Notizie sul Castello di Nicastro in un inedito documento del Seicento (Storicittà XVIII-178/2009)

di Lucio Leone - Come tutti sanno, da più di quindici anni sono stati avviati nel Castello di Nicastro opere (varie campagne di scavo archeologico e conseguenti restauri) atte al recupero ed alla valorizzazione di questo importante monumento storico lametino.

Tali opere ci consentono di poterlo oggi visitare, di poterne osservare le strutture interne, e di capire, in taluni casi la destinazione degli ambienti che si sono parzialmente conservati.

Prima di queste recenti indagini si conoscevamo sommariamente la suddivisione interna del nostro castello solo attraverso un noto documento che si conserva nella Sezione Archivio di Stato di Lametia.

Si tratta di un inventario, già noto, redatto nel 1599 da un notaio nicastrese in occasione del passaggio di consegne al nuovo castellano, Francesco Cordovillo.

Questo documento ci ragguaglia, se non proprio su tutto, su parte degli ambienti, sulle suppellettili e sugli oggetti ancora esistenti a quella data nella fortezza, che era utilizzata già da alcuni decenni come carcere. Limitatamente ai soli ambienti elencati e descritti, conosciamo l’esistenza di un “carcere del paradiso”, di un “carcere dell’inferno” di una “camera delle donne”, di una “camera della monitione”, di una “camera dove era lo cinismolo” (centimolo, usato per la frantumazione del grano), di un “archivio” e della Chiesa di San Nicola[1].

La descrizione è quella di un edificio in stato di generale abbandono, non più il maestoso baluardo militare che aveva ospitato nell’arco dei secoli sovrani (Enrico VI di Hohenstaufen, Federico II, Enrico VII, Alfonso d’Aragona duca di Calabria, Carlo V) e grandi condottieri (Consalvo di Cordova, detto il Gran Capitano, e monsignor d’Obegni). Tutto ciò si spiega con l’avvento nel Mezzogiorno della dominazione spagnola, che mise fine ai conflitti militari per circa due secoli.

Nell’inventario sopra accennato non si fa menzione dell’alloggio del Castellano, di quello delle guardie carcerarie né della torre principale (maschio). Forse, l’inventario interessò solo quegli ambienti della fortezza sottoposti alla competenza diretta della Gran Corte della Vicarìa. Il documento, tuttavia, va giudicato della massima importanza.

Pochi anni dopo il 1599, il Castello di Nicastro subì purtroppo ingenti danni a causa del disastroso terremoto del 1638, che distrusse quasi completamente la città di Nicastro.

Malgrado questo terribile evento, la fortezza continuò ad essere utilizzata ancora come carcere. I lavori di ripristino del Castello non solo non furono immediati, ma anche parziali e di entità piuttosto modesta. Ciò sembra di capire dalla lettura del documento inedito oggetto di questo breve intervento, che è un rendiconto economico redatto nel 1665 D.Nicola Aquino, in qualità di procuratore del Principe di Castiglione, suo fratello.

Le spese indicate nel bilancio consuntivo dell’anno 1665, relativamente  al solo Castello, ammontarono a oltre 89 ducati, una cifra non particolarmente elevata, e riguardarono l’acquisto di  “ 200 iattole p[er] coprire il castello (travi per la ricostruzione del tetto) “ di “legnia p[er] fare la forma della lamia (copertura)” di “calce, arena opere e mastri” per riparare il Castello nei due punti ove esso era caduto a causa del terremoto, ossia la parte del “forno e quella del giardino”. Altre spese vennero affrontate per riparare “il forno scassato” e per acquistare la “palata e la mola nuova” del mulino, nonché per “ricorticare il magazzeno di S. Angilo” (probabilmente per ricostruirne l’intonaco).

Dalla lettura di questo scarno quanto prezioso documento si apprende anche un’altra notizia interessante, cioè che nella corte, ossia in quella che in passato era stata la “Piazza d’Armi”, vi era piantata una vigna, concessa in affitto dal feudatario Principe d’Aquino ad un contadino, per la somma annua di cinque ducati.

Completati i lavori di ristrutturazione dell’edificio –e queste è l’ultima informazione che il documento ci fornisce- le opere sopra indicate furono  sottoposte all’esame della Gran Corte della Vicarìa[2], che inviò in loco da Napoli un’apposita commissione di controllo guidata dal commissario D.Antonio de Franchi. La spesa sostenuta per ospitare tale commissione ammontò a 12 ducati.[3]

La struttura, però, malgrado i lavori di ristrutturazione effettuati, a mio avviso, dovette rimanere alquanto precaria e priva di quella sicurezza che un carcere criminale dovrebbe necessariamente possedere, tanto che tentare la fuga non era particolarmente difficile.

Nel 1667, infatti, all’epoca in cui il castellano era un certo Tommaso Schipano, “li carcerati che si ritrovavano in d[ett]o Castello, tentarono di scassare le carceri d’esso, e fuggirsene con haver rottura in uno muro di quelle”.[4]

Il Castello terminò di essere utilizzato come carcere dopo il terremoto del 1783, in seguito al quale “per commiserazione” scrive il Maruca “furono tolti i carcerati “ che per un certo tempo vennero “chiusi nella chiesa di S. Lucia e e dipendenti dal Cappellano di San Nicola del Castello, finchè formasse un carcere provvisorio nel locale delle fiere”.[5]

 

 



[1] Cfr Sezione Archivio di Stato di Lametia Terme, Fondo notarile notar Pacifico Ferraro B,14: Francesco Sorvillo, L’inventario dei beni mobili del Castello d Nicastro nel 1599, Calabria Letteraria, XXXIII n.1-2-3,  1985, pp.146-149; Catarina Pagano Torna alla luce l’inventario del Castello di Nicastro, in Citta, IV, n.II, 1989, pp.34-37.

[2] La Gran Corte della Vicarìa presieduta dal Vicario del Regno, era la magistratura di appello di tutte le Corti del Regno di Napoli per le cause criminali e civili. Tra il 1537 e il 1540 venne spodestata da un palazzo di Forcella, dove era stata installata inizialmente,  a Castel Capuano.

[3] Cfr. Sezione Archivio di Stato di Lametia Terme, Fondo notarile anno 1665.  L’argomento, seppur brevemente accennato, si trova in Lucio Leone – Filomena Stancati, Nicastro e il territorio lametino nel tempo, profilo storico, Gigliotti Editore, Lametia terme 2009, p.109.

[4] Cfr. Ibidem, anno 1667. Il tentativo di fuga nelle fortunatamente scoperto e il castellano Tommaso Schipano richiese più volte al Magnifico Capitano, Erario e altri Ufficiali della Città di Nicastro di riparare al più presto i danni provocati dai carcerati alle mura del Castello, cercando di scappare.

[5] Cfr. Giovanni Maruca, Raccolta di notizie storiche sulla Città di Nicastro, Brenner, Cosenza, 1985, p.51

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