La crisi della psichiatria positivistica (1)

manicomidi Emanuele Gin - È consuetudine, ormai, porre  attorno agli anni ’60-’70 del secolo scorso quel complesso fenomeno di

 

riconsiderazione e reimpostazione critica dell’evento psicopatologico che, per quanto attiene allo specifico psichiatrico, ha rappresentato la messa in crisi decisiva del modello biologistico.

Quello che ha rappresentato in qualche modo la specificità della critica psichiatrica del secondo novecento, che ha permesso di distinguerla  dalla tradizionale dialettica scientifica, svolta per accademie e cristallizzata di volta in volta negli assunti e nelle determinazioni nosografiche dei simposi e dei congressi disciplinari è certamente l’interpretazione originale e provocatoria che il pensiero psichiatrico “innovativo” ha offerto della follia secondo un modello olistico, nel quale il disturbo mentale lascia apparire  tutto intero il reticolo di interconnessioni con la dimensione familiare, ambientale, sociale, entro il quale sorge e si  mostra in una luce completamente  inedita. Una modalità nuova che ha avuto il carattere di una vera irruzione nei canali tradizionali di una epistemologia psichiatrica di maniera e che ha consentito, tra l’altro, l’apertura di nuovi ed interessanti orizzonti terapeutici.

D’altro canto, la fragilità della coerenza interna dello schema interpretativo classico era già palese fin dalle sue prime sistematizzazioni, dove risulta rinvenibile il breve raggio fenomenico di indagine e, ciò che più importa, la debolezza  dei suoi costrutti di base negli aspetti formali come in quelli sostanziali.

Il paradigma classico della interpretazione della follia si declina come biologistico e clinico/nosografico. Si ritrova, cioè, all’interno di una visione del mondo che da un lato risente della crisi del razionalismo, dall’altro rincorre un ancoraggio ad una naturalità sempre più oggettivata, che però rimanda puntualmente il momento della verifica e della testimonianza. Il “mito” del  dato permea di sé tutta  la strutturazione classica dell’ermeneutica del folle. Una datità fantasmizzata, però, e violentemente ristretta nelle inferenze analogiche di una iatro-chimica e di una iatro-meccanica, prima, e di un organicismo totalizzante poi, quando compiuta la “liberazione” positivistica rappresenterà pienamente la contro-immagine demonizzata del nuovo homo faber sette/ottocentesco. Una datità che se rifiuta se stessa agli occhi del ricercatore, non per questo non viene attivamente supposta ed ipostatizzata proprio là ove si nega.

Già A.Sementini (1776), nel fondare l’orientamento della sua indagine sulla pazzia, dirà:”ognuno sa e il più rozzo ed il più idiota sostiene che nell’uomo, oltre il suo corpo, si trova l’anima, che è puro spirito, e prima di tutte le umane operazioni poiché senza di essa l’uomo non è più che un tronco inerte. Tutto ciò è verissimo, ma quanto mai noi restiamo illuminati da tal discorso circa il modo onde il corpo si lega con lo spirito? ...al mio proposito baderà dimostrare primamente che il corpo sull’anima e le operazioni su di lei influisce, per indi passare all’esame delle corporee mutazioni che quei disordini producono... .”[1]

L’unione di causa ed effetto è quindi già presente dopo la riverenza d’obbligo al metafisico, è già impostato fin dall’impianto. Ciò che segue è per Sementini gnoseologia coerente che, se da un verso si preoccuperà costantemente di una referenzialità oggettuale, sempre assiomatica, dall’altro si sforzera di raggiungere una sistematicità organicistica sempre più ricorrente. Istruttiva è la l’estensione della sua indagine alle idee, che definisce immagini corporee delle cose, come le sue descrizioni degli ambiti neurologici e le connessioni con le alterazioni della mente e della condotta, che rimarranno il punto di riferimento della nascente psichiatria moderna.

Il primo anello della catena del complesso paradigma lesione/sofferenza psichica è espresso in Sementini certo con minore autorità di quanto non lo fosse in Morgagni o in Pacchioni, ma esprime già tutta la forza ermeneutica che si svilupperà a pieno nel secolo XVIII.  Sarà proprio con i contributi di Morgagni, con la sua indagine anatomofisiologica e di Cullen[2], esplicato nella direzione  nosografica, che la scaturigine della patologia psichica verrà sempre più sospinta all’interno dell’uomo: nella sua anatomofisiologia o nella sua psicologia, specificamente nella alterazione del meccanismo della volontà, alla rieducazione della quale Esquirol dedicherà parte importante della sua opera. Su questo terreno si svilupperà la Frenologia di F.Gall e G. Spurzehim che porterà a compimento il modello psico-biologistico che si proporrà esplicitamente come il referente scientifico di tutti gli interventi terapeutici.

