"SOLOTU”

Una mia strana avventura

Quello che segue non è un racconto di guerra ma un diario. Un diario scritto da un  giovane napoletano di 23 anni che ricorda la incredibile, eppure vera, avventura capitatagli da ragazzo, nell'ultimo scorcio del conflitto d'Africa Orientale.

Una avventura vissuta con l'entusiasmo e l'incoscienza dei 16 anni, velocemente maturati dalla realtà  cruda della guerra. Ma l'avventura non finiva lì per il giovane "capitano", che poco dopo il rientro in Italia ebbe modo di lanciarsi eroicamente nelle Quattro Giornate di Napoli, ricevendo per il suo contributo un solenne riconoscimento militare al merito di Guerra Partigiana.

di Capitano Bim - Conoscevo, fin dal 1940, un amico di nome Giovanni Ciprio; era per me, nonostante la differenza sociale, un caro amico. Nel 1942, non ricordo il mese, fu chiamato sotto le armi e precisamente in Fanteria; stette in alta Italia e poi passò con il 207° Fanteria a Pontecagnano e dopo quattro mesi, al Comando-Tappa ai Granili, a Napoli.

Conoscevo, fin dal 1940, un amico di nome Giovanni Ciprio; era per me, nonostante la differenza sociale, un caro amico. Nel 1942, non ricordo il mese, fu chiamato sotto le armi e precisamente in Fanteria; stette in alta Italia e poi passò con il 207° Fanteria a Pontecagnano e dopo quattro mesi, al Comando-Tappa ai Granili, a Napoli.

La sua famiglia era molto povera e per giunta la madre era affetta da tubercolosi. Molto spesso andavo a casa sua e capitava che, essendo Giovanni un caporale, nel servizio di ronda, spesso veniva a casa sua portando con sé gli altri due fanti e molte volte capitava che, dovendo andare a trovare la sua fidanzata, mi dava la sua divisa, l’elmetto, il fucile e le giberne ed io, insieme agli altri due uscivamo di ronda andando per cinema e ritrovi. 

In quell’epoca io lavoravo alla G.I.L.[1] e indossavo una sahariana kaki, un paio di stivali ed una bustina militare con il fregio della G.I.L.. Spesso, di sera, andavo a trovare il mio amico al Comando Tappa e quasi sempre la sentinella di servizio alla porta mi salutava portando la mano al bocchino, credendo fossi un sottufficiale. Il mio amico conosceva il cuciniere della compagnia e da lui aveva molte volte del mangiare crudo, che io portavo metà a casa sua metà a casa mia. In verità non vi era niente di disonorevole in quanto vi era una guerra e, per giunta, Napoli era martellata da continui bombardamenti angloamericani, per conseguenza di generi alimentari ne arrivavano talmente pochi che molte volte la popolazione, compresa la mia famiglia, era costretta a  mangiare bucce di fave bollite e, da signori, patate o castagne lesse. In quelle occasioni conobbi molti amici d’arme del mio amico, ora non ricordo il nome che solo di tre o quattro, e cioè una medaglia d’argento, sergente, reduce dalla Grecia, i fanti La Casta Giuseppe, Loria Giovanni e Pala Antonio, tutti del circondario di Napoli. A tutti questi fui presentato come suo cugino.

Nel 1943, ai primi di gennaio, il mio amico mi disse che era prossima una sua partenza per l’Africa, lo pregai allora all’occorrenza, di farmelo sapere.

