Continuità e fratture nell’associazionismo politico e settario tra Settecento e Ottocento. Il caso del Regno delle Due Sicilie.

di Emilio Gin - Così come le origini stesse della massoneria, il suo rapporto col procedere della vita culturale dell’Europa – si pensi ad esempio alla costruzione delle cattedrali-

si perde nella notte dei tempi ben prima che il famoso scisma di alcune logge inglesi all’inizio del Settecento avesse ufficializzato la nascita della massoneria moderna, o meglio di quella cosiddetta speculativa, ossia slegata da ogni legame diretto con l’arte delle costruzioni.  Sebbene non sia sempre possibile, data la natura iniziatica ed esoterica della società liberomuratoria, attribuire ad ogni sua frattura e scissione valenze immediatamente politiche, la sua storia non è però altrimenti del tutto comprensibile se non viene posta in relazione anche con l’evoluzione storico-politica stessa[1].

E tale corrispondenza appare molto evidente sin dalla nascita della massoneria moderna se solo si pone mente al ruolo rivestito dalle prime logge inglesi diffusesi sul continente a sostegno della causa giacobita oppure alla formazione, lungo tutto il corso del secolo, delle varie massonerie cosiddette “nazionali” sempre in un controverso rapporto con quella britannica.

Il Settecento dunque quale momento di profonda riformulazione del rapporto tra sociabilità di origine esoterica e latomica ed associazionismo politico cui l’evento rivoluzionario su entrambe le sponde dell’Atlantico avrebbe poi conferito ulteriore dinamicità. Espressione ed effetto delle esigenze e dello spirito del secolo dei Lumi la massoneria s’intrecciò, dunque, tanto con le relazioni internazionali e la politica dinastica, che col parallelo fiorire rigoglioso del movimento illuminista e riformatore.

Come nel resto della Penisola, anche la società dei Liberi Muratori nelle Due Sicilie, nella sua versione speculativa, vede la sua apparizione nella prima metà del XVIII secolo ed avrebbe rispecchiato nel suo seno il fiorire degli scismi e delle differenziazioni che accompagnarono la diffusione stessa della massoneria universale nel vecchio continente[2]. Anche a Napoli, ben presto, vi si sarebbe potuta rilevare sia l’espansione dei sistemi cosiddetti ad “altri gradi”, più elitari e d’impostazione più spiritualista, che reclutavano i propri membri preferibilmente tra gli strati superiori della società, sia la Massoneria inglese classica o Azzurra, che si limitava ai soli tre gradi originari e che mostrava una fisionomia sociale più intercetuale, più propensa dunque ad accogliere i successivi impulsi filosofici di matrice razionalista. Dopo il periodo iniziale di fortunata fioritura ad opera del principe di Sansevero, bruscamente interrotta dalla nota vicenda della scomunica papale e successiva abiura, il periodo di maggior splendore della massoneria napoletana, nella sua versione ad alti gradi, sarebbe giunto con l’attività della Gran Loggia Nazionale nella persona del cui Gran Maestro, il principe di Caramanico, si sarebbe reso manifesto l’accordo temporaneo raggiunto tra la monarchia borbonica e il movimento riformatore.

La massoneria dunque come fattore veicolante delle nuove idee del secolo, reticolo di raccordo degli esponenti dei nascenti gruppi riformatori, luogo di contatto tra la monarchia e questi ultimi e, inevitabilmente, elemento non trascurabile della dinamica politica dello stato. L’equilibrio tra la volontà della dinastia borbonica e l’impegno degli intellettuali, col corrispettivo fiorire della massoneria “nazionale”, si sarebbe poi, come è noto, drasticamente interrotto con l’insorgere della rivoluzione francese. Ben presto, infatti, si sarebbe giunti alla rottura tra la corona e una parte del ceto intellettuale ed all’esaurimento della stagione riformatrice con la puntuale ricaduta nel campo settario: dalla chiusura di tutte le logge del regno, ordinata nel 1788 dal gran maestro Diego Naselli, sino all’inizio della deriva giacobina e rivoluzionaria di gran parte del ceto riformatore evidenziatasi nella la trasformazione di alcune logge massoniche in clubs politici. E risulta interessante a questo proposito notare quanto la rottura a livello latomico sia avvenuta ancor prima dello sviluppo degli eventi sul più manifesto piano politico, dal momento che l’ordine di chiusura della Gran Loggia Nazionale precedette di molto sia la visita della flotta francese a Napoli, sia la congiura giacobina del ’94 che i successivi sviluppi.

