Alcune note sui riflessi leciti ed illeciti dell’agire politico sulle Organizzazioni Latomistiche in Italia

di Filomena Diana - La rete complessa degli eventi che, succedutisi a partire dal 1908 a tutt’oggi, hanno descritto i rapporti tra la massoneria italiana nel suo complesso e problematiche di ordine ideologico-politico

che in questo stesso arco di tempo hanno animato la storia di questo paese, ha l'aspetto di un intrico tale da rendere impossibile qualsiasi tentativo di semplificazione interpretativa.

           Infatti, quando si consideri l’Ordine massonico in riferimento al suo statuto esoterico, si riscontra, nelle sue fondazioni moderne, tanto nella prassi rituale quanto nella normativa che ne regolamenta la vita in quanto istituzione, l’esclusione categorica della politica e della ideologia. Il neofita viene invitato a non discutere nell’officina di problemi politici o di religione e ad accettare toto corde come fratello anche l’avversario politico che dovesse incontrare tra le colonne. Con questa assunzione teorica, che é propria del pensiero latomistico universale, l’Ordine mostra di voler esplicare il suo agire in un piano diverso, in quanto superiore,  sia da quello della quotidianità sociale proprio della politica, sia da quello della rappresentazione dialettica di essa, proprio della ideologia.

           Tuttavia, fu proprio sul piano delle assunzioni ideologiche e nell’occasione di un aspro scontro politico che, in Italia si verificò, come é noto, la scissione della massoneria nei due grandi orientamenti tuttora presenti nel paese. L’assunzione ideologica, si sa, era quella della laicità dell’insegnamento, ossia della prescrittività o meno dell’insegnamento religioso nell’ambito della scuola primaria. L’istituzione muratoria fu investita in pieno, così come tutta l’Italia giolittiana, dall’acceso dibattito  sulla educazione religiosa.

           Le vicende di quel giugno del 1908, fecero sì che 21 fratelli insigniti del 33° grado del Rito Scozzese Antico ed Accettato seguissero l’ex garibaldino e pastore metodista calabrese Salvatore, Fera Luogotenente del Rito, quando questi abbandonò il Sovrano Gran  Commendatore Achille Ballori e il Gran Maestro del Grande Oriente d'Italia Ettore Ferrari, per dar vita all’Obbedienza di Piazza del Gesù.

           La complessità degli eventi che sottostavano al fenomeno della scissione della muratoria italiana che, da un lato, si riferivano alle vicende politiche innescate dall’assassinio del re, il 29 luglio 1900, da parte dell’anarchico Bresci, che rafforzò in vaste aree del corpo sociale del paese un diffuso bisogno di scelte politiche mediane, rassicuranti, di cui Giolitti fu grande interprete; dall’altro lato si riferivano alla delicata situazione internazionale dell’Europa anteguerra e delle alleanze che gli stati intessevano per controllare la reciproca influenza all’alba di questo nuovo secolo che, all’insegna della tecnologia e dell’industrialismo, portava promesse di cambiamento radicale nei rapporti sociali e politici della comunità internazionale; cambiamenti e prospettive di nuovo sviluppo che stimolavano la classe politica del vecchio continente, pur nella eterogeneità delle posizioni, ad esprimere nuove e più moderne capacità di controllo e di governo. Esigenze di cambiamento di cui la crisi dei Balcani, il conflitto tra Triplice ed Intesa, il crollo successivo degli imperi centrali furono cornice drammatica.

           Se, dunque, questi eventi pesarono e, forse, svolsero un ruolo determinante nelle vicenda della  lacerazione della muratoria italiana alle soglie del novecento, esse non furono che le avvisaglie di una lunga serie di dinamiche conflittuali  che tuttora permangono.

           Bisogna passare brevemente in rassegna i momenti salienti delle vicende muratorie dell’una e dell’altra obbedienza alla luce degli eventi storici significativi del secolo a partire dal primo dopoguerra e ripercorere il tragitto delle comunioni muratorie di fronte ai grandi rivolgimenti sociali del 1919-1922 che condussero alla nascita del fascismo, per  cogliere in essi l’atteggiamento delle due famiglie, dapprima interlocutorio di fronte ad un fenomeno nuovo che affermava di volersi fare interprete di esigenze diffuse di solidarietà sociale, di ricostruzione della identità nazionale, di affermazione del progresso, poi critico e successivamente conflittuale.       

          Le posizioni, infatti, a partire dal 1925 con l’assassinio di Matteotti e l’instaurazione della dittatura, divennero di aperto contrasto, fino a quando la legge Bodrero di scioglimento delle società segrete (nella ispirazione della quale non é sembrata estranea l’influenza della chiesa cattolica) non dette il via alle persecuzioni di entrambe le comunioni, all’arresto nel novembre del 1925 dei Gran Maestri Domizio Torrigiani e Raul Palermi  e alla messa in sonno dell’obbedienza di Palazzo Giustiniani nel novembre del ‘25 e di Piazza del Gesù nell’ottobre del ‘26.

