Il Linguaggio simbolico

di Anna Sena Vitaliano - Prerogativa esclusiva della specie umana, il linguaggio simbolico può essere definito come un sistema arbitrario di comunicazione caratteristico di sogni, miti, fiabe, rituali, romanzi, in cui le espressioni interiori, i sentimenti e i pensieri vengono espressi come se fossero esperienze sensoriali, avvenimenti del mondo esterno.

 

Retto da una logica diversa da quella convenzionale, di cui ci serviamo durante il giorno, una logica cioè in cui non tempo e spazio sono le categorie dominanti, ma intensità e associazione, è forse l’unico linguaggio universale, che mai sia stato creato dall’uomo, rimasto identico per ogni civiltà e nel corso della storia. Ma  andiamo con ordine ed esaminiamo innanzitutto la sua natura.

Supponiamo di voler spiegare a qualcuno la differenza che esiste fra il sapore del vino bianco e quello del vino rosso. Potrebbe sembrare una cosa semplicissima, essendoci la differenza ben nota, eppure ci risulterà estremamente difficile rendere in parole questa differenza di gusto, per cui, con molta probabilità, si finirà per dire: “Guarda, non riesco a spiegartelo. Bevi del vino bianco e poi del vino rosso e capirai da solo qual è la differenza”.

Paradossalmente, non incontriamo difficoltà nel trovare le parole adatte a spiegare l’ingranaggio più complicato, eppure esse sembrano inutili a descrivere una semplice esperienza del senso del gusto. Ora, osservando bene, vediamo che lo stesso problema ci si ripresenta quando vogliamo spiegare un’esperienza emotiva.

Prendiamo, per esempio, uno stato d’animo in cui ci sentiamo perduti, abbandonati in un mondo che ci appare squallido, spaventoso e vogliamo comunicare queste sensazioni ad un amico, vedremo che, anche in questo caso, ci ritroviamo ad annaspare alla ricerca di parole che meglio lo rappresentano ed alla fine ci  rendiamo conto che nulla di ciò che abbiamo detto ha fornito una spiegazione adeguata allo scopo.

La notte seguente facciamo un sogno: ci vediamo alla periferia di una città, poco prima che sorga l’alba, le strade sono deserte, le case hanno un aspetto misero, ciò che ci circonda ci appare estraneo e non abbiamo a disposizione nessuno dei soliti mezzi di trasporto per poter raggiungere luoghi a noi familiari e ai quali sentiamo di appartenere. Quando ci svegliamo e ci ricordiamo del sogno, ci accorgiamo che la sensazione che abbiamo provato nel sogno era esattamente quella sensazione di smarrimento e di grigiore che il giorno prima abbiamo cercato di descrivere al nostro amico. E’ soltanto un’immagine, alla cui realizzazione bastò meno di un secondo; eppure si tratta di una descrizione più viva e precisa di quella che avremmo potuto fornire parlando diffusamente di questa sensazione.L’immagine che vediamo nel sogno è il simbolo di qualcosa che abbiamo sentito. Ma cos’è un simbolo?

Un simbolo viene spesso definito come qualcosa che sta al posto di qualcos’altro. Questa definizione potrebbe apparire piuttosto deludente, ma diventa più interessante se consideriamo quei simboli in cui espressioni sensoriali come il vedere, l’udire, l’odorare e il toccare stanno al posto di qualcos’altro che è un’esperienza interiore, un sentimento o un pensiero. Un simbolo di questo genere è qualcosa che sta al di fuori di noi stessi e ciò che esso simbolizza è qualcosa che sta dentro di noi. Nel linguaggio simbolico le esperienze interiori vengono espresse come se fossero esperienze sensoriali, cioè come qualcosa che abbiamo fatto o subìto nel mondo esteriore; in esso il mondo esterno è un simbolo del mondo interno, un simbolo per le nostre anime e per le nostre menti.

Ora, se si definisce un simbolo come qualcosa che sta al posto di qualcos’altro, la domanda da porsi è: “Qual è l’esatta correlazione fra il simbolo e ciò che esso simbolizza”? A questa domanda si può rispondere facendo innanzitutto una distinzione fra tre tipi di simboli: il convenzionale, l’accidentale, l’universale, dei quali solo gli ultimi due esprimono le esperienze interiori come se fossero esperienze sensoriali e posseggono gli elementi del linguaggio simbolico.