Un giorno, nello stesso mese, mi trovavo a letto con la febbre a trentotto, erano pressappoco le tre del pomeriggio e sentii il nostro fischio convenuto. Mi affacciai e vidi il mio amico che mi disse di scendere, mi vestii e scesi in strada. Il mio amico mi disse che era scappato dalla caserma e che alle sette la sua compagnia sarebbe partita per Palermo. Rimanemmo che sarei andato a prendere quelli di casa sua ed alle sei saremmo stati alla stazione. Infatti, alle sei eravamo alla ferrovia; già la compagnia era arrivata ed era stata messa in un locale della piccola velocità. Dopo aver pregato non poco il sergente di servizio, arrivammo a vedere Giovanni. Per la madre era di sicuro l’ultimo abbraccio che dava al figlio, prima per il gran male che aveva, poi perché la guerra non fa ritornare tutti. Giovanni era anche lui sicuro di non poter più rivedere la madre, ma non lo dimostrava, anzi sembrava come dovesse andare ad un campeggio e come lui anche tutti gli altri soldati che lasciavano i genitori erano ammirevoli nel loro incoraggiamento verso le famiglie, come se non essi ma le loro famiglie dovessero partire per una guerra.

Io ero molto entusiasmato vedendo quelle belle divise, quelle armi che dovevano difendere la nostra terra e il coraggio che per amor di Patria o per quel senso di mascolino coraggio che governa in tutti noi uomini che d’improvviso mi venne un’idea: perché non partire con loro? Perché non cercare di vestire la stessa divisa e combattere come loro? Fare come tanti miei amici che, più grandi di me, si erano arruolati in marina o nei Battaglioni M.[2] E poi, partendo con loro, anche la madre di Giovanni sarebbe restata più contenta sapendo che il suo migliore amico era con lui. Allora la mia idea diventò un progetto da mettere in atto e così chiamai Giovanni e gli dissi che ero venuto con i suoi alla stazione non per salutarlo, ma perchè mi aiutasse a raggiungere la Sicilia, dovendo andare da un mio parente per ragioni di famiglia. Gli feci presente che non sarebbe stato difficile farmi partire con loro, perché ero vestito da soldato e bastava un pastrano perché mi scambiassero per un militare. Il mio amico dopo  un poco di discussione acconsentì, io dissi alla madre che si dava l’occasione di accompagnare Giovanni a Palermo ed ella fu molto contenta. Alle sette meno venti la famiglia del mio amico se ne era andata, io raggiunsi il treno e lo scompartimento del mio amico e con l’aiuto di La Pasta e Soria riuscii a salire sul treno, indossai un pastrano, un casco, ebbi in prestito un fucile e sedetti insieme agli altri. Il treno partì, passammo lo stretto di Messina il giorno dopo verso le sei del mattino e arrivammo a Palermo verso le nove di sera. Allo scendere dal treno suonò l’allarme ma nessuno lo sentì, fu così che mentre uscivano dalla stazione incominciò un forte bombardamento che procurò lo sbandamento di tutta la compagnia; vi fu anche un po’ di panico in quanto un apparecchio venne abbattuto dalla contraerea e cadde dietro alla stazione. Fummo portati in pieno centro di Palermo, in una Scuola che aveva ospitato fino al giorno prima del nostro arrivo truppe tedesche, che erano poi partite per la Tunisia.

La mattina dopo il nostro arrivo io dissi al mio amico che non dovevo trovare nessun parente, ma che la mia intenzione era quella di partire con loro. In un primo momento il mio amico mi disse che la mia idea era solamente pazzesca, ma poi, vista la mia insistenza, disse che mi avrebbe aiutato. Nella cosiddetta caserma ero da tutti, quasi, scambiato per un militare, anche da un sergente con un paio di baffoni. Per fortuna capitò con noi il sergente medaglia d’argento ed arrivò anche una medaglia d’oro, anche sergente, reduce dall’A.O.I.[3] ferito con undici sciabolate per il corpo. Questi era un bravissimo uomo, ed aveva dovuto intuire che io volevo raggiungere il fronte, perché mi diceva che con la guerra non si scherza e che bisognava avere molto coraggio.