           Non possono sfuggire, tuttavia, da un lato, le interpretazioni diversificate con le quali gli storici ed i pubblicisti hanno variamente commentato, ed ancora commentano, la condotta delle due famiglie massoniche italiane durante il ventennio, ravvisando nella posizione di Torrigiani (GOI) una fiera ed orgogliosa opposizione al fascismo, ed assegnando a Palermi (P.del Gesù) una posizione morbida quando non di aperta collaborazione (e perfino di delazione, per taluno) nei confronti del regime.  Una osservazione non di parte, tuttavia, deve anche registrare le testimonianze di coloro che indicano, anche documentalmente, nel comportamento di Palermi la pervicace volontà di mantenere accesa la fiaccola muratoria ed al tempo stesso, di lavorare di intesa con le Potenze Massoniche Mondiali, anche sotterraneamente, al fine di perseguire il ripristino della democrazia in Italia.  Non si può, cioè, non prendere atto della polemica accesa e spesso lacerante insorta tra gli storiografi, che é tuttora viva e, soprattutto, ancora lontana dalle esigenze di quella rigorosa dimostrazione storica che, sola, permetterebbe una oggettiva raffigurazione  complessiva della storia della massoneria dagli anni ‘22 al ‘45 in Italia.    

          Le vicende a seguito delle quali si pervenne alla  rielevazione delle colonne degli oramai divisi templi massonici, a partire dal 1944 e fino al secondo dopoguerra, il lento e difficilissimo riaggregarsi e riconfigurarsi dei gruppi di entrambe le comunioni (nelle rispettive componenti dei due Ordini e dei Riti) nel contesto più generale della progressiva liberazione del paese, ma anche l’insorgenza di nuove e talvolta aspre separatezze  tra  le due comunioni e all’interno delle stesse, risultano alla analisi ancora più complesse di quelle alle quali si è accennato.

           Vicissitudini storiche legate ai nomi dei Gran Maestri Guido Lai, Umberto Cipollone, Ugo Lenzi, Publio Cortini, per il Grande Oriente e a quelli, ancora, di R.V.Palermi, di Gustavo Scervini, Tito Ceccherini, Giuseppe Amelotti, Carlo Alberto di Tullio, Giovanni Ghinazzi, per Piazza del Gesù. E subito, con i lavori della costituente venne l’occasione di misurare la distinzione negli orientamenti tra le due famiglie tradizionali del paese, ancora una volta in materia di religione: in relazione cioè al riconoscimento costituzionale dei Patti del Laterano avversati dal GOI, in contrapposizione all’atteggiamento più possibilista anche se di sostanziale presa di distanza di Piazza del Gesù.

           E più oltre, non mancarono ulteriori momenti di distinzione: nei rapporti con la chiesa cattolica, nel corso del referendum divorzista, con le potenze massoniche internazionali (inglese ed americana in particolare) che differenziavano gli atteggiamenti e le relazioni formali verso le componenti di ordine e di rito delle due comunioni italiane; infine, verso la vita politica, nella rappresentazione della quale un accento da taluno definito, per così dire di centro-sinistra, veniva posto, talvolta in modo formalmente esplicito, dalla componente giustinianea della muratorìa, mentre una posizione in qualche misura distaccata, e certamente più riservata, risultava essere quello della Obbedienza di Piazza del Gesù.

           Distinzioni, se non contrapposizioni, tuttavia radicali che non potevano essere sanate, come infatti non lo furono, dalla unificazione delle due famiglie massoniche, solennemente sancita il 24 giugno del 1973,  durata, tuttavia, non più di un anno e seguita dalle ulteriori separazioni e contrapposizioni che tuttora perdurano.

           La rapidissima panoramica compiuta non si poteva segnalare altra finalità che quella di tracciare alcuni punti di riferimento intorno ai quali intessere una riflessione sui due ordini di problemi già introdotti in premessa.

           Da un lato, rintracciare una posizione teorica in grado di apprezzare la liceità di una ricaduta, o di una incidenza, significativa sul piano della quotidianità sociale e politica generale da parte di una istituzione di carattere strettamente esoterico quale é quella muratòria. Dall’altro, esplorare la possibilità di rinvenire, in questa ricaduta le linee portanti di una interpretazione della società e dei rapporti tra gli uomini, vale a dire  di una ispirazione ideologica della prassi sociale, che sia in grado di descrivere coerentemente la differenziazione con la quale le due grandi famiglie latomistiche storiche del nostro paese si sono caratterizzate fin dal loro sorgere.

