Napoli, la memoria del sottosuolo

di Gennaro Carotenuto - Il territorio è un  contenitore di storia e cultura, in cui è rappresentato e testimoniato il passato della nostra civiltà: il patrimonio edilizio e morfologico di Napoli testimonia le radici di storia e cultura a cui resta legata l’identità dell’area ed  è di tale valore ed eccezionalità da contribuire a fare di Napoli un patrimonio dell’Umanità.

Napoli è una città segnata fortemente dal peso della sua memoria storica e della sua cultura urbana: da sempre è considerata una tra le più belle città del mondo per la sua cornice paesistico-ambientale e i suoi gioielli architettonici ed artistici, oggi celati in un contesto urbanointricato, frutto di cambiamenti tumultuosi.
In quest’ambito tutti ne apprezzano le eccezionali  bellezze, la cultura, l’arte, ma pochi conoscono la storia del sottosuolo: nato con la città è cresciuto con essa. Nel sottosuolo di Napoli si cela un labirinto di cunicoli, cisterne e cavità imponenti, che si intersecano per diversi chilometri e che formano una vera e propria città parallela, sotterranea, che ricalca, in negativo, la città di superficie.
La città sotterranea, scavata dall’uomo da migliaiadi anni, si estende sotto tutto il centro
storico; ad essa sono legati miti e leggende, ancora oggi vivi nell'immaginario collettivo dei
napoletani. Geologia e topografia, quindi, si intrecciano con l’archeologia, con la storia, con le leggende della classicità mediterranea: a Napoli l’interazione uomo- territorio in generale e uomo-sottosuolo, in particolare, ha avuto un particolare svolgimento in quanto la forma visibile dell’architettura della città di superficie è solo l’affioramento di una città segreta e oscura con le sue grotte chilometriche, grandiose caverne, profondi pozzi, straordinarie catacombe che l’attraversano in ogni direzione intrecciandosi a quote diverse. Non si tratta quasi mai di cavità naturali, provocate da frane accidentali o da corrugamenti geologici, ma di luoghi edificati “perforza di levare”: realizzata non sovrapponendo “una pietra sopra l’altra”, ma togliendo “una pietra dopo l’altra”, con attrezzi semplici e rudimentali, picconata dopo picconata.
Scavata nella roccia per estrarre pietre o costruire piscine e acquedotti, per tracciare gallerie
viarie e militari o interrare tombe e sacrari, da quasi 5000 anni la Napoli sotterranea è in stretta
relazione con lo sviluppo urbano della città in superficie che, a mano a mano, a somiglianza
delle sue stesse viscere, ne ha assunto la materia  “resistente”, la consistenza “morbida e
spugnosa”, il colore giallo e rosso, la forma dellospazio “complesso”.
E’ possibile sintetizzare tale processo affermando  che si è edificata al tempo stesso, la casa e
la grotta: la città  di sottoè nata con la città  di sopra  e con essa si è sviluppata come attestano i
tanti ritrovamenti archeologici, le immagini irreali, le meraviglie architettoniche, le opere
insigni di ingegneria idraulica che in essa si riscontrano.
Napoli, come ormai sembra accertato, è una città costruita, nella sua parte più caratteristica e
antica, su rocce piroclastiche (ceneri, lapilli, scorie pomici vulcaniche, talvolta mescolate
caoticamente tra loro). Queste speciali condizioni  geo-morfologiche condizionarono
indubbiamente la localizzazione degli aggregati urbani ed il loro sviluppo nel corso dei secoli, a
cominciare dal primitivo nucleo di Partenope-Palaepolis, con il quale ha inizio la storia di Neapolis
greca: sul promontorio roccioso comprendente la collina di Pizzofalcone e l’isoletta, allora
legata alla terraferma, di  Megarisuna colonia di Calcidesi di Cuma stabilì un primo
insediamento tra il 650 e il 550 a.C.
All’inizio del V secolo a.C., ad oriente di Partenope, sorse, riprendendo il sistema urbanistico