Il simbolo convenzionale è, dei tre, il più conosciuto, dato che lo usiamo nel linguaggio di tutti i giorni. Se vediamo la parola “tavolo” o sentiamo il suono “tavolo”, le lettere T-A-V-O-L-O stanno al posto di qualcos’altro, cioè al posto dell’oggetto tavolo che vediamo, tocchiamo e usiamo. Che relazione c’è fra la parola tavolo e l’oggetto tavolo? Fra di esse non c’è nessun rapporto; infatti, l’oggetto tavolo non ha niente a che fare con il suono tavolo e l’unico motivo per cui questa parola simbolizza l’oggetto è che, in qualche modo, si è convenuto di chiamare questo particolare oggetto con questo particolare nome. Apprendiamo quest’associazione fin da bambini mediante l’esperienza ripetuta di ascoltare quella parola in riferimento a quell’oggetto, fino a che viene a stabilirsi una durevole associazione. Esistono tuttavia alcune parole in cui l’associazione non è soltanto convenzionale. Per esempio, quando diciamo “puah”! facciamo con le labbra un movimento di disgusto emettendo aria: è un’espressione di disgusto, cui partecipa la bocca. Per mezzo di questa rapida espulsione di aria, imitiamo e perciò esprimiamo l’intenzione di espellere qualcosa, di estrometterla da noi stessi. In questo, come in altri casi, il simbolo ha un rapporto intrinseco con l’emozione che rappresenta.

Le parole non sono, tuttavia, l’unico dei simboli convenzionali, sebbene esse ne siano gli esempi più frequenti e più conosciuti. Anche le figure, infatti, possono essere simboli convenzionali; una bandiera, per esempio, può rappresentare un certo Paese, eppure non vi è nessuna relazione fra i singoli vessilli e i Paesi cui si riferiscono. Essi sono accettati per designare quella particolare nazione e noi traduciamo l’impressione visiva di quella bandiera nel concetto di quella nazione, sempre su una base convenzionale.

L’esatto opposto del simbolo convenzionale è il simbolo accidentale sebbene entrambi abbiano un elemento in comune: non esiste alcuna relazione intrinseca far il simbolo e ciò che esso simbolizza. Supponiamo che una persona abbia avuto una triste esperienza in una certa città; ogni qualvolta sentirà il nome di questa città, essa lo assocerà facilmente ad uno stato di tristezza, proprio come lo assocerebbe ad uno stato di gaiezza se vi avesse avuto un’esperienza piacevole. E’ evidente che la città di per se stessa non ha niente di triste o di allegro: è l’esperienza individuale collegata con quella città che la rende simbolo di un determinato stato d’animo.

Al contrario del simbolo convenzionale, il simbolo accidentale non può essere condiviso da nessun’altro, a meno che non si espongano o non si siano vissuti gli eventi connessi con il simbolo stesso. Per questa ragione i simboli accidentali hanno un impiego limitato nei miti, nelle favole o nelle opere d’arte scritte in linguaggio simbolico, perché questi simboli non possono essere comunicati a meno che lo scrittore non aggiunga un commento prolisso ad ogni simbolo utilizzato. Nei sogni, invece, questo tipo di simboli è molto frequente.

Contrariamente ai precedenti, il simbolo universale è l’unico in cui esiste una relazione intrinseca far il simbolo e ciò che esso rappresenta. Tale simbolo può essere definito universale perché è comune a tutti gli uomini, a differenza non solo del simbolo accidentale che per la sua stessa natura è del tutto personale, ma anche del simbolo convenzionale che è limitato ad un gruppo di persone che hanno in comune una stessa convenzione. Il simbolo universale è radicato nelle facoltà del nostro organismo, nei nostri sensi e nella nostra mente, che sono comuni a tutti gli uomini e non limitato a determinati individui o a determinati gruppi.

Ritroviamo esempi di simboli universali, per esempio,  nel sogno “alla periferia di una città”, precedentemente citato, in cui l’ambiente deserto, estraneo e squallido, ha in effetti una relazione significativa con uno stato d’animo di smarrimento e di ansietà; li si ritrova nell’esperienza di ogni essere umano: se pensiamo, per esempio, al fuoco, ritroviamo in esso alcune caratteristiche come vitalità, potenza, energia, movimento, stabilità, ecc.; quindi, quando usiamo il fuoco come simbolo, vogliamo esprimere l’esperienza interiore caratterizzata da quegli stessi elementi che notiamo nell’esperienza sensoriale del fuoco, con la prevalenza, a volte dell’uno, a volte dell’altro, di questi elementi. Li si ritrova, ancora, nel nostro stesso corpo: infatti, essendo il corpo l’espressione della mente, il sangue affluisce rapidamente alla testa quando siamo infuriati e ne fugge quando siamo spaventati; il cuore batte più rapidamente quando siamo adirati e tutto il corpo ha un tono diverso quando siamo lieti e quando siamo tristi. Quindi, lo stesso fatto che noi esteriorizziamo i nostri umori con le espressioni del viso e i nostri atteggiamenti, e i nostri sentimenti con movimenti e con gesti così precisi che gli altri riescono a riconoscere con molta maggiore esattezza attraverso il nostro comportamento che non attraverso le nostre parole, sta a dimostrarci l’esistenza di un simbolo universale, proprio attraverso la relazione fra esperienza mentale ed esperienza fisica.

Alcuni simboli universali, poi, differiscono nel significato a seconda della diversità che esiste nel loro significato reale presso le varie civiltà.