Sin dall’inizio degli anni ‘90 il panorama settario meridionale pertanto anticipava, in certo qual modo prefigurava, le fratture che sarebbero divenute manifeste sul piano politico nella crisi di fine secolo. A seguito del generale «assonnamento» della massoneria nazionale, infatti, il polo legittimista ebbe modo di organizzarsi sia, come ammesso esplicitamente dal Canosa[3], in un universo non ben definito di società segrete sia, come evidenziato e confermato dai più recenti studi[4], dalla rete disposta dalla Reale Arcadia Sebezia, mentre il fronte rivoluzionario proseguì nella sua evoluzione procedendo alla trasformazione di alcune logge nei clubs a sfondo schiettamente politico.

Al di là di tutte le altre concause, risulta a questo punto più comprensibile sia la rapidità e la facilità della formazione del governo provvisorio repubblicano attingendo ad elementi rivoluzionari di derivazione massonica, sia la subitaneità della reazione sanfedista che potette giovarsi tanto della trama posta in essere dall’Arcadia Sebezia, con alla testa il cardinale Ruffo, tanto del repentino riattivarsi dei contatti dell’«assonnata», ma non imbelle sul piano politico, massoneria nazionale legittimista come si evince dall’azione di personaggi provenienti dalle sue fila quali Antonio Micheroux o Diego Naselli.

Sul piano della progettualità della ricerca risulterebbe pertanto, a mio avviso, utile puntare il fuoco dell’attenzione allo scopo di chiarire la complessa dinamica di incontro e contrapposizione tra quelle che paiono essere due anime ben definite della santa fede e di meglio individuarne sia il diverso retroterra latomico, sia le connessioni con le fratture e le fazioni di alto livello all’interno della corte borbonica. In uno scenario in cui l’unitarietà del movimento sanfedista fosse più il frutto delle contingenze che un risultato pacifico e scontato in partenza meglio leggibili, infatti, apparirebbero sia l’arresto di Naselli ad opera dello stesso cardinale durante la sua marcia, nonostante si sapesse che fosse uomo di assoluta fiducia della regina, sia l’indipendenza rispetto all’iniziativa del porporato della riuscita missione di Micheroux a Corfù per ricercare il sostegno russo e turco[5]. In questo senso non appare allora superfluo ricordare che sia il ritorno del Naselli alla ribalta sul piano politico, con la sua nomina a governatore di Roma una volta cacciativi i giacobini, sia la fortunata carriera del Micheroux al ministero degli Esteri, sia ancora lo scioglimento definitivo delle masse della santa fede, abbiano avuto luogo significativamente dopo la caduta in disgrazia del cardinale. Sarebbe dunque interessante indagare anche sulla persistenza di lungo periodo, sin dentro ed oltre il decennio francese, di tale frattura interna al lato legittimista del panorama politico meridionale.

Per riprendere il discorso sull’intreccio di lungo periodo tra latomismo e politica, la ripresa ufficiale dell’associazionismo massonico nelle Due Sicilie si sarebbe poi avuta solo più tardi con la nascita del Grande Oriente napoletano nel 1806, che si inseriva nel più ampio progetto di creare anche nel mezzogiorno una struttura massonica che fosse in diretto contatto, e dipendenza, con la politica della Francia imperiale di Bonaparte. Ripresa ufficiale entro la quale non si sarebbe certo limitata ed esaurita l’esperienza latomica napoletana, che anzi avrebbe conosciuto, proprio in concorrenza ed opposizione con la massoneria napoleonica, una straordinaria lievitazione e di cui la nascita della carboneria ne rappresenta solo la manifestazione più macroscopica[6].

