Intorno alla morte di Enrico VII di Svevia, figlio ribelle di Federico II (Storicittà, XXI-2005)

di Vincenzo Villella - Nel 1240, anni in cui la città di Nicastro insieme a Crotone, Cosenza e Reggio venne invitata ad inviare due ambasciatori a

Foggia nella festa delle Palme, per definire la permuta del castello già concordata nel 1231, Federico II fece rinchiudere nel Castello di Nicastro per due anni il figlio primogenito ribelle Enrico VII di Hoenstaufen, re di Germania (1211-1242).

Infatti, c’era un rapporto conflittuale tra i due che avevano un differente modo di vedere la gestione dello Stato. Federico riteneva che dovesse andare ben oltre gli interessi nazionali ed assumere una dimensione sovranazionale, imperiale. Enrico, invece, tendeva a favorire gli interessi germanici, nella convinzione che l’avvenire della dinastia fosse nella terra d’origine. Influenzato dai principi germanici e dalla città che tendevano a consolidare la propria autonomia, contravvenne alle disposizioni imperiali e fu protagonista di una vera e propria ribellione, stipulando anche un’alleanza difensiva con la Lega Lombarda, considerata peggiore nemico dell’impero e della casa di Svevia. Tenne inoltre le parti dei liberi comuni italiani e del papa contro il proprio genitore.

Tutto ciò voleva dire alto tradimento. Così, Federico II nella Dieta di Magonza del 15 agosto 1235 ne ordinò la deposizione e l’arresto nella fortezza di Heidelberg. Dopo un processo sommario, Enrico fu condannato a morte. La pena fu però commutata in carcere a vita. Quindi, fu rinchiuso  in  diverse fortezze del regno di Sicilia, tra cui il castello di Nicastro. A questo punto la storia si confonde con le leggende, per cui si hanno diverse versioni sulla fine di Enrico. La prima è quella secondo  cui Enrico finì i suoi giorni suicida a soli 31 anni il 12 aprile 1242. Quel giorno, scortato dalle guardie stava percorrendo una tortuosa strada di montagna mentre era trasferito da Nicastro alla volta del castello di Martirano. Improvvisamente sottraendosi alle vigilanza delle guardie, si gettò da cavallo sfracellandosi in un dirupo. Secondo un’altra versione leggermente diversa, Enrico rinchiuso nel castello di Nicastro, convinto che il padre volesse ammazzarlo, poté eludere la vigilanza grazia alla benevolenza dei custodi e fuggire, rifugiandosi nella foresta caprile di Martirano. Ma tradito dal alcuni pastori fu nuovamente arrestato e rinchiuso nel carcere di martirano. Poi, mentre veniva trasportato a San Marco Argentano in provincia di Cosenza, sarebbe precipitato in un dirupo, non si sa se per disgrazia o per suicidio.

C’è stato anche chi ha sostenuto che fu proprio Federico II a farlo uccidere. Una recente versione che sembra la più veritiera alla luce delle ultime ricerche, propende per la morte naturale di Enrico VII nel carcere di Martirano a causa di una grave malattia contratta in una delle tante prigioni in ciò fu rinchiuso. Il corpo del re fu trasportato nel duomo di Cosenza dal vescovo di Martirano Leone Filippo de Matera (1218-1237), patrizio cosentino  e cancelliere del regno. Le spoglie furono collocate in un sarcofago tardo antico. Sul fronte del sarcofago è raffigurata la caccia di Meleagro al cinghiale Calidonio.

Questo tema iconografico che con la stessa scena di caccia al cinghiale si trova in un sarcofago custodito nel museo romano di Palazzo Barberini è ricorrente anche nell’arte sacra medievale. Basti pensare al sarcofago del III sec. d.C.  che si trova nel duomo di Salerno, in cui furono rinchiuse le spoglie mortali del duca Guglielmo, principe di Salerno e nipote di Roberto il Guiscardo. Anche su questo sarcofago, il mito di Meleagro con la caccia al cinghiale  Calidonio dal chiaro significato allegorico: il cinghiale devasta la vigna del signore ma è sconfitto e abbattuto dal coraggioso guerriero. L’incertezza sulla causa della morte di Enrico VII è dovuta alla diversa interpretazione che è stata data alla frase latina ex improvviso cadens infirmatus abit, riportata dalle fonti di Riccardo di San Germano, Salimbene da Parma, dal cosiddetto Anonimo cronista umbro. La frase tradotta letteralmente significa: cadendo improvvisamente malato morì; ammalatosi improvvisamente morì; meglio ancora: indebolitosi improvvisamente morì, e no  come è stato finora sostenuto, cadendo da cavallo morì. Il cavallo nella frase proprio non c’è e non c’è nemmeno il dirupo. Si sarebbe trattato di una grave malattia non curata in carcere: anemia perniciosa o malaria. Quello che comunque è certo che Enrico non fu fatto uccidere col veleno dal padre, come qualcuno ha ipotizzato. Lo conferma anche il fatto che dopo la ribellione del figlio Federico II non lo volle consegnare al rogo, come pure richiedevano le sue Costituzioni di Melfi, tramutò la condanna a morte in carcere a vita e quando morì, pretese che fosse sepolto in  abiti regali.