Di passata, non si può non notare, accanto all’emergere di uno status sempre meglio definito del “deviante” che si corrisponde con  l’evolversi in senso funzionalista della patologia mentale, il precoce sorgere del  rapporto tra ampiezza ermeneutica della nozione di devianza e ambiti sociali che ad essa si fanno corrispondere, sullo sfondo della istituzione manicomiale che acquisterà uno status sempre più preciso. Su questi nodi, e se si vuole su queste contraddizioni, si aggancerà  nella seconda metà del novecento la riforma del pensiero psichiatrico che porterà al superamento e successivamente alla chiusura dell’istituzione stessa.

Tuttavia, sarà con l’opera di Philippe Pinel[3]  che il modello classico dovrà registrare una prima crisi, anche se si tratterà di una crisi evolutiva: ricorderà infatti Foucault che “è fra le mura dell’internamento che Pinel e la psichiatria del XIX secolo incontreranno i folli; è là, non dimentichiamolo, che li  lasceranno, non senza gloriarsi di averli liberati”[4].  Ed infatti, sarà proprio come il “liberatore dei folli” che Pinel verrà consegnato alla storia, dopo aver proceduto nel 17993 alla liberazione dalle catene degli ospiti dell’asilo di Bicetre e successivamente di quelli della Salpetrière di Parigi in una iniziativa che, pur restando tutta interna alla concezione  dominante di una psichiatria asilare,si proporrà come provocazione e punto di riferimento per l’evoluzione del pensiero psichiatrico nell’intera Europa. Gli faranno eco nella stessa Francia, ad esempio,  le esperienze di Tenon[5], importanti nel tentativo di fondare un nuovo umanesimo della follia, di Cabanis[6] applicate alle nascenti strutture di accoglienza.   Esemplare in Italia la testimonianza riformatrice di Chiarugi realizzata in quello che probabilmente è il primo ospedale psichiatrico italiano, il S.M. della Pietà di Roma(1548) e all’Ospedale di S. Bonifazio a Firenze, e maturata in vista di una nuova concezione del folle e della follia, che veniva sottratta alla prospettiva esclusivamente organicista e meccanicistica per essere inserita in un ambito eziologico che si apriva ad istanze già psicologiche e sociali.  Una interpretazione del folle e della follia, quindi, costruita non più solo sulla ipostasi del danno corticale o della disfunzionalità, ma intorno alla figura ideale di uomo e della civile convivenza definita dalla nuova coscienza illuministica, rispetto a cui il folle si pone come deviante, alienato, appunto. L’intento terapeutico, quindi, si connoterà sempre più come ripristino, forzoso ancorché umanizzato , della condotta morale, ai fini del reinserimento nel contesto normativo condiviso. Un assetto teorico-operativo certo ricco di fermenti e di spunti innovativi che però resteranno a lungo tali, soverchiati dalle esigenze pressanti della nascente società industriale che punterà alla ri-educazione della devianza psichica e, in difetto, alla sua segregazione. Spunti che compariranno un po’ dovunque nell’Europa occidentale del tempo, rappresentati, ad esempio,  dalle innovazioni dell’illuminato quacchero, commerciante  di the e caffè,  William Tuke realizzate nel suo “York Retreat” modello alternativo rispetto agli Asylums, il cui impianto teorico e terapeutico definito delle “tre R” (right, respect, responsability)  affine alla struttura teorica di Pinel, si propose come modello per il mondo anglosassone[7].