A riprova della costante risonanza della lotta politica al di là delle colonne delle logge e delle vendite, mentre la massoneria ufficiale avrebbe faticato a ricomporre gli scismi provocati dall’azione concomitante di quella inglese e di parte di quella scozzese, la carboneria avrebbe finito per articolarsi abbastanza nitidamente in tre anime ben definite, murattiana o meglio filogovernativa, democratica – in connessione con le logge massoniche recalcitranti all’ordine bonapartista guidate da Orazio De Attellis[7]-, e legittimista. All’interno di quest’ultima sarebbero poi confluiti i gruppi fedeli al Borbone che in un secondo momento avrebbero dato vita, verso la fine del regime francese, alla società dei calderari che avrebbero ricoperto un ruolo decisivo all’indomani della restaurazione[8]. Questo dunque a grandi linee il panorama generale dell’evoluzione latomica del Regno in relazione ai mutamenti manifesti di carattere politico.

Tale quadro però, seppur valido, a mio avviso non rende completamente giustizia alla complessità della situazione. In particolare credo che la discrepanza riscontrabile tra il periodo precedente alla repubblica del ’99 e il decennio, ossia tra la scomposizione in legittimisti e repubblicani (massoneria nazionale/Arcadia Sebezia da un lato e clubs giacobini dall’altro) prima della rivoluzione, e la tripartizione in legittimisti, democratici e bonapartisti durante il periodo francese sia più apparente che reale. Credo sia infatti significativo sottolineare che l’ordine di scioglimento della massoneria imposto dalla monarchia all’insorgere della rivoluzione francese non fu eseguito alla lettera da tutti i «fratelli» meridionali, ed anzi a poco tempo dalla chiusura della loggia nazionale di Naselli, indipendentemente dalla nascita dei clubs giacobini, nacquero tutta una serie di logge «spurie»[9] entro le quali evidentemente si raccolsero tutti coloro che avevano in animo di continuare il discorso riformatore della società d’antico regime pur senza accettare la deriva rivoluzionaria. Sarebbe pertanto interessante esaminare il personale di tali logge e seguirne lo sbocco politico in seno al bonapartismo alcuni anni dopo. La formazione del blocco sostenitore dello sbocco “amministrativo” nell’opera di eversione dell’antico regime sembra infatti latente già, ad esempio, nella diffusione degli Illuminati di Baviera a seguito del famoso viaggio del pastore luterano Munter nel mezzogiorno, ad un tempo causa e prodotto della crisi della massoneria nazionale: i nomi più illustri degli aderenti a tale società da Medici e Tommasi a Zurlo, a parte qualche elemento poi partecipe agli eventi del ’99, si ritroveranno tenaci sostenitori della monarchia amministrativa pur essendosi divisi, alla svolta del 1806, sulla necessità di tenere fede o meno al legittimismo dinastico. Tutto questo credo contribuisca a spiegare meglio, oltre tutti gli altri fattori in gioco, tanto la forza e la vitalità dimostrate dalla massoneria e dalla carboneria di origine bonapartista che non a caso avrebbero costituito un elemento fondamentale della lotta politica durante il cosiddetto ottimestre costituzionale, tanto la facilità dell’accettazione del sistema istituzionale francese da parte dei borbonici all’indomani della restaurazione.

Accanto a tutto ciò, nell’economia di un discorso di lungo periodo sull’intreccio tra politica e latomismo credo valga la pena di sottolineare anche un altro aspetto relativo, invece, al rapporto tra politica e messaggio esoterico quale complesso di simboli e ritualità retaggio della sapienza tradizionale. Dalle Note Autobiografiche di Mazzini[10] "Fui condotto una sera in una casa presso San Giorgio, dove, salendo all’ultimo piano, trovai chi doveva iniziarmi. (…) mi disse con piglio solenne come la persecuzione governativa e la prudenza necessaria a raggiunger l’intento vietavano le riunioni e come quindi mi si risparmiassero prove, cerimonie e riti simbolici. M’interrogò sulle mie disposizioni ad agire, a eseguire le istruzioni che mi verrebbero via via trasmesse, a sagrificarmi, occorrendo, per l’ordine. Poi mi disse di piegare un ginocchio e snudato un pugnale, mi recitò e mi fece ripetere la formula di giuramento del primo grado, comunicandomi uno o due segni di riconoscimento fraterno e m’accommiatò. Io era carbonaro."