Ricordiamo che una lettera dettata a Pier delle Vigne (suo segretario particolare) l’imperatore esterna tutto il sui dolore per la morte del figlio primogenito.

A gettare ulteriore luce sull’enigma della morte di Enrico VII è venuta l’indagine effettuata suo suoi resti dalla scienziato paleopatologo Gino Fornaciari che il 4 novembre 1998 insieme all’assistente tecnico Gambini, ha aperto il sarcofago nel duomo di Cosenza. Il professor Fornaciari direttore della sez. di Paleotatologia dell’università di Pisa, noto per avere analizzato, tra gli altri, i resti di Matilde dai Canossa e di papa Gregorio VII, ha dato il responso in una dettagliata indagine nella quale, tra le altre notizie medico-scientifiche si legge che: “il sarcofago conteneva un unico scheletro in parziale connessione anatomica, incompleto ed alquanto frammentato di un individuo adulto di sesso maschile, vigoroso, deceduto fra i 30 e i 34 anni di età. Il consolidamento ed i restauro delle ossa effettuato presso il laboratorio di Paleontologia Umana dell’università di Pisa,  diretto dal prof. Francesco Mallegni, ha permesso uno studio antropologico e paleopatologico. Si tratta di un individuo assai robusto, con una statura di m.1,72, valore da considerare elevato per l’epoca,  ed una struttura corporea da normolineo. Era caratterizzato dalla presenza di numerose ernie intra spongiose di Schmorl a livello del rachide dorso-lombare, espressione evidente di traumi e/o sovraccarichi ponderali nel periodo dell’adolescenza, verosimilmente per la pratica dell’equitazione, e da forti attacchi muscolari. La rotula sinistra è asimmetrica per la presenza di un abnorme sviluppo dell’apice inferiore, senza segni recenti di frattura ma con estese reazioni periostiche. Si tratta di lesione secondaria ad un importante trauma del ginocchio occorso in età giovanile, che comportò la frattura dell’apice rotuleo e riparatasi poi in deformità tale da compromettere seriamente l’andatura del soggetto. Il dato è in accordo con una delle poche caratteristiche note di Enrico VII, a cui era stato attribuito il soprannome di sciancato.

Altre caratteristiche dello scheletro hanno consentito di individuare un quadro patologico caratteristico della lebbra delle estremità ed in particolare del piede.

Perciò il prof. Fornaciari ha concluso la sua relazione sostenendo una diagnosi di lebbra lepromatosa, il tipo più grave e più diffuso in passato, in fase discretamente avanzata di evoluzione, con epoca di infezione e di esordio clinico riferibile ad alcuni anni prima del decesso.

Un recente articolo sulla rivista Panorama sostiene che questi recenti studi dimostrerebbero che quella di Enrico VII fu una prigione dorata, forse più che carcerazione, un modo per tenerlo in isolamento.

I risultati dell’indagine di Fornaciari scagionano in maniera certa Federico II dall’orribile sospetto di aver ordinato l’uccisione del figlio e confermano le fonti di Riccardo di San Germano, Salimbene da Parma e l’Anonimo francescano gioachimita dell’Umbria. Questi cronisti in perfetta sincronia sostengono la tesi della morte naturale e non quella del suicidio e, comunque, cono contro la tersi della morte violenta.

Questo è significativo soprattutto per Salimbene, la cui Cronica scritta in latino frammisto di volgare, anche se ci è pervenuta mutila, non è certo benevola nei confronti dell’imperatore stesso. Anzi tutt’altro.

È significativo anche perché certamente la Cronica di Salimbene è una delle fonti storiche più interessanti per il secolo XIII e, in particolare, per il periodo dal 1167 al 1287.

 

 

 

 

 

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