Una relazione sul Brigantaggio nella provincia di Catanzaro, del patriota Raffaele Piccoli.

di Domenico Montuoro (Storicittà,XX,195,60-62) - L’Archivio di Stato di Napoli[i] nel fondo “Brigantaggio” conserva una serie di documenti riguardanti la Calabria. Tra questi, un’inedita relazione sul “Brigantaggio nella provincia di Catanzaro”[ii] redatta dal patriota Raffaele Piccoli, “uno dei 1000 di Calatafimi”.

 Il documento di due pagine (mm.25x15) è preceduto da una lettera di accompagnamento del sindaco di Castagna Paolo Leporte, datata 13 giugno 1861 ed indirizzata, così come la relazione del Piccoli, al Luogotenente Generale del Re nelle Provincie Napoletane. A questo punto, prima di entrare nel merito della stessa, alcune notizie sul personaggio.

Raffaele Piccoli nasce a Castagna, allora comune autonomo, oggi frazione di Carlopoli (CZ), il10 ottobre 1819, da Bernardo di professione “scarparo” (calzolaio) e da Maria Antonia Piccoli.

Dopo i primi studi nel paese natio, come tanti altri giovani calabresi di modeste condizioni economiche, viene avviato per il prosieguo degli studi, nel vicino convento di Scigliano. Qui rimane fino all’età di circa venti anni, quando, “oramai incapace di macerarsi tra le mura monastiche e attento agli echi dei turbamenti sociali che percorrevano quotidianamente la sua terra”, partì[iii].

Raggiunge Napoli, Roma, Firenze e Pisa, città fulcro di attività culturali, dove affina da autodidatta i suoi studi di filosofia e, soprattutto, entra in contatto con i circoli democratici. Intorno al 1845 ritorna al suo paese natale e da qui si sposta continuamente nei paesi del circondario e a Nicastro, dove già operano gruppi di rivoluzionari. A riprova del suo spirito inquieto, dopo qualche tempo si sposta a Messina, ospite in un convento. Da qui si trasferisce a Palermo per poi ritornare alla vigilia del 1848 in Calabria e riprende i vecchi contatti con i vecchi amici e con loro partecipa alle battaglie dell’Angitola e di Maida. Nemmeno ala cocente sconfitta riesce a placare il suo animo; abbandona di nuovo la Calabria e raggiunge la Lombardia. Frequenta i circoli mazziniani e partecipa al vano tentativo garibaldino di conquistare Varese, successivamente si sposta a Roma dove partecipa, a stretto contatto co Giuseppe Garibaldi all’agone politico che porta alla formazione della Repubblica Romana. Dopo la caduta della Repubblica Romana, mentre il condottiero nizzardo si sposta a nord, Raffaele Piccoli cerca di ritornare in Calabria. Arrestato a Campobasso, venne trasferito a Catanzaro, dove nel 1851 è condannato a trent’anni di ferri e trasferito nell’sola-lager di Ventotene assieme a Luigi Settembrini, Silvio Spaventa e tanti altri patrioti. Sperando di liberarsi definitivamente di quegli uomini, il re Ferdinando II li fa condurre a Cadice per essere imbarcati su una nave inglese diretta nelle Americhe. Non conosciamo il dettaglio degli avvenimenti, certo è che il capitano della nave invece di indirizzare le vele verso l’Atlantico si dirige in Inghilterra. Allo stato delle ricerche non è documentabile un intervento della corte sabauda per salvare questi patrioti, tutti simpatizzanti delle idee repubblicane di Giuseppe Mazzini, però il Cavour, una volta  venuto a conoscenza degli eventi, si rivolge al plenipotenziario del regno a Londra, Vittorio Emanuele d’Azeglio, perché fornisca ai patrioti un passaporto piemontese.

Raffaele Piccoli calpesta così di nuovo il suolo patrio e raggiunge Torino, poi si sposta a Modena e Pescia, quindi a Genova. Questi continui spostamenti sono giustificati dagli avvenimenti successivi. Infatti nella città ligure Garibaldi stava radunando un gruppo di arditi patrioti per tentare una missione che sembrava impossibile: riunificare, dopo secoli di divisione, l’Italia.