Tuttavia, su un piano più generale, nessuna delle esperienze accennate riuscì a costituirsi come massa critica in grado di imporre una visione realmente nuova e trasformatrice del folle e della follia, tanto che al consolidarsi del Positivismo  il pensiero psichiatrico sarà perfettamente ricompreso all’interno delle originarie coordinate epistemologiche del modello fiso-biologistico, come indicheranno esplicitamente gli indirizzi che, muovendo dalla enunciazione della teoria cellulare  di Virchow si esprimeranno da un lato nell’opera di Kraepelin e dall’altro in quelle di Broca e Lombroso. Naturalmente anche per quanto riguarda lo specifico italiano, il pensiero registrerà quanto si va facendo in questo senso in Europa, come è nel caso di Vincenzo Lanza, ma ancor di più di Biagio Miraglia, che ci avverte della avvenuta medicalizzazione della follia e del concomitante perfezionamento del processo di istituzionalizzazione, i cui canoni oramai schiettamente positivistici si ritroveranno evidenziati da Salvatore Tommasi[8]. Nel quale, tuttavia appaiono ben distinguibili quei due filoni propri della psichiatria positivistica che da un lato sanciranno la modernità degli assunti attraverso  la loro scientificità ma dall’altro porranno le premesse del suo superamento, attraverso l’assunzione delle determinanti storicistiche ed evoluzionistiche nell’ermeneutica della follia del secolo diciannovesimo. Infatti, è proprio con il riconoscimento di questa interazione, come noterà Piro, sganciata da un determinismo riduttivo ed ancorata ad una visione evoluzionistica dell’individuo, del sociale, una visione storicistica, quindi, ma al tempo stesso libera dalle equivoche significazioni morali di Pinel  o di Esquirol[9], che Tommasi acquista una pregnanza indiscutibile non solo rispetto al contemporaneo  ma soprattutto in ordine ai futuri sviluppi della nuova psichiatria e[10] che la caratterizzerà anche in ordine agli aspri temi del  disagio e dell’esigenza di controllo  aperti della questione sociale che investirà anche lo stato unitario italiano sul finire del secolo.  

Un ulteriore, più importante momento di crisi  per il modello biologistico classico sarà rappresentato dall’apparire della psicoanalisi. Certamente è stato vivo il dibattito su quanto della psicoanalisi sia da ascrivere ad uno sviluppo del modello tradizionale nei canoni sopra richiamati e su quanto invece attenga ad una nuova visione dell’omo e della sua psicopatologia. In  altri termini ci si interroga se la psicoanalisi sia stata una autentica “rottura epistemologica” (Bachelard,1934)[11] o se si sia declinata anch’essa all’interno dell’orizzonte epistemologico costruito attraverso l’impianto positivistico.

In realtà, gli elementi storicistici e dialettici he si rinvengono nella teoria freudiana sembrano meno  propri del positivismo di quanto non lo sia invece l’impianto stesso della teoria. La teoria dell’equilibrio delle pulsioni, il richiamo costante al dato come significante in sé, la reificazione degli eventi psichici, l’ipotesi genetica delle etiologia delle nevrosi offrono un rimando preciso ad un sottostante piano energetico/biologico familiare al  paradigma positivo. In questo senso lo stesso Brenner (1972) ha modo di dirsi “certo che Freud condivise l’opinione, oggi largamente sostenuta dalla maggior parte degli psichiatri e forse anche dagli psicologi non medici, che un giorno i processi psichici potranno essere descritti in termini di processi cerebrali.”[12] D’altro canto, le stesse opinioni di Freud impiegate nell’elaborazione della teoria dell’inconscio e nella dottrina del sogno, non sono esenti da quella tendenza riduttivistica che si è mostrata tipica dei modelli positivistici. Allo stesso modo è da considerare la prevalente centrazione individualistica dell’intera teoria psicoanalitica, anche se, in alcuni lavori[13] in Freud appare il concetto della etero-determinazione dell’individuo da parte dell’ambiente, cosa, questa, che consentirà, quando la psicoanalisi abbandonerà il suo isolazionismo, la sua inclinazione verso forme di psico-sociologismo tipico delle scuole statunitensi.

Tuttavia, l’esperienza psicoanalitica pur lontana dal rappresentare una effettiva ‘rottura epistemologica’, appare iscriversi per molti versi nella storia della psicopatologia come un momento di ulteriore e radicale crisi del modello clinico/positivistico. Intanto, si ha una spinta sempre più chiara alla de-medicalizzazione ed alla de-istituzionalizzazione attraverso il recupero di un rapporto ‘face-to-face” che, pure con il condizionamento, le ambiguità e le riserve esposte, mostra l’esigenza di reimpostare il rapporto con l’alienità su basi nuove, al di fuori della logica asilare, più autenticamente umane, secondo un indirizzo che verrà, però, colto a pieno soltanto dalla Fenomenologia. In secondo luogo, viene istituito il presupposto per la comprensibilità del l’evento psicopatologico, attraverso il superamento della separatezza  normalità/follia ed il riconoscimento di un continuum interposto tra la bipolarità normalità/follia il cui attributo è una gradualità non qualitativa ma essenzialmente quantitativa. Così il folle non è più lo straniero Passeggero della “Nef des Fous” proveniente dall’irreale ma il Prossimo, finora insospettato ed insospettabile che, con ciò mantiene integro il diritto alla sua integrità ed alla sua diversità.

Vi è quindi nella lezione freudiana accanto al biologismo meccanicistico del divenire libidico,  pure la concezione del sintomo noi più in termini epifenomenici rispetto a supposte alterazioni tissutali o funzionali, ma inserito già in un ambito relazionale che, attraverso la dinamica del transfert, risolve l’etiopatologia classica in un sistema referenziale più complessivi e significativamente più umano.