Dopo circa quattro giorni che stavo a Palermo, arrivò un telegramma dalla famiglia del mio amico che diceva che la madre del mio amico stava male e chiedeva di lui; il Comando però non volle dare il permesso. Giovanni non sapeva come fare, infine pensò di scappare. In quella mi venne un’idea: pensai che siccome quasi tutti sapevano che io ero il cugino di Giovanni, sarebbe stato facile prendere provvisoriamente il suo posto. Ne parlai al mio amico che in un promo momento mi disse di no, ma poi, pensando che la compagnia sarebbe rimasta a Palermo per molti giorni ancora, come si diceva, acconsentì, riservandosi di parlarne prima con il sergente. Lo fece ed il sergente disse che lui avrebbe fatto finta di non saperne niente, dato poi che la compagnia era composta da fanti, artiglieri e cavalleria e tutti i corpi avrebbero preso una via diversa, arrivati a Tunisi. Il mio amico mi riferì tutto ciò e aggiunse però che io avrei dovuto giurargli che se la compagnia, durante la sua assenza, fosse partita per Tunisi, io avrei dovuto abbandonare la sua identità e fare ritorno a Napoli o aspettare lui alla scuola di Palermo. Io gli promisi tutto. Fu d’accordo e la sera partì per Napoli e così la sera io presi il suo posto, con l’accordo di diversi militari: e facevo talmente bene la parte del caporale che tutti mi lodavano per la serietà.

Dopo quattro giorni venne il momento della partenza. Una sera eravamo in ricovero perché in allarme, il ricovero era attaccato alla Scuola ed era comune ai civili ed ai militari, io ed altri amici parlavamo con delle ragazze e ricordo che dicevano: “meschino, è proprio un ragazzino ed è già caporale”. Io dicevo loro che sembravo piccolo ma che ero della classe del 1922. Mentre si parlava e la contraerea suonava la samba, venne un ufficiale a dirci che dovevamo andare sopra a prepararci. Ancora sotto l’allarme, ci inquadrarono e ci portarono alla stazione e lì sapemmo che eravamo diretti a Sciacca. Ci misero in una tradotta e il giorno dopo, all’imbrunire, arrivammo a Sciacca e venimmo accampati in una stalla da poco abbandonata da cavalli, tanto che per dormirci dovemmo prima ripulirla.

Stemmo lì tre giorni. Ricordo che facemmo amicizia con delle figlie di un ferroviere  e loro, poverine, ci lavavano la biancheria sporca. Il quarto giorno ci venne pagata la decade e con quei soldi ognuno si ubriacò, incominciando dal sottoscritto che nel bar dell’Aviazione pigliò una sbronza fenomenale di liquori. Mi ritirai alla cosiddetta caserma all’una di notte insieme con due amici, uno di Pompei e uno di Salerno, verso le quattro venimmo svegliati dal rumore di certi camion che si fermarono proprio davanti al nostro edificio; dopo dieci minuti venne un ufficiale e ci svegliò dicendoci di prepararci che si partiva. Dopo un poco di baraonda appena pronti venimmo caricati su dei camion “66” dell’Aviazione che ci portarono al campo: lì sapemmo che si partiva per la Tunisia. Io non sapevo cosa fare ma pensai che tornare indietro sarebbe stata una cosa difficile perché sul campo vi erano molti Carabinieri, allora decisi di partire. Fummo caricati su degli S.82 (Trimotori da trasporto), sette in tutto più dei caccia di scorta. Verso le nove decollarono i nostri mastodontici apparecchi, fu una cosa davvero curiosa, molti soldati per il forte capogiro vomitavano, altri per lo stesso motivo non potevano neanche parlare, io, per esempio, sul primo momento ebbi un piccolo male di testa ma poi mi passò e, in verità, per la fame aprii una scatola di carne, presi una galletta e mangiai.