           Per quanto riguarda la prima questione, sia pure ai fini della descrizione di un frame storico, vanno considerate le grandi istituzioni esoteriche del passato, comuni a civiltà di tipo diverso, ispiratrici, in misura maggiore o minore, dell’istituzione latomistica così come essa si é sviluppata nelle sue diverse declinazioni dal 24 giugno dal 1717. Sono così da rammentare le fasi genetiche della istituzione massonica: dalle corporazioni dei costruttori dei templi dell’antico Egitto, ai gruppi esoterici di Eleusi, detentori dei piccoli e dei grandi misteri, all’esclusivo ordine di Pitagora, dalla setta degli Esseni agli iniziati al culto di Mithra, dai clan di mestiere celtici alle consociazioni di architetti e muratori di Magdeburgo, dalle confraternite muratorie di Kilwinning e il successivo fiorire di associazioni d’arte di costruttori di cattedrali, tra cui si segnalano i maestri comacini, che porteranno ai Regolamenti di Ratisbona nella metà del quattrocento, ereditati poi dalla massoneria moderna; dall’accettazione nella loggia di Edimburgo, nel ‘600, di un architetto “non operativo” e dai misteriosi gruppi di Rosacroce, alla fondazione, nel 1688 della loggia di Saint-Germaine-en-Laye da parte dell’esule Giacomo II, erede di Carlo I Stuart, via via fino alla data fatidica, appunto, del 1717.

           Allo stesso modo sono da riportare alla memoria i grandi ordini cavallereschi di tradizione templare o teutonica, di ispirazione mussulmana,  l’ordine rosicruciano e gli ordini cavallereschi cattolici, i cui elementi fondanti sono stati assorbiti e tramandati dalla ritualità massonica nelle sue diverse declinazioni.

 

          All’interno di questa cornice storica, rappresentata dalla successione densa di istituzioni esoteriche che in qualche misura si sono costituiti come gli anelli della catena lungo la quale la tradizione ha trasmesso l’Arte, sempre  risulta rinvenibile ad una osservazione attenta, il mantenimento da parte di quelle di stretti contatti diretti o di rimando con l’ambito civile e sociale dell’epoca, esattamente come allo stesso modo le grandi istituzioni religiose si sono via via rapportate alla sfera “secolare” secondo quelle modalità che tante volte hanno determinato gli eventi cardinali della storia.

           Sussiste, diacronicamente, questa doppia valenza propria delle istituzioni esoteriche o religiose: da un lato, l’intento di tracciare per l’individuo un cammino interiore in grado di spingerlo verso  la espressione totale della sua essenza e delle sue potenzialità, rappresentata dal conseguimento della “conoscenza”; dall’altro, la interazione stretta con le istituzioni “secolari” della società in una relazione prevalentemente di tipo dialettico e conflittuale.

           In altri termini, dal momento in cui una istituzione  esoterica, così come una religiosa, si fa portatrice di un itinerario di trasformazione dell’uomo colto nella sua accezione sociale, quindi del suo modo di porsi rispetto alla natura così come rispetto all’umanità, si costituisce, per ciò stesso, come una visione del mondo, come una rappresentazione della vita nel suo complesso, sulla base della quale individua dei valori etici di riferimento e assegna degli obiettivi conseguenti che coinvolgono ad un tempo l’individuo quanto la collettività.

           Si manifesta, con ciò una potenzialità intrinseca dell’agire esoterico che tendenzialmente si esprime anche sul piano dell’agire politico, perché le implicazioni sopra esposte convergono nel conferire all’organizzazione esoterica lo statuto di organizzazione sociale: istituzione, quindi, tra le istituzioni, in un rapporto del quale, sul piano sociologico, non può non riconoscersi la liceità. E’ a questo livello che una istituzione iniziatica esplica accanto alle condizioni connesse al deposito iniziatico di cui è titolare, da un lato, la sua funzione di  offrire alla comunità civile una rappresentazione del mondo e delle relazioni umane coerente con i valori etici di cui é portatrice e, perciò, in grado di promuovere, in vista di essi, la trasformazione; dall’altro lato, esplica pure una funzione di autopreservazione istituzionale, mediante la quale assicura, nelle forme più idonee, la propria continuità nel tempo e agisce rapporti di interazione con le istituzioni similari.

           Se, in funzione delle considerazioni sopra svolte, questo livello di interazione con l’agire politico si configura, come si é visto, sociologicamente lecito da parte di una istituzione esoterica, vi é un altro livello nel quale un simile rapporto non solo si mostra assolutamente illecito ma addirittura rappresenta una sorta di deragliamento dal dichiarato iter iniziatico e di contaminazione esoterica. E’ questo il livello nel quale un'istituzione iniziatica abbandona il carattere della transtemporalità della sua azione, che è ciò che le consente di mantenere alti i suoi valori etici, prescindenti dalle mutevoli occasionalità della vicenda sociale e politica del momento, per divenire una istituzione, di fatto, “laica”, perciò aperta anche ad una interazione concorrenziale e/o strumentale con gli altri  soggetti politici della società civile.

           Una interazione di tal genere svuota l’azione di una istituzione esoterica di ogni contenuto superiore, volatilizza ogni deposito iniziatico e la trasforma nel migliore dei casi in uno strumento sociale, completamente omologato agli altri. E' ciò rende possibile l'allignare, anche in una associazione d'uomini nate per alti ideali di trasformazione  qualitativa del ricercatore, dei comitati di affari, dei gruppi di potere, delle lobby, che così sovente si impongono alle cronache contemporanee.

 

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