Nella note tra il 5 e il 6 maggio dallo scoglio di Quarto, oggi un quartiere di Genova, salpano circa 1089 uomini, passati alla storia come i Mille, diretti in Sicilia. Inizia così una splendida avventura destinata a cambiare per sempre la nostra storia. In Sicilia e in Calabria, al passaggio delle Camicie Rosse le popolazioni accorrono con entusiasmo ad acclamare i loro fratelli, lo stesso avviene nelle altre regioni. Il 31 agosto 1860, da Rogliano, Giuseppe Garibaldi firma i famosi Decreti che prevedono l’abolizione della tassa sul macinato delle granaglie “eccetto i frumenti” la riduzione del prezzo del sale “da grani otto a grani quattro al rotolo” e l’uso gratuito per i cittadini di Cosenza e dei Casali dei terreni demaniali della Sila, tentativo vanificato appena cinque giorni dopo da Donato Morelli, nominato Governatore della Calabria Citeriore appartenente ad una ricca famiglia di Rogliano[iv], usurpatrice dei medesimi demani.

Il 7 settembre 1860 i Mille di Giuseppe Garibaldi e i volontari dell’esercito meridionale entrano da trionfatori, accolti calorosamente dalla popolazione di Napoli.

L’unità d’Italia, dopo i primi entusiasmi, porta con sé inevitabilmente numerosi problemi, alcuni retaggio di secolari iniquità, altri dovuti ad errori di prospettiva ed alla politica reazionaria dei vari governi succedutisi alla guida della giovane nazione. Giuseppe Garibaldi, vista la svolta impressa da Cavour al processo unitario, per evitare una guerra fratricida che in quel momento avrebbe avuto ben altre conseguenze rispetto ai fatti di Aspromonte del 1862, sceglie di ritirarsi a Caprera. L’esercito meridionale viene sciolto e i volontari costretti a riprendere mesti la strada del ritorno ai loro paesi d’origine.

Dopo la caduta della fortezza di Gaeta e la scelta dell’esilio romano da parte del sovrano Francesco II, soprattutto nelle vicinanze della frontiera pontificia, iniziano tentativi di sovvertire il nuovo ordine, utilizzando ex soldati borbonici, piccoli artigiani, commercianti e contadini. In Calabria viene inviato il generale Borjes, un ex militare catalano per prendere contatto con le bande brigantesche e suscitare una reazione. Il Borjes si unisce prima alla banda guidata da Ferdinando Mittiga ma, dopo pochi giorni, viene da questi allontanato per divergenze di potere , poi raggiunge la Basilicata ed entra in contatto con con il più carismatico capo-brigante Carmine Crocco.

All’inizio i rapporti tra i due appaiono stretti, i briganti si avvalgono a proprio vantaggio sia dei soldi portati dall’hidalgo che delle sue indubbie capacità militari., ma proprio le divergenze sulle strategie da adottare portano alla rottura. Infatti, Crocco capisce che il suo esercito di briganti non ha alcuna possibilità di affrontare in campo aperto il meglio equipaggiato e più numeroso esercito piemontese, rinforzato dalle guardie nazionali, né di poter difendere a lungo i paesi liberati. Il brigantaggio, la rivolta sociale dei contadini meridionali, nonostante la dura repressione dell’esercito piemontese e delle guardie nazionali, legalizzata dalla legge Pica, tiene impegnato il giovane Stato italiano fino al 1865, resistendo, in alcune aree, fino al 1870.

Un uomo d’azione come Raffaele Piccoli, che aveva partecipato in prima persona all’impresa garibaldina di unificare l’Italia e patito il carcere e l’esilio, non poteva assistere inerme al suo sfaldamento per l’inerzia, se non peggio, per la complicità di vecchi arnesi del passato regime che rivestono incarichi autorevoli anche nei tempi nuovi.

Chiede così all’autorità di intervenire prima che sia troppo tardi, affidando ad uomini d’arme di provata fede unitaria la guida della lotta contro i briganti reazionari. Che la sua accorata richiesta non fosse dettata solo da allarmismo o da mera volontà di ricevere una prebenda lo dimostrano gli avvenimenti successivi che coinvolsero il suo paese natale e quelli immediatamente vicini.

Il 19 luglio del 1961, a distanza di appena un mese dalla spedizione della lettera, una folta comitiva brigantesca capeggiata da Luigi Murata di Cerva assale al grido di “Viva Francesco II” i comuni di Soveria Mannelli, Carlopoli e Castagna, uccidendo Maria Arcuri ed Angelo Mazza.

 



[i]Guida alle fonti per la storia del brigantaggio postunitario conservate negli Archivi di Stato, vol,I Roma, 1999.