Dopo circa un’ora e mezza atterrammo al campo di Le Guin, a Capo Bon. Sbarcarono  con noi anche molti Carabinieri e quando tutti fummo scesi uscimmo dal campo e non distante da esso ci mettemmo per terra in attesa che dei camion ci venissero a prelevare. Infatti, dopo circa un’ora di attesa, vennero due camion e ci portarono al centro di smistamento nella periferia di Tunisi. Lì ci dividemmo dagli altri che non erano di fanteria, compresa la medaglia d’argento e quella d’oro. In quel comando trovammo un ufficiale che ci disse che dovevamo raggiungere con mezzi di fortuna il Centro Istruzione Fanteria di Sfax, vicino un paese chiamato Agareb. Premetto che noi di fanteria eravamo una decina con due caporali, io ed un piemontese ed il maggiore, o colonnello, volle dare il comando della squadra al più giovane, cioè a me. Così ci incamminammo. Nello stesso momento vedemmo degli apparecchi che ci sorvolavano e tutti noi pensavamo che fossero nostri aeroplani, ma dal pensarlo al cadere delle bombe fu cosa di un secondo: erano aerei angloamericani. Fu un panico generale, anche noi in verità avemmo un po’ di spavento perché la cosa fu improvvisa. Vi furono molti arabi morti e nell’uscire da Tunisi vedemmo una grande fossa, dove venivano gettati i morti a causa delle incursioni, ricoperti poi da frasche secche. Passammo anche vicino alla Stazione che era tutta distrutta e prendemmo così la strada per Sfax. Dopo non molto arrivammo vicino alla Caserma delle Guardie del Bey, per fortuna lì si trovava un O.M.[4] che portava al fronte vino e marsala, l’autista era napoletano perciò gli parlai e lui disse che avrebbe fatto con piacere il viaggio assieme con noi. Dopo un’ora partimmo, io mi sedetti nella cabina con il paesano ed il resto dei colleghi  si sistemarono nel cassone. Facemmo un magnifico viaggio fino a Suse, dove la macchina si fermava per due giorni. Salutammo così il gentile amico e andammo al locale Comando Tappa e prelevammo i viveri a secco e riprendemmo il cammino. Fortunatamente trovammo un secondo passaggio su un camion in transito che ci condusse fino a Sfax. Arrivammo di sera tardi, ricordo che fermammo proprio all’entrata del paese, da un lato vi era una grande piazza piena di casermette che ospitavano i militari di passaggio, da un altro lato vi erano case arabe. Entrammo in una di queste dove regnava una grande puzza di olio acido e ci facemmo friggere la carne che avevamo in scatola e poi ci facemmo fare un pollo, che io non mangiai essendo pieno di pepe. Dopo mangiato domandammo dove si trovava Agareb e ci fu detto che distava quasi tre chilometri e mezzo. Data la breve distanza ci incamminammo e, ancora notte, arrivammo al Centro, cioè un campo con tutte buche scavate in terra e coperte da teli di tenda dove vivevano i soldati che si esercitavano e partivano poi per il fronte. Ci presentammo in Fureria dove presero le nostre generalità e ci dettero delle coperte assegnandoci ogni cinque una buca. Così coprimmo le buche con i teli e ci riposammo.