definito da Ippodamo da Mileto, Neapolis, che occupò la parte più alta della piana che si estende
tra gli anfiteatri vulcanici dei Campi Flegrei e ilVesuvio, in un’area in cui, a differenza di
Pizzofalcone, esistevano le condizioni per lo sviluppo di una vera e propria città. Essa veniva ad
essere naturalmente protetta a nord dalle colline eda una profondo vallone (via Foria), ad ovest
dal corso del fiume Sebeto (ora scomparso – via Pessina), a sud dal mare e ad est da una vasta
zona paludosa (Sant’Anna alle Paludi).
La morfologia urbana della città di superficie risulta determinata da una serie di aree pianeggianti, situate a quote diverse e raccordatetra loro da scarpate con pendenza anche molto elevata. La presenza nel sottosuolo della pozzolana, del lapillo e di altri materiali da costruzione, in primo luogo il tufo, ha rappresentato una notevole risorsa per l’edilizia di Napoli e in genere per le opere di ingegneria, fortificazioni,
gallerie di transito, acquedotti, fogne, depositi.  L’esistenza del tufo giallo (pietra speciale, compatta, tenace  eppure facilmente lavorabile) ha favorito lo sfruttamento  dei banchi affioranti o posti a pochi metri di profondità e lascia intendere che lo sfruttamento di tale ricchezza è iniziato sin dalla prima occupazione del territorio, accertata già all’età del bronzo, ossia oltre quattromila anni prima di Cristo.
A Napoli si è scavato per secoli e un così lungo lavoro ha inevitabilmente trasformato in
maniera radicale il sottosuolo della città. Un tempo continuo e senza vuoti, è stato modificato in
una intricatissima successione di cavità, di grotte, di cunicoli e gallerie; si è creata una
straordinaria e affascinante città “sottosopra” , a più livelli, percorsa dalle acque. Spesso la  facile
reperibilità delle rocce e i problemi logistici connessi con il trasporto indussero a scavare al di
sotto delle stesse aree dove si doveva edificare. Le costruzioni venivano così a poggiare sulle
cave, dalle quali era estratto il materiale, nonostante gli sforzi dei costruttori di fare coincidere i
vuoti sottostanti con i cortili, le piazze, i chiostri.
Mediante la costruzione di terrazzi si raggiungevano le quote più basse, allargandosi “a bottiglia” o “a campana”, tuttavia non sempre rispettando le dimensioni standard per le stanze ottenute: alcune di queste grotte, prima usate come cave di tufo, sono poi state utilizzate come cisterne per l’approvvigionamento di acqua o per ricovero di persone o cose.
A Napoli, si può evidenziare il rapporto esistente tra il suo sviluppo e il numero delle grotte e delle cavità esistenti nel sottosuolo individuando le zone di più intensa escavazione. LaNapoli “negativa”, infatti, si è approfondita a mano a mano che è cresciuta la città “positiva”, seguendo l’incremento delle costruzioni edilizie.
Così nel periodo “greco” e “romano” vengono prelevate grosse quantità di tufo per la costruzione di mura e templi e furono scavati numerosi ambienti per creare una serie di ipogei funerari. Si fanno, inoltre, risalire a tale periodo le cavità di villa Fiorita, del Chiatamone, di Santa Maria a Cappella Vecchia, nonché l’affascinante “cava greca” di Poggioreale (sulle cui pareti sono ben visibili migliaia di graffiti di oltre duemila anni). E ancora le gallerie di Seiano (grotta dell’età augustea di collegamento a Pozzuoli delle ville della costa posillipina) e la cosiddetta  Crypta Neapolitana(realizzata dall’architetto Cocceio per migliorareil collegamento tra Neapolise i porti della costa flegrea).
All’epoca greca e romana risalgono pure i cunicoli  degli acquedotti (del Serino e del
cosiddetto “Claudio”): fu realizzata una rete di acquedotti complessa, alimentata da condotti
sotterranei provenienti dalle sorgenti del Serino,  a 70 km di distanza dal centro di Napoli. Altri
rami dell'acquedotto di età augustea arrivarono fino a Miseno, per alimentare la Piscina
