioco è stata evidenziata in ogni epoca storica, tanto che certi giocattoli e certi modi di giocare derivano da feste primitive e da riti remoti. Il sonaglino per il neonato deriva dal sonaglio con cui gli stregoni di antiche tribù allontanavano gli spiriti maligni, così come il gioco della mosca cieca, nato come imitazione di un dramma mistico in cui il giocatore bendato rappresentava lo spirito del male, cioè il diavolo, alla ricerca di nuove anime di peccatori da condurre con sé tra le fiamme dell’inferno, mentre, attualmente, questa interpretazione s’incrocia con altre non meno macabre: il giocatore bendato sarebbe un condannato a morte, oppure, più semplicemente, un cieco. Ciò spiega forse il motivo per il quale da secoli alcuni giochi sono tipici di luoghi tra loro lontani, o addirittura sono conosciuti in tutto il mondo e da qualsiasi civiltà, con regole solo di poco differenti. E’ il caso, per esempio, del battimuro, che consiste più o meno nel tirare un sasso piatto o una moneta contro un muro cercando di farlo andare in una buca scavata a poca distanza. Spesso il nome cambia: in Sicilia si chiama spangu, a Parma murajoeula, a Napoli azzecca muro. Lo stesso vale per il notissimo scaricabarile, o cavallina o ragno, in cui gli antropologi hanno visto impegnati bambini di tribù primitive assolutamente prive di contatti col mondo occidentale. La lippa, conosciuta anche come lancio o mazzuola, in cui, con un po’ di fantasia, si potrebbero rintracciare le origini del baseball, figura anche su alcuni dipinti e graffiti scoperti in costruzioni etrusche e romane. Ci sono alcuni giochi, poi, che oltre ad interessare storia, geografia, archeologia e antropologia, hanno rispettabili origine scientifiche, come ad esempio, l’aquilone (nato dall’eterna aspirazione dell’uomo al volo) o la trottola, di cui si sono occupati studiosi di ogni tempo e paese. Trottole, infatti, sono state trovate perfino negli scavi di Troia e non possiamo meravigliarci se un filosofo come Platone, trovava nella trottola uno dei suoi svaghi preferiti: scoprire il moto perpetuo è stato uno dei più antichi desideri dell’uomo. Oggi, certo, la trottola è soltanto un giocattolo per i più piccoli, ma un tempo ci fu chi veramente pensò di intuire nel suo vorticoso girare le origini di una scoperta sensazionale (non ancora fatta). Non solo; la trottola è riuscita a farsi amare tanto da grandi scrittori occidentali, come Shakespeare e Rabelais, quanto da civiltà a noi lontane. E’ infatti conosciuta in Cina, in Giappone, in Africa, nelle isole della Melanesia, nelle favelas sudamericane, ovunque insomma, e, nel suo genere, è un autentico capolavoro.

Come abbiamo visto, ogni gioco è accompagnato da un oggetto particolare, il giocattolo, considerato un po’ come il sostituto della compagnia, che attribuisce al gioco stesso caratteristiche diverse. Molti giocattoli sono nati come imitazione. Ai bambini, cioè, si davano oggetti che, in dimensioni ridotte, imitavano carretti, animali, armi, strumenti di lavoro. Non a caso, i primi giocattoli costruiti artigianalmente sono stati animali di legno, soldatini, bambole. Nell’antica Atene se una donna moriva nubile veniva sepolta con la sua bambola a testimoniare la sua mancata maternità, mentre, nell’antica Roma, le ragazze che andavano spose deponevano la loro bambola sull’altare di Venere per indicare la definitiva rinuncia alla propria infanzia. A differenza di tali epoche storiche, la bambola elegantissima di oggi riceve, più che il suggerimento per la sua prossima condizione di madre, l’incoraggiamento a imitare la donna adulta, attrice o fotomodella, in cui identificarsi non nel futuro ma nel presente. Alle nuove bambole non servono ninne nanne e carezze, servono abiti nuovi, parrucche, fidanzati, case, anche se in effetti queste ultime rappresentano una creazione olandese del XVIII secolo, epoca in cui, però, esse erano oggetti da ammirare non da utilizzare per gioco.

Da quanto asserito finora si evince chiaramente che il giocattolo, più che il gioco, segue le variazioni della moda. I nostri piccoli antenati subivano mode lunghissime; il cerchio, ad esempio, fu il classico gioco di ogni bambino borghese dell’Ottocento, come anche il monopattino. Oggi, al contrario, le mode evolvono con una rapidità impressionante e la varietà dei giochi e dei giocattoli riflette chiaramente sia la corsa al consumismo imposta dagli adulti sia i continui progressi tecnologici. Dalle automobiline a molla di lamierino stampato, dai soldatini di piombo e dai cavallucci di cartapesta siamo passati rapidamente alle grandi serie di plastica e ferro: trenini elettrici, costruzioni. Lo stesso gioco dell’oca, che esprimeva il mondo delle favole, è stato sostituito dal monopoli, che riproduce il mondo degli affari. Il progresso e il consumismo hanno moltiplicato in particolare i giochi per ragazzi più grandi e per gli adulti: modellismo, giochi di guerra, ma soprattutto tanta elettronica. Le macchine elettroniche sono ormai veri capolavori di ingegneria, per non parlare delle motociclette riservate anche ai bambini più piccoli, perfette e curate in ogni minimo particolare.

Anche se, come abbiamo visto, la moda del tempo è spesso determinante e impone certi gusti nella scelta dei giocattoli, una scelta è sempre possibile nella varietà delle creazioni presentate, scelta che darà luogo ad interessanti osservazioni sui bambini.

Basti pensare, ad esempio, che il grado di aggressività del bambino è facilmente constatabile dalla sua preferenza per le armi; c’è poi l’appassionato dei congegni complicati e quello attratto dai colori; il vandalico, che distrugge il giocattolo in un batter d’occhio, e chi invece lo conserva con eccessiva cura; c’è ancora chi non è mai sazio di cose nuove e chi passa ore con lo stesso giocattolo. Ognuna di queste posizioni, portata al limite estremo, è sempre indicativa di uno squilibrio psicologico. L’insoddisfazione esagerata può essere segno di superficialità, ma se più moderata, può indicare intelligenza vivace. Chi si accontenta facilmente può essere un tipo mediocre di mentalità piuttosto chiusa, ma una certa costanza nei gusti può indicare razionalità e forza di carattere precoci. Il bambino egoista dimostra un eccessivo attaccamento per i suoi giocattoli, ne è gelosissimo anche nell’ambito della famiglia, ma è anche vero che il senso della proprietà esclusiva è del tutto giustificato e normale in bambini di tre, quattro anni.

Come avviene per la scelta dei giocattoli, anche la scelta delle maschere carnevalesche, (quando la scelta non è fatta per accontentare i capricci e le ambizioni dei genitori), offre un campo di facili osservazione dei bambini. E’ difficile che una bambina rinunci a quel giusto grado di civetteria femminile che orienta le sue preferenze verso abiti di fatine, principesse, così come è difficile che il maschietto rinunci a maschere che simboleggiano potenza o personaggi prestigiosi: principi, moschettieri, sceriffi.

Con la scelta della maschera il bambino comincia a farsi strada nella vita manifestando chiaramente, anche se una volta all’anno, il ruolo che predilige tra, per dirlo con le parole di Pirandello, l’uno, nessuno, centomila, che la vita impone di scegliere attimo per attimo, situazione e situazione, interlocutore per interlocutore.

 

 

 

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