In quel campo stemmo molti giorni, facendo molte esercitazioni, spesso montavamo di guardia al Campo e spesso all’acqua e quando eravamo liberi andavamo scorrazzando per Sfax. Una mattina ci chiamò il nostro ufficiale, ci fece inquadrare, dopo pochi minuti sopraggiunse un tenente, un fiorentino, che ci disse che “dovendosi completare la formazione del I° Battaglione della gloriosa Divisione Trieste”, occorrevano sette uomini, perciò chi voleva andare poteva alzare la mano.  Ebbe il piacere di vedere che tutti noi ci offrimmo. Allora ne indicò sette e tra questi capitai io, il caporale piemontese, La Casta, Loria, l’amico della sbornia di Sciacca, di Pompei, quello di Salerno ed un calabrese. Entrammo così a far parte della 4° Compagnia della “Trieste” e lì capitai per sottufficiale un sergente di Torre del Greco, che mi voleva un gran bene. Per tre giorni facemmo molte marce, poi venimmo assegnati ai pezzi e a me toccò il “Solotu[5] un'arma da 20 mm. per il tiro controcarro ed anche contraereo, molto precisa, ma anche molto pesante. Ricordo in merito un fattarello che mi costò non poco. Una mattina andammo molto lontano dal campo a fare i tiri in una valle. Assistevano ai tiri molti ufficiali superiori. Iniziarono i mitraglieri poi toccò a noi, sparò prima un altro pezzo poi venne il mio turno. Siccome l’arma era senza carrello, il rinculo era molto forte, così che quando sparai il primo colpo il rinculo mi fece andare il binocolo nell’occhio destro gonfiandolo all’istante. Mi toccava però sparare altri due colpi singoli ed il rimanente a raffica. Fortunatamente il sergente Vetromilo si accorse però che non ce la facevo e con la scusa di suggerirmi il tiro mi sostenne la spalla, permettendomi di finire la prova.

Una mattina verso le cinque ci caricarono su due grandi camion con rimorchi ed allora sapemmo che si partiva per il fronte. In giornata passammo Sfax, verso l’imbrunire fermammo i camion tra Sfax e Gabès in una campagna piena di ulivi e lì ci accampammo. Verso sera cominciarono a passare una quantità di apparecchi gettando molti razzi a grappoli e nelle vicinanze molte bombe, tanto che tutta la notte non potemmo dormire. La mattina molto presto partimmo e passammo tutta la mattinata a Gabes, mi ricordo che in quel golfo vi era un nostro trimotore abbattuto, a galla. Uscimmo dal paese che vi era ancora una nebbia fitta, mentre camminavamo, avvertimmo un rumore di aeroplani, tanto che fermammo i camion e ci sparpagliammo. Appena passato il pericolo ritornammo ai camion e ricordo che un fante ebbe un forte cicchetto dal capitano  perché al passare degli aerei aveva sparato senza ordine dei colpi con il suo fucile mitragliatore.

Finalmente, dopo aver viaggiato per molte ore, arrivammo in giornata nella retrovia della Linea del Mareth, i camion si fermarono e noi scendemmo proseguendo per una collinetta sulla nostra sinistra. Trovammo già buche e camminamenti scavati, essendo quella una ex linea francese, ci accampammo alla sommità della collinetta, cominciammo a mettere i teli e predisporre la guardia, prendemmo il rancio, in natura, e verso le otto ci disponemmo per dormire. Ma dopo mezz’ora di riposo incominciò l’andirivieni degli aerei inglesi. Siccome in pianura vi era la contraerea che al loro passaggio gli sparava contro, i Tom gettavano molti spezzoni[6], così tra la guardia e gli aerei non potemmo chiudere occhio. La mattina verso le dieci, mentre stavamo facendo le piazzole per le armi, un ricognitore venne a prendere le fotografie e verso l’una arrivò una formazione che nel passare gettò molte bombe, tanto che colpirono due buche. Noi rispondemmo anche con i “Solotu” ma fin quando non arrivò la caccia, i signori stavano sempre nei nostri pressi. Passarono così molti giorni. Io di quel mio amico non ne  sapevo più niente, ricevevo però posta dalla sua fidanzata, di Vibo Valentia e a questa rispondevo a nome suo. Non ricevevo posta neanche dalla mia famiglia ed ero in uno stato di totale depressione.

Un giorno fummo caricati su dei camion e trasferiti in prima linea, che raggiungemmo appiedati, ci affiancammo alla 2° e 3° del I Reggimento della “Trieste” con granatieri e paracadutisti della “Folgore”. Lì non avemmo bombardamenti aerei ma terrestri. Una mattina dei principi di febbraio io ero esasperato non avendo posta, vidi un piemontese, una persona molto colta che mi era amico e gli confidai la mia situazione non pensando che questi una sera mi rubasse la tessera della G.I.L. che gli avevo fatto vedere e la portasse al capitano, come venni poi a sapere.

