l Mondo Antico e le attività natatorie

di Mariano Piromallo. Sin dalla più remota antichità il mare ha sempre affascinato l’uomo, e la sfida che tale elemento da sempre lancia, è stata accolta sin dai tempi più remoti.
Abbiamo reperti raffiguranti scene di nuoto, sia nel mondo egizio che in quello assiro e babilonese. Un bassorilievo molto interessante raffigura una scena di battaglia con dei nuotatori che portano l’attacco ad una città assediata.
Lo stesso Omero narra delle capacità natatorie di Ulisse, il quale più volte fa salva la vita, confermando che nel modo greco, e poi in quello romano, la pratica del nuoto divenne particolarmente importante.

Il più grande nuotatore, ed apneista, dell’antichità è Scillia, un abitante di Sicione(*), che avrebbe dato più volte prova della sua abilità, sia recuperando carichi preziosi sommersi dai naufragi, sia distinguendosi in imprese belliche.

Gli storici antichi riportano dell’impresa condotta contro le navi persiane, allorquando, prima di una tempesta, tagliò le cime che reggevano le ancore, causandone il naufragio di molte. L’impresa arrivò ai posteri, tanto che Alessandro il Grande, nel corso dell’assedio alla città di Tiro (332 a.C.), conoscendo le attitudini acquatiche degli assediati, e temendo un simile sabotaggio, fece sostituire le cime delle ancore con delle catene.

Anche il grande storico dell’antichità Tucidide, narrando i fatti della guerra del Peloponneso, riporta come gli Spartani assediati dagli Ateniesi a Pilo, riuscissero ad avere gli approvvigionamenti grazie all’opera di alcuni apneisti che trascinavano sott’acqua, degli otri colmi di viveri.

In guerra la capacità di essere un buon nuotatore poteva fare la differenza tra il vivere ed il morire. Diodoro Siculo riporta che, quando Messina venne occupata dai Cartaginesi (era il 404 a.C.), chi non riuscì a trovare scampo nelle montagne fu costretto a lanciarsi nelle acque dello stretto cercando scampo a Reggio, e se  duecento perirono nel tentativo, ben cinquanta riuscirono ad approdare sull’altra sponda.
Se i Greci avevano grande dimestichezza con l’acqua, di sicuro tante altre popolazioni, definite dai Greci barbari (il termine greco significa “coloro che balbettano”) non avevano questa confidenza con il mare.
I Persiani, che erano potentissimi a terra, secondo gli storici dell’antichità, uscirono pesantemente sconfitti dalla battaglia di Salamina perché se una nave greca veniva persa, l’equipaggio era in grado di salvarsi nuotando sino alla riva, di contro i Persiani perivano tra i flutti.

Come nel mondo greco anche a Roma il nuoto aveva una grande diffusione. Si ricorda la leggenda di Orazio Coclite che da solo tenne testa all’esercito etrusco sullo stretto ponte Sublicio, dando il tempo ai romani di tagliare le funi di sostegno del ponte, per poi trarsi in salvo a nuoto.
Virgilio nell’Eneide narra del re Turno, che per sfuggire ai troiani, attraversa il Tevere a nuoto sebbene avesse indosso l’armatura.
Cesare, anch’egli scampato al naufragio grazie alla sua abilità di nuotatore, addestrava il suo esercito al nuoto, tanto che in Britannia i suoi soldati si lanciarono in acqua armati per raggiungere la riva e combattere i nemici di Roma.

Ma l’attitudine al nuoto ed all’immersione, oltre ad avere una alta importanza in caso di guerra, era spesso il mezzo di sostentamento di intere popolazioni che, sia attraverso la raccolta di coralli, spugne e frutti di mare, sia con il recupero merci dai relitti affondati, riuscivano ad arrivare addirittura all’agiatezza, come i grandi subacquei dell’isola di Delo, veri e propri professionisti dell’immersione.
Chiaramente era un lavoro ad alto rischio. La sincope era sempre in agguato per chi si immergeva per diverse ore al giorno e senza particolari attrezzature, così come i problemi legati ai traumi all’orecchio, o all’aggressione degli agenti salini sulle cornee dei subacquei. A questo si deve aggiungere l’assalto dei grossi pesci predatori, o delle meduse, fenomeno che non doveva essere infrequente.

La rottura del timpano era veramente frequente, e siccome nell’antichità non si conosceva ancora la tecnica per la compensazione della pressione, i greci usavano un rimedio peggiore del male. Poggiavano sulle orecchie delle spugne che avrebbero dovuto riparare il timpano dalla rottura. Ma l’effetto sarebbe stato terribile, la spugna, spinta dalla pressione, sarebbe entrata nel canale uditivo, che comunque si sarebbe potuto rompere a causa della differenza di pressione, ma avrebbe anche comportato la difficoltà di rimozione della spugna una volta in superficie.

Nel mondo romano, di sicuro più efficiente e razionale di quello greco, le attività subacquee vennero organizzate in corporazioni.
Gli urinatores si occupavano delle attività sottomarine portuali, con il compito di rimuovere tutti gli ostacoli sommersi che potessero dar problemi alla navigazione, specie lungo il Tevere, e di sicuro si occupavano anche del recupero dei carichi affondati.

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(*)Carl Rottmann (1797-1850, Sicione e Corinto, 1838

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