mirabilis, riserva d'acqua della flotta romana. Stretti cunicoli mettevano in comunicazione larghe
vasche che fungevano da serbatoio per le acque. I cunicoli dell'acquedotto si diramavano in
tutte le direzioni, con lo scopo di alimentare fontane ed abitazioni situate in diverse aree della
città superiore. Personale "specializzato" era impegnato ogni giorno nella pulizia dei condotti,
nella manutenzione di questa mirabile opera idraulica ealizzata dagli ingegneri dell'antichità.
Nella  città che sta sotto la città sono state mescolate, in una particolare simbiosi, una cospicua serie di funzioni. La gestione
dell’acquedotto sotterraneo è stata commista alle attività estrattiva ed edificatoria, l’acquedotto stesso oltre a fornire sul posto i materiali necessari all’edificazione, s’è ampliato con essa al pari passo in orizzontale e in verticale: man mano che l’abitato  s’espandeva, aumentava anche il numero di condotti e delle vasche sotterranee, nonché quello  dei pozzi che consentivano di “pescare” con un secchio l’acqua direttamente dalle abitazioni fino all’ultimo piano, oltre che dal cortile. In tale periodo vengono realizzati anche i canali sotterranei della rete fognaria (Pignasecca) e si avvia lo sfruttamento della collina di Capodimonte, da cui sono cavate non
solo le pietre utilizzate per l’edificazione delle mura di Neapolis, ma in cui sono scavati i primi grandi ipogei e le catacombe cristiane. Fin dai tempi della città greco-romana, infatti, questa zona suburbana a nord della città, comprendente i valloni dei Vergini e della Sanità fu definita la “valle dei morti” per la presenza di numerosi ipogei facenti parte di una vasta necropoli aristocratica, incrementati successivamente dai più antichi cimiteri cristiani (catacombe di S.Gennaro e di S.Gaudioso).
Con l’espansione urbanistica e, quindi, edilizia della città, dalla tarda antichità alle epoche
angioina e aragonese e, ancora di più, fino all’ultimo conflitto bellico, la necessità di reperire materiale da costruzione si riflette ancor di più nella Napoli “negativa”, assumendo i connotati di un vero e proprio “saccheggio” e, quindi, scempio, del sottosuolo. Con la decadenza dell'Impero Romano purtroppo anche il complesso idraulico sotterraneo deperì e all'iniziodel XVI secolo il
vecchio acquedotto e le moltissime cisterne pluviali ormai erano in buona parte inutilizzabili. In considerazione anchedelle necessità connesse all’incremento demografico della città, ilfacoltoso nobile napoletano Cesare Carmignano costruì un nuovo acquedotto e fu solo agli inizi del XX secolo che si smise di scavare nel sottosuolo per l'approvvigionamento idrico e si abbandonò una retedi cunicoli e cisterne di oltre 2 000 000 m², diffusa per tutta la città. Ma lo scavo del sottosuolo napoletano fu anche il frutto dell'ingegno partenopeo. Infatti, sotto il regno dei Borboni avvenne che i regnanti imposero nuove tasse su tutti i materiali edilizi che entravano in città ed allora i napoletani trovarono lo stratagemma di scavare sotto per costruire sopra. Si ampliò a tal punto la fitta rete di cunicoli che spesso era possibile spostarsi di casa in casa senza uscire di casa. Questi passaggi  segreti diedero vita alla leggenda dei "monacielli", personaggi fantastici a cui si attribuirono piccoli fatti inspiegabili come la scomparsa di oggetti dalle case ma anche rumori sotto i pavimenti e finanche nascite miracolose. Erano solo persone che, a conoscenza dei passaggi segreti sotterranei, li usavano per spostarsi di casa in casa, spiriti benevoli o maligni che si occupavano più della padrona di casa che della rete idrica, ed usavano le vie sotterranee che conoscevano bene, per sparire o apparire, sotto il mantello da lavoro che, nella penombra, somigliava appunto al saio di un monaco.