 Dalle parole di Mazzini si evince chiaramente che siamo in presenza, nel suo caso, di una iniziazione molto abbreviata, di una tipica iniziazione “sulla spada”, ossia priva di tutto o di gran parte dell’apparato simbolico e rituale normalmente previsto. Lo stesso Mazzini, poche pagine più innanzi, riferisce che dopo un certo tempo a lui stesso venne concessa la facoltà di iniziare altri adepti, ed è presumibile che anche il reclutamento da lui condotto venisse effettuato senza attingere all’universo simbolico della carboneria[11].

A quanto appare dall’episodio riferito, siamo in presenza di un fenomeno di lungo periodo che sembra indicare, anche per la carboneria che sin dalla sua nascita ha sempre avuto un carattere fortemente simbolico ed esoterico, un progressivo sacrificio di tali aspetti a favore dei motivi di carattere più immediatamente politico. Nella stessa massoneria del resto, come è riscontrabile nella fase finale del ‘700, dopo la chiusura forzata delle logge le riunioni ormai clandestine nel mezzogiorno continuarono soltanto al prezzo di una progressiva semplificazione ed abbreviazione della ritualità simbolica, non più - ad esempio - nei templi ma molto più spesso nelle case private dei diversi maestri e con l’ausilio di nient’altro che un semplice candelabro[12]. La formazione dei clubs giacobini marca, in tal senso, un punto importante per indicare la persistenza di tale processo di contaminazione simbolica dal momento che la loro somiglianza con le logge quanto a struttura organizzativa risulta più formale che strutturale in quanto il distacco dall’archetipo massonico avveniva proprio per far fronte alle rinnovate esigenze cospirative per esigenze squisitamente politiche.

Lungo la medesima direttrice, significativo risulta a questo punto il confronto tra il giuramento dell’adepto carbonaro, in tutto simile se non identico a quello massonico, ancora privo di espliciti riferimenti al mondo politico profano, e quello invece sottoposto dalla Giovine Italia ai propri affiliati[13]. Mentre, infatti, nel primo – e in quello massonico – oltre ai vincoli di fedeltà all’associazione ed alla promessa di mutuo soccorso si aggiunge l’impegno a non divulgare al profano i contenuti del segreto esoterico cui l’appartenenza alla fratellanza garantisce l’accesso, nel secondo gli scopi mondani e politici della società assumono un peso preponderante, prefigurando così al neofita l’ingresso in un ambiente ristretto in cui ormai l’universo simbolico ha già subito un’inevitabile torsione semantica che lascia sempre meno spazio alla sua fruibilità, se non in via mediata, quale strumento per raggiungere il perfezionamento e l’evoluzione spirituale del singolo. In altre parole, se lo scopo della carboneria riassunto nel dover «liberare la foresta dai lupi» poteva ancora essere interpretato in entrambe le direzioni, esoterica ossia nel senso di adoperarsi per purificare il proprio animo dalle passioni interiori, e politica ossia nel senso di dover lottare per liberare la propria patria dal dispotismo, quello della Giovine Italia restringeva drasticamente –sino ad espungere del tutto- tale ambivalenza di significati. Mentre la massoneria non avrebbe però mai perduto il suo carattere di mezzo per la trasmissione dell’universo simbolico tradizionale, quanto più ci si allontana da essa e quanto più ci si trova in circostanze politiche particolari tale carattere, anche se non del tutto, sembra dunque perdersi, sembra sfumare progressivamente. Si pensi ad esempio alla Società Nazionale, ultimo stadio nell’evoluzione dell’associazionismo latomico ormai alle soglie dell’Unità, che finisce per perdere anche il carattere di segretezza, se non al di fuori del Piemonte per esigenze cospirative, ed il cui rapporto con le autorità governative dello stato sabaudo si pone su di un piano certo qualitativamente ben differente rispetto a quello esistente – ad esempio – tra Maria Carolina e la massoneria settecentesca. Se pertanto guardiamo al rapporto tra politica e sociabilità latomica da tale particolare angolazione risulta chiara la funzione giocata da quest’ultima, assieme all’azione di processi di lungo periodo quali la secolarizzazione e la massificazione progressiva della società, quale punto di passaggio fondamentale per l’evoluzione di quella che sarà – in tempi a noi più recenti- la forma partito contemporanea.



[1] Cfr. Giuseppe Del Noce, L’evoluzione della Libera Muratoria nel secolo XVIII, Lalli, Poggibonsi 1990; Giuseppe Giarrizzo, Massoneria e Illuminismo nell’Europa del Settecento, Marsilio, Venezia 1994; Margaret C. Jacob, Massoneria illuminata. Politica e cultura nell’Europa del Settecento, Einaudi, Torino 1995; Antonio Trampus, La Massoneria nell’età moderna, Laterza, Bari-Roma, 2001.

[2] Sul punto cfr. le prime riflessioni di Michelangelo D’Ayala, I Liberi Muratori di Napoli nel secolo XVIII, in «Archivio Storico per le Province Napoletane» (d’ora in poi «ASPN»), XXII, 1897, XXIII (1898); ed inoltre Giuseppe De Blasiis, Le prime logge dei Liberi Muratori a Napoli, Ibidem, XXX, 1905; Bianca Marcolongo, La Massoneria nel secolo XVIII, in «Studi Storici», XIX, 1910; Carlo Francovich, Storia della Massoneria italiana dalle origini alla rivoluzione francese, La Nuova Italia, Firenze 1974, in particolare p. 187 e ss; Edward Stolper, La Massoneria settecentesca nel Regno di Napoli, in «Rivista Massonica», LVI, 1975, pp. 591-603; Fulvio Bramato, Napoli massonica nel Settecento, Longo, Ravenna 1980; G. Del Noce, L’evoluzione della Libera Muratoria cit., pp. 133-198; R. Ferrara Di Castiglione, Alle sorgenti della Massoneria. Contributo per una storia dell’istituto latomistico napoletano dal 1728 al 1749, Atanòr, Roma 1988; I Liberi Muratori di Napoli nel secolo XVIII, a cura di G. Giarrizzo, Società Napoletana di Storia Patria, Napoli 1998, e soprattutto, più recentemente, cfr. R. Di Castiglione, La Massoneria nelle Due Sicilie e i «fratelli» meridionali del ‘700, Gangemi, Roma 2006.

[3] Antonio Capece Minutolo (Principe di Canosa), I pifferi di montagna, ossia cenno estemporaneo di un cittadino imparziale sulla congiura del Principe di Canosa e sopra i carbonari. Epistola critica diretta all’estensore del foglio letterario di Londra, Dublino [ma Lucca] 1821, p. 43 e ss.

[4] Annalisa Sannino, L’altro 1799. cultura antidemocratica e pratica politica controrivoluzionaria nel tardo Settecento napoletano, ESI, Napoli 1999.

[5] Sul punto cfr. Benedetto Maresca, Il cavaliere Antonio Micheroux nella reazione napoletana del 1799: studio storico, Giannini, Napoli 1895, e Id., Gli avvenimenti di Napoli dal 18 giugno al 12 luglio 1799 narrati dal cav. A. Micheroux, Giannini, Napoli 1900, il quale pubblica il diario della missione del diplomatico napoletano conservata presso l’Archivio di Stato di Napoli.

[6] Sul punto cfr. le Memorie sulle società segrete dell’Italia meridionale e specialmente sui carbonari, trad. italiana a cura di Anna Maria Cavallotti, Dante Alighieri, Roma 1904; Oreste Dito, Massoneria, Carboneria e altre società segrete nella storia del Risorgimento italiano, Roux & Viarengo, Torino 1905; B. Marcolongo, Le origini della carboneria e le società segrete dell’Italia meridionale dal 1810 al 1820, in «Studi Storici», XX, 1912, pp. 233 e ss.; Alessandro Luzio, La Massoneria e il Risorgimento italiano, Zanichelli, Bologna 1925; Giuseppe Pardi, Nuove notizie sull’origine della Carboneria e di qualche altra società segreta, in «Nuova Rivista Storica», nov. 1926, pp. 469-77; Maurice Dayet, L’origine franc-comtoise de la Charbonnerie italienne, in «Annales Historiques de la Révolution Française», 1928, n. 3, pp. 551 e ss.; Angelo Ottolini, La Carboneria dalle origini ai primi tentativi insurrezionali (1797-1817), Società Tipografica Modenese, Modena 1936; Renato Soriga, Le società segrete, l’emigrazione politica e i primi moti per l’indipendenza, scritti raccolti e ordinati da Silio Manfredi, Società Tipografica Modenese, Modena 1942; Giuseppe Leti, Carboneria e Massoneria nel Risorgimento italiano, Forni, Bologna 1966; Tito Di Domenico, La Carboneria meridionale, Laveglia, Salerno 1980; cfr. pure John Rath, The Carbonari: Their Origins, Initiation Rites, and Aims, in «The American Historical Review», vol. 69, n.2 (1964), pp. 353-370; Anthony A. Galt, The Good Cousins’ Domain of Belonging: Tropes in Southern Italian Secret Society Symbol and Ritual, 1810-1821, in «Man», new series, vol. 29, n. 4 (1994), pp 785-807, che affrontano il tema anche da un punto di vista antropologico; cfr. anche Francesco Mastroberti, Pierre Joseph Briot. Un giacobino tra amministrazione e politica (1771-1827), Jovene, Napoli 1998, passim.

[7] Sul punto cfr. R. Soriga, Le società segrete cit., p. 154-5 e passim. Sul De Attellis cfr. invece Maria Bizzarrilli, Orazio De Attellis di Sant’Angelo storico e patriota, 1774-1850, Ist. Maschile Vitt. Em. III, Benevento 1934; N. Cortese, Le avventure italiane e americane di un giacobino molisano: Orazio De Attellis, Grafiche La Sicilia, Messina 1935; Alfredo Zazo, Orazio De Attellis e la sua Accademia dei Filopatridi, in «Samnium», 1962, pp. 248 e ss.; Luciano Rusich, Un carbonaro molisano nei due mondi, Glaux, Napoli 1982, ma cfr. pure Angels Sola, Contribucio a la biografia d’Orazio De Attellis, marques de Sant’Angelo, revolucionari cosmopolita, 1774-1850, in Historia i antropologia a la memoria d’Angel Palerm, a cura di Neus Escandell i d’Ignasi Terradas, Publicacions de l’Abadia de Montserrat, Barcelona 1984, pp. 427-453.

[8] Sull’intreccio tra politica e associazionismo latomico ho avuto modo di condurre una recente ricerca cui vorrei rinviare per una più ampia trattazione, cfr. E. Gin, L’aquila, il giglio e il compasso. Profili di lotta politica ed associazionismo settario nelle Due Sicilie (1806-1821), Edizioni Del Paguro, Mercato San Severino 2007.

[9] Sul punto cfr. R. Ferrara Di Castiglione, La Massoneria nelle Due Sicilie cit., vol. I, pp. 137 e ss.

[10] Giuseppe Mazzini, Opere, a cura di Luigi Salvatorelli, Rizzoli, Milano, vol. II, p. 38.

[11] G. Mazzini, Opere cit., p. 40.

[12] R. Di Castiglione, La massoneria nelle Due Sicilie cit., vol. I, p. 151 e ss.

[13] Cfr. a titolo di esempio il rituale d’apertura e chiusura dei lavori con relativo giuramento d’iniziazione carbonaro pubblicato in Théodore Bourg De Saint-Edme, Constitution et organisations des Carbonari ou documens exacts sur tout ce qui concerne l’existence, l’origine et le but de cette société secrète, Brissot-Thivars, Paris 1822, pp. 47 e ss, e quello della Giovine Italia riportato da Francesco Leoni, Storia dei partiti politici italiani, Guida, Napoli 2001, p. 53 in nota.

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