[ii] Archivio di Stato di Napoli, Ministero della Polizia Generale,  Gabinetto, B, 1877. Sul Brigantaggio rimane fondamentale il volume: F.Molfese, Storia del Brigantaggio dopo l’Unità, Milano 1964 ed edizioni successive.

[iii] S.Piccoli, Le vicende di un romantico ribelle calabrese dell’’800. Raffaele Piccoli, in Camicia Rossa, Trimestrale dell’Associazione Nazionale Veterani e Reduci Garibaldini, anno XXIV, n.2, Marzo-Luglio 2004 p.13. di recente il Piccoli ha pubblicato un romanzo sulla vita e le gesta del patriota “Il soffio del silenzio. Romanzo di un ribelle”. Lametia Terme 2009.

[iv] Nel 1866 la famiglia Morelli è sospettata di manutengolismo con i Briganti. Per i grandi proprietari, ieri come oggi, qualsiasi accusa rimane sempre a livello di “sospetto”.

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Testo della Relazione di Raffaele Piccoli

 

 

A Sua eccellenza

 

Il Signor Luogotenente Generale del Re

Nelle Provincie Napoletane

 

  

 

 

 

Eccellenza,

 

Qual cittadino interessato per la causa del Re Galantuomo e della Patria, mi fò ardito manifestare alla E.V.a. che in questa vicina Sila il Brigantaggio sta prendendo delle vaste proporzioni. Desti sono a centinaia, e si ripartiscono in compagnie di 25, 30 e 50 per cadauno ed alla giornata si vanno aumentando sempre dippiù. La maggior parte di essi sono Borbonici sbandati e servi di pena evasi dagli ergastoli, i quali oltre ai mille delitti che commettono alla giornata, minacciando eziandio di voler invadere i paesi, saccheggiarli e far man bassa sulle famiglie dei liberali. La parola d’ordine per questi tristi è: Francesco 2°il cui ritorno credono certo ed imminente. Si  vedeva chiara nota che queste è una canaglia, la quale viene spinta e incoraggiata dalla Setta dei Sanfedisti: la cosa è oltremodo positiva; i reazionari in queste contrade lavorano con assiduità: osano spargere il malcontento contro l’attuale regime, e continuamente diffondono delle voci allarmanti sulla prossima venuta di Francesco 2°. La plebbaglia specialmente illusa dai codini, si è resa bastantemente baldanzos, la quale parla pubblicamente del ritorno di Francesco 2°. Eppure ad onta di tutto ciò, chi siedea a capo di questa Provincia (Catanzaro in Calabria)dorme; egli non sa nulla di ciò che ci sovrasta, non vuole né si impegna a saperlo, o, lo sa piuttosto e finge di non saperlo. Certo si è che i Briganti sono a centinaia ed alla giornata si crescono sempre di più: si rubba spesso il tesoro dello Stato, si commettono furti ricatti ed assassini, e nissuno espediente si prende, e i delinquenti impuniti passeggiano. In verità, l’indolenza del Governatore Cammarata, da molto a sospettare, tanto più che il medesimo era un funzionario del Borbone. Per la qual

 

[2]cosa (Eccellenza)fa d’uopo preciso di una forza mobile capitanata da uomini energici e sperimentati liberali, poiché sul momento ve ne ha tanto quanto appena basta a mantenere il buon ordine nei capiluoghi della Provincia. In brevi termini, Eccellenza, mi do l’onore rassegnarle che in queste contrade la sicurezza pubblica è minacciata all’estremo, e se non vi si mette un istantaneo riparo, da un giorno all’altro si vedranno avvolte nella più spaventevole anarchia.

 

Io conto quattordici anni di cospirazione pro della causa italiana, ed ora più che mai sono pronto ad offrire il mio braccio per simili circostante: io sì pieno di Sant’orgoglio dichiaro a V.a Eccellenza, che sento cuore bastante a reprimere, e scacciare una volta le inique mene dei nemici della Patria Italiana, purchè però V.a Eccellenza di compiaccia facoltarmi di mettermi a capo di una Colonna Mobile di cento uomini che io stesso troverò di mia fiducia, e sull’affermativa mi obbligo sotto la mia più stretta responsabilità di restituire questa Provincia nell’ordine fra due mesi circa, beninteso se la forza venga stipendiata dal Governo.

 

Castagna, li 12 giugno 1861

 

Raffaele Piccoli

                                                            Uno dei 1000 Prodi di Calatafimi

 

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