Il Mitreo
Il sottosuolo di Napoli si caratterizza anche per la presenza di luoghi di culto esoterici: a
Napoli ci sono cospicue testimonianze di culti orientali di antica tradizione, tra i quali riveste
una particolare posizione quello dedicato al dio Mitra. Culto ipogeo, ebbe tanta fortuna,
soprattutto nella  Neapolistardo-romana, da sopravanzare lo stesso nascente Cristianesimo, il
“nuovo culto” la cui ritualità, nei primi tempi, subì notevoli condizionamenti, rischiando di
esserne sopraffatta e assorbita. Il luogo del culto e di incontro dei seguaci era ilmitreo,
solitamente una cavità o caverna naturale adattata  o un edificio che imitava una caverna. Luogo tenebroso eprivo di finestre (anche quando non erano collocati in sotterranei), quando possibile il mitreo era costruito all'interno o al di sotto di un edificio esistente. Il sito è identificato dalla sua entrata separata o vestibolo da cui, mediante alcuni scalini, si accedeva alla sua caverna a
forma di rettangolo, chiamata  spelaeumo spelunca, riservata ai soli iniziati, con due panchine lungo le mura laterali per il banchetto rituale, ed il suo santuario all'estremità, spesso in una nicchia, prima del quale vi era l'ara, ornata dall’immagine di Mitra che immola il toro e da quelle di due dadofori o portatori di fiaccole (l’una tenuta alzata a rappresentare il ciclo solare
alba-tramonto e il calore luminoso della vita, l’altra, abbassata, il freddo gelido della morte). Mitra e dadofori si uniscono in un'unica divinità: il triplice Mitra. Il bassorilievo o l’affresco rituale, che ornava la parete sacra dell’ara rappresentava un giovane in abito frigio, col caratteristico copricapo nell’atto di uccidere, con il pugnale rituale del
sacrificio, il toro che cavalcava. A destra e a sinistra il Sole e la Luna chiudono in alto la scena e due deità più piccole osservano dai due lati inferiori, mentre altre simbologie cosmiche “attaccano” il toro (lo corpione, il serpente, il cane). Il soffitto aveva la volta a sesto ribassato e, in genere, vi era dipinto un cielo stellato con la riproduzione dellozodiaco e dei pianeti, mentre l’intero ambiente, con le mura  dipinte di rosso, era adornato di pomici, mosaici e di undici  pozzi:
quattro più grandi a forma di tronco di piramide e sette piccoli
in guisa di tronco di cono. I mitrei, così diversi dai grandi edifici templari dedicati alle divinità dei culti pubblici, si distinguevano ancheper il fatto
di essere di dimensioni modeste; il servizio di culto, che terminava in un banchetto comune, era officiato da  una piccola comunità, solitamente formata da qualche dozzina di persone. In alcuni casi è presente una cella al di sotto della sala principale, chiamata fossa "sanguinis", collegata ad essa tramite un sistema di tubature che servivano con tutta probabilità ad una sorta di battesimo, officiato attraverso un'abluzione nel sangue del toro sacrificato.
Poiché nel mitraismo l'acqua svolgeva un ruolo purificatorio importante, nelle vicinanze del
santuario vi era spesso una sorgente naturale o artificiale.
A Napoli sono state ritrovate testimonianze di taleculto nella grotta scavata nel fianco
settentrionale del monte ECHIA (Pizzofalcone) e attraverso un rilievo del Museo Archeologico
di Napoli, rinvenuto nella  Crypta Neapolitanache rappresenta una degli esempi di monumenti
mitraici più tardi che si conoscano; l’iscrizione dedicatoria, oltre ad attestare il raro epiteto
omnipotens, documenta in età tarda l’adesione di persone di rango senatorio ai misteri mitriaci,
diffusi e praticati soprattutto da militari e da schiavi.
Altra significativa prova della diffusione a Napolidei culti iniziatici legati a Mitra è il mitreo
identificato in uno degli ambienti sotterranei del  complesso termale di vico Carminiello ai
Mannesi, in funzione durante la tarda età imperiale. L’antico complesso occupa un’area
corrispondente ad un’insuladelimitata a nord e a sud dal decumano centrale e  da quello
meridionale (corrispondenti a a via Tribunali e viaS.Biagio dei Librai). Quest’edificio, costruito
originariamente sui resti di una domus repubblicana, fu abbandonato nel V secolo d.C.
Per quando riguarda il mitreo napoletano si ipotizza che possa risalire alla metà del II secolo
d.C.: il culto si pensa sia stato introdotto nell’edificio da parte degli schiavi e dei veterani che
frequentavano l’insularomana, anche se ulteriori ritrovamenti confermanol’ipotesi di un
legame anche con i ceti superiori. In genere, il mitreo era soprattutto frequentato dai militari, in
quanto i gradi di iniziazione al culto corrispondevano in larga misura ai gradini della scala
gerarchica dell’esercito. L’identificazione del luogo di culto di Carminiello ai Mannesi si basa su
di un rilievo in stucco rappresentante il dio Mitranell’atto di sacrificare un toro, i cui resti sono
ancora in loco. E’ ipotizzabile la presenza di
piccoli gruppi marmorei, oggi perduti, a corredo della saletta di culto; in genere l’immagine di
culto mostrava il dio con il caratteristico berretto frigio nell’atto di tagliare la gola ad un
toro sacrificale circondato da altri animali: un cane e un serpente che si avvicinavano al sangue della vittima ed uno scorpione che afferrava i testicoli del toro. Sotto il ventre dell’animale si intravede il caratteristico scorpione e più a
destra alcune volute del serpente.
Mancano tracce di altari o di supporti statuari ma si pensa che al centro della sala dovesse trovare
posto un simulacro del dio fanciullo, mentre negli angoli della parete di fondo dovessero essere presenti le statue dei due geni  Cautes(con la fiaccola verso l’alto) e  Cautopates(con la fiaccola verso il basso).

 

 

 

 

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