Ad esempio, la funzione e, di conseguenza, il significato del sole è diverso nei Paesi nordici e in quelli tropicali. Infatti, mentre nei primi il sole è l’amato potere fonte di calore, di vita e di protezione, essendoci abbondanza d’acqua ed essendo ogni tipo di crescita condizionato da una sufficiente quantità di sole; nei secondi essendo il suo calore molto più forte, esso rappresenta una potenza pericolosa e perfino minacciosa da cui l’uomo deve difendersi, mentre l’acqua è considerata la sorgente della vita e la condizione principale per ogni tipo di crescita.

Sono questi ultimi definiti dialetti simbolici e sono determinati da quelle differenze di condizioni naturali per cui alcuni simboli assumono un significato diverso in diversi regioni della Terra. Esistono, infine, simboli che hanno più di un significato, a seconda dei diversi tipi di esperienze che possono essere connesse con il medesimo fenomeno naturale.

Consideriamo di nuovo il simbolo del fuoco. Se osserviamo il fuoco in un caminetto, che è fonte di benessere, esso è l’espressione di uno stato di vitalità, di calore, di piacere; se vediamo, invece, un edificio o una foresta in fiamme, esso ci traduce un’esperienza di minaccia e di terrore e ci ricorda l’impotenza dell’uomo di fronte agli elementi della natura. Il fuoco, dunque, può essere la rappresentazione simbolica della vitalità interiore e della felicità come pure della paura, dell’impotenza o delle proprie tendenze distruttive.

Lo stesso vale per il simbolo dell’acqua, che può rappresentare una forza tremendamente distruttiva, se scatenata da una tempesta o dalla rottura degli argini di un fiume, nel qual caso è espressione simbolica dell’orrore e del caos, o, al contrario, se si pensa ad una vacanza al mare, essa è simbolo di pace e benessere.

Tutto ciò che è stato descritto a proposito del linguaggio simbolico, viene ben esemplificato dalla fiaba Cappuccetto Rosso, in cui proprio attraverso i simboli viene offerta una variante del tema del conflitto uomo-donna, che seguiremo nella nota, se pur controversa, descrizione di Erich Fromm.

Il cappuccetto di velluto rosso è simbolo delle mestruazioni; la ragazzina di cui ascoltiamo le avventure è diventata una donna matura e si trova ora di fronte al problema del sesso. L’ammonimento della madre a “non fermarsi a raccogliere i fiorellini nel bosco” è un chiaro avvertimento contro i pericoli del sesso e contro quelli di perdere la propria verginità. L’appetito sessuale del lupo è risvegliato dalla vista della ragazzina che cerca di sedurre suggerendole di “guardarsi intorno e di ascoltare il dolce canto degli uccellini”. Cappuccetto Rosso “alza gli occhi” e, seguendo il consiglio del lupo “si addentra sempre di più nel bosco”. Ella agisce in tal modo ricorrendo ad un caratteristico processo di razionalizzazione: per convincere se stessa che non c’è nulla di male, pensa che, tutto sommato, alla nonna farebbe piacere ricevere dei fiori. Ma questa deviazione dalla retta via viene severamente punita. Il lupo, camuffatosi da nonna, divora l’innocente ragazzina e, una volta soddisfatto il suo appetito si addormenta.

Fin qui la fiaba sembra avere un semplice tema moralistico: il pericolo del sesso, ma, è ancor più complicata.

Qual è la parte svolta dall’uomo e com’è rappresentato il sesso? Il maschio è rappresentato come un animale crudele e astuto e l’atto sessuale è descritto come un atto di cannibalismo in cui il maschio divora la femmina.

Un simile punto di vista non è condiviso dalle donne, che godono degli uomini e del sesso, ma è espressione di un retrostante, profondo antagonismo nei confronti degli uomini e del sesso. L’odio e i pregiudizi contro gli uomini affiorano, in maniera ancora più netta, alla fine del racconto. Ancora dobbiamo ricordare, infatti, che la superiorità della donna sta nella sua capacità di generare. In che modo viene allora messo in ridicolo il lupo? Mostrando che ha tentato di recitare la parte di una donna incinta, portando nel suo ventre esseri vivi.

Cappuccetto Rosso mette nel suo ventre alcune pietre, simbolo di sterilità, e il lupo si accascia al suolo e muore.

La sua azione, in base alla primitiva legge del taglione, è punita secondo la sua colpa: viene ucciso dalle pietre, simbolo di sterilità, venendo così beffato per aver usurpato la parte della donna incinta.

La  fiaba, in cui le principali figure sono rappresentate da tre generazioni di donne (il cacciatore che appare alla fine è la figura convenzionale del padre senza peso effettivo), narrerebbe, in filigrana la storia del trionfo delle donne che odiano gli uomini, e termina con la loro vittoria, assumendosi, appunto, quale simbolo dell’eterno conflitto fra i sessi..

 



Erich Fromm: Il linguaggio dimenticato.

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