Una mattina, mi chiamò il capitano e mi disse di dargli le generalità , come doveva fare con tutti. Io gli risposi di chiamarmi Giovanni Ciprio di Vincenzo e di Festa Maria, nato a Napoli il 7.4.1923 a Napoli e dissi anche di aver fatto precedentemente il militare con il 207° Fanteria. Lui si contentò e ridendo mi disse di andare, ma, mentre camminavo, mi disse: “Ehi, signor Bim vieni qui”. Io diventai di ghiaccio non sapevo che fare, poi pensavo che non vi fosse altro da fare che dire “Signor capitano, mi ha chiamato?”, così feci. Lui mi disse che non dovevo aver paura, anche, che pochi se ne trovavano come me, perché io non andavo a tradire la mia Patria, bensì a difenderla, mi disse che ora dovevo fare molte dichiarazioni e prima di tutto far sapere come stavo alla mia famiglia. Quel giorno tutti i militari che sapevano che io ero il caporale Ciprio Giovanni mi vennero a trovare, anche il mio tenente, il fiorentino, mi disse che lui aveva sempre pensato che "senza l’ombra della barba non si poteva essere un caporale di leva".

Dopo circa tre giorni il capitano mi disse che dovevo andare a fare una dichiarazione al Quartier Generale, io gli risposi che ero contento ma costantemente pensavo di pregiudicare la posizione del mio amico. Tutta la notte non feci che pensare cosa dovessi dire, finalmente mi venne un’idea. Il giorno dopo indossai una divisa pulita, il mio capitano mi diede 1000 franchi e verso le due del pomeriggio venne una macchina con un tenente ed un maresciallo, mi sedetti con loro e partimmo. Dopo circa quattro ore di cammino arrivammo ad un campo pieno di tende, entrammo in una tenda grande, in fondo vi era seduto un colonnello, appena arrivato vicino lo salutai militarmente  ma lui mi disse che ero un imbecille, perché entrando in un ufficio un militare deve levarsi il cappello e se trova un suo superiore, salutare romanamente. Allora io ritornai indietro e salutai; lui si mise a ridere e disse che queste norme le dovevo imparare. Mi disse se volevo fare un telegramma a casa e me ne chiese il testo, io dissi di scrivere “sto bene, mi trovo in Africa, scrivimi, baci Emilio”. Dopo di ciò mi diede una penna e mi disse che dovevo fare una dichiarazione per spiegare come ero arrivato in Africa sotto falso nome.

Fu così che misi in atto la mia idea. Scrissi che fin dalla partenza dalla partenza da Napoli avevo seguito la compagnia coloniale, imboscandomi tra i soldati e che durante il viaggio tra Napoli e Palermo  feci conoscenza con il caporale Ciprio Giovanni di Napoli, al quale dissi che dovevo raggiungere i Battaglioni M che si trovavano a Palermo. Arrivati a Palermo l’amicizia con Ciprio si era rafforzata, tanto che molti soldati credevano che fossimo parenti. Lì conobbi anche un sergente ed altri soldati di cui non ricordavo il nome. Una sera alla partenza della compagnia per Sciacca, il caporale Ciprio non era in caserma, siccome eravamo in pieno allarme vi erano un sacco di fumogeni per le strade e appena ci fu l’ordine della partenza  ci fu uno scompiglio e io ne approfittai per prendermi lo zaino che stava vicino al posto dove dormiva Ciprio ed anche un fucile, in un batter d’occhio mi vestii con una sua divisa che trovai nello zaino e mi inquadrai con gli altri soldati. Nella stazione il sergente mi domandò perché fossi al posto di Ciprio ed io gli risposi che siccome era dovuto andare dalla sua famiglia per pochi giorni, io ero momentaneamente al suo posto. Il sergente in un primo momento borbottò ma poi essendo lui di Artiglieria e non di Fanteria e sapendo che a Tunisi ci si sarebbe divisi e conoscendo che io ero il cugino di Ciprio, mi disse che avrebbe fatto finta di non sapere niente. E fu così che potetti raggiungere il fronte.