Un primo ed autentico momento di crisi dell’ermeneutica classica del folle, si verificherà, come si è detto, cn l’esperienza fenomenologica che, con la radicalità dell’approccio, sarà in grado di far saltare il pattern esplicativo energetico-meccanicistico-associazionistico, aggredendone gli assunti ontologici terapeutici riduttivistici e mostrando inequivocabilmente che la profonda scissione operata dalla psichiatria classica tra sofferenza psichica e sua rappresentazione clinica esaurisce le sue potenzialità operazionali nell’esercizio accademico e si nega, per ciò stesso, ogni possibilità di comprensione  autentica. Ciò che la fenomenologia psichiatrica pone, pertanto, non è una nuova teoria clinica, quanto un nuovo concetto del folle in quanto uomo, di una follia mai separabile dalla sua umanità, superando in tal  modo la divisione istituita tra soggetto ed oggetto: “il cancro di ogni concezione psicologica e psichiatrica fino ad oggi”(May, 1979), e conquistando una referenzialità euristicamente più valida, quella della esistenzialità.

Si tratta per gli psichiatri fenomenologi di oltrepassare le deformazioni concettualistiche imposte dal nosografismo classico e da una semeiotica tautologica, per giungere alla centralità dell’uomo in quanto essere, in quanto essere-nel-mondo, recuperando, come dice Straus, all’uomo la sua temporalità di cui egli è, nel suo esistere, emergenza, capovolgendo con ciò il tradizionale rapporto essere/esistere[14].

 Una prima grande linea di pensiero che confluisce nella fenomenologia pschiatrica è quella che proviene direttamente dalla filosofia di Husserl. Con essa, sviluppando i presupposti teorici di Brentano, si afferma la centralità della coscienza come intenzionalità, non però nel senso riduttivamente psicologistico, ma concepita come disposizione essenziale verso-la-verità. Coscienza che si connota, secondo il linguaggio husserliano, nei suoi aspetti noetici, noematici ed hyletici, negli erlebnisse che ne costituiscono la trama esistenziale. La comprensione, in tale ottica, deve prescindere da tutto ciò che è presupposto teoretico, dogmatismo, apparato concettuale o trama di giudizio morale, per lasciar fluire la continuità dei fenomeni che si offrono alla coscienza, alla quale possono così presentarsi le strutture dei fenomeni che prima non erano  state notate.

In tale contesto nasce l’importanza del linguaggio. Piro(1980) osserverà che la metodica e la problematica husserliana è quella che ha maggiormente influenzato il campo del linguaggio: isolare le strutture noematiche e noetiche è indispensabile per sbarazzarsi della ambiguità dei modi di parlare e per comprendere.[15] Ci si avvicina con ciò alla radice dell’essere, ma ci si avvicina anche, e forse soprattutto, alla radice dell’esistenza. Il passo successivo non potrà che essere la presa di coscienza della natura tragica di queste radici e dell’assoluto nel quale affondano. È quanto riconoscerà Jaspers, in cui il dato problematico è ricorrente nella ricerca vana del senso della vita  e del mondo che pure appare, interrogativo, nel concatenarsi del sentito, del percepito, del significato. Un dato problematico perenne, una coscienza in quanto autocoscienza angosciosa e crittografata nell’esperienza del percepirsi come essere ed emergente come cifra nella condizione limite dell’angoscia esistenziale e della follia, la cui decrittazione per Jaspers può aversi solo nel linguaggio e della comunicazione; lì è la possibilità che, con lo scambio e la con-penetrazione, l’esistenza si apra.    

Con “Sein und Zeit” di Heidegger (1927)[16]  l’angoscia si appropria del suo dato categoriale più propriamente umano: la temporalità, che descrive l’ambito fenomenico ‘ontologicamente inteso’, l’orizzonte del comprendere –vertehenshorizont- in cui si storicizza l’essere-nel-mondo. La comprensione, qui, non può che essere comprensione della struttura fondamentale, del Dasein.  Con l’individuazione della struttura fondamentale della presenza (il dasein) come ‘essere-nel-mondo’, Heidegger ha messo nelle mani dello psichiatra un filo conduttore, una guida metodologica che rende possibile considerare e descrivere i fenomeni presi in esame nella pienezza dei loro contenuti, il che significa, come sottolineerà Binswanger, affrancati da ogni teoria distorcente.

Il modello classico subisce con la fenomenologia, una crisi completa. I suoi punti di cedimento sono molteplici,  e si configura sul piano dell’orizzonte epistemologico come una vera rottura paradigmatica, imponendo una ristrutturazione complessiva del concetto di follia. Ciò avverrà grazie alla capacità che mostrerà il nuovo modello di stabilire rapporti con le altre correnti della medicina e di aprirsi all’influsso delle nuove acquisizioni della psicoanalisi, della logica matematica, della fisica, della analisi sociologica della scuola di Francoforte. Il nuovo modello di follia nel nostro Paese si andrà sempre meglio definendo negli ultimi decenni del novecento  e porterà al definitivo superamento della psichiatria asilare per aprire un panorama terapeutico, come quello immaginato dalla legge 180, ricco di nuove possibilità di intervento, in una logica non più di esclusione o di reclusione, aperta alle risorse del territorio e, soprattutto, in capace di mirare ad una diversa modalità dello stare insieme di fronte al disagio dell’uomo. Prospettiva,  questa, puntualmente tradita. (continua)


 

[1] Sementini, A.,” Breve delucidazione della natura e della varietà della pazzia”, Napoli, 1776 (in Gambini, F., Schettino, P., “L’acredine pungitiva”, Napoli, Tempi Moderni, 1980.

[2] Al quale deve farsi risalire il conio del termine nevrosi. Cfr. Cullen. W., Synopsis nosologiae methodicae”1769.

[3] cfr. Pinel, Ph., “La mania. Trattato medico-filosofico sull’alienazione mentale”(1800) Basso. F.F., Moravia S., (a cura di) Venezia, Marsilio, 1987.

[4] cit. in Roscioni, L.,  “Il governo della follia: ospedali, medici e pazzi nell’età moderna”. Mondadori, Milano,  2003.

[5] Cfr. Jacques-Renè Tenon (1724-1816)”Memoires sur les Hospitaux de Paris”, 1799.

[6] Cfr. Pierre Jean Georges Cabanis,  (1757-1808) “Traitè du physique et du moral de l’homme”

[7] Ad  es. facendo da modello al movimento di riforma, per molti versi incredibilmente moderni, condotto in America da Dorothea Dix.

[8] Cfr. Luzenberger (de), M.,” La psichiatria italiana nell’ottocento ed il concetto di devianza: Il positivismo evoluzionistico di Salvatore Tommasi”, in L’Ospedale Psichiatrico, n°3, 1979, Napoli.

[9] Foucault, M., “Storia della follia nell’età classica”, Rizzoli, Milano, 1978.

[10] Anzi, saranno proprio le mutate condizioni socio economiche implicanti tensioni sociali sempre più laceranti, a favorire il soffocamento delle teorie evoluzionistiche e storicizzanti ed il prevalere dell’altro aspetto del positivismo psichiatrico, quello del determinismo biologistico che, si è detto, si esprimeranno nel ‘costituzionalismo’ nelle teorie di Lombroso, nell’antropologia criminale. Cfr. Piro, S.,” La Scacchiera maledetta”, Tempi Moderni, Napoli, 1980; prefazione a Manacorda, A., Montella, V.,“La nuova psichiatria in Italia”, Feltrinelli, Milano, 1977; Saggio introduttivo a “L’acredine pungitiva”(cit.).

[11] Bachelard, G., “Le nouvel esprit scientifique” (1934), (“Il nuovo spirito scientifico” ed. italiana, Il nuovo spirito scientifico, Bari, Laterza, 1951). Cfr. anche –“ La formation de l'esprit scientifique” (1938), (ed. italiana parziale:” La ragione scientifica”, Verona: Bertani, 1974)- “La philosophie du non” (1940) (ed. it. “La Filosofia del Non. Saggio di una filosofia del nuovo spirito scientifico”, Armando Armando, Roma, 1998.

[12] Brenner, Ch.,” Breve corso di Psicoanalisi”, Martinelli, Firenze, 1976.

[13] Particolarmente in “Il disagio della civiltà”, Bollati Boringhieri, Torino, 2003

[14] Cfr. Straus, E.,   “Philosophische Grundfragen der Psychiatrie II. Psychiatrie und Philosophie (1963) ed. it “Il vivente umano e la follia” a cura di A. Gualandi, Quodlibet, Macerata 2010

[15] Cfr. Piro, S., “La Scacchiera maledetta”(cit.). cfr. anche “Il linguaggio schizofrenico” Feltrinelli, Milano 1967 e “Parole di follia. Storia di persone e linguaggi alla ricerca di significati e del senso”, Angeli, Milano 1992.

[16] Heidegger, M., (ed.or.1927) “Essere e Tempo” Bocca, Roma, 1953

Joomla templates by a4joomla