Fatta questa dichiarazione, il colonnello la lesse e si mise a ridere, poi mi fece delle lodi e mi disse che molto probabilmente mi avrebbero passato nei Battaglioni “M”. Io però gli risposi che ero venuto con la Fanteria e con questa volevo rimanere. Mi disse che avrebbe fatto il possibile, che avrei passato una visita medica e nel caso in cui fossi trovato idoneo vi era la speranza di poter restare con la mia compagnia. Mi regalò 1000 franchi francesi e così mi congedò. La mattina dopo andai a passare la visita medica e risultai idoneo, passando con il grado di soldato. Tutto era calmo, però rimaneva in me un pensiero che non mi faceva dormire e cioè, se Giovanni scendendo in Tunisia avesse fatto una dichiarazione differente dalla mia, si sarebbe trovato senza meno in una situazione non delle più belle.

Un giorno capitò un’autobotte  il cui autista era barese e si intrattenne nella nostra buca suonando il Bong. Seppi che veniva da Agreb vicino al Centro Istruzione Fanteria e gli dissi che alla prossima venuta doveva farmi il piacere di informarsi se al Centro ci stava o era passato un certo caporale Ciprio Giovanni. Dopo non molti giorni ritornò, ma mi disse di non essersi potuto informare, avendo dovuto andare con la macchina a Tunisi, ma si riservava di farmelo sapere alla prossima sua venuta.

Una mattina della fine del mese di febbraio, stavamo prendendo il rancio seduti sopra ad una buca, mentre stavo facendo questa operazione passarono degli apparecchi che credevamo fossero tedeschi, invece si misero a sganciare molti spezzoni e bombe e a mitragliare. Allora un militare che stava vicino a me, per non farmi colpire, mi dette uno spintone che procurò la mia caduta nella buca a gambe all’aria, così che una pietra bollente di uno scoppio vicinissimo mi procurò una forte bruciatura alla gamba destra. Dopo di ciò il capitano mi mandò in infermeria, dove mi visitarono e mi fecero una base di passaggio per l’ospedale di Sfax. Mi fecero salire su un’ambulanza, dove vi erano un bersagliere ferito, un fante ed un paracadutista, anche loro diretti a Sfax. Dopo aver scansato un mitragliamento, arrivammo all’Ospedale. Stetti lì una decina di giorni e, in uno di questi, degli aerei mitragliarono un’autocolonna tedesca che passava lungo la strada carrozzabile e data la poca distanza dalle tende dell’ospedale, qualche colpo cadde sull’Ospedale, tanto che vi fu un momento di panico generale.

 All’undicesimo giorno fui dimesso dall’Ospedale e pensai che anziché tornare in linea sarebbe stato meglio andare al Centro istruzione Fanteria. Dopo non poche peripezie, di notte, arrivai al Centro, convinsi la sentinella a farmi entrare e riuscii dopo molto tempo a trovare un recinto dove era truppa arrivata da poco dall’Italia. Girai non poco, ma finalmente in una di queste tende trovai il mio amico Giovanni. Dopo un lungo abbraccio mi disse che avevo fatto molto male a partire al suo posto, potendolo far trovare così in un sicuro impiccio. Io gli chiesi scusa e gli dissi della dichiarazione da me fatta. Mi disse che avevo fatto bene in quanto lui non aveva fatto alcuna dichiarazione a Palermo, ma si era imbarcato con la truppa che partiva per Tunisi. Solo al Centro gli avevano detto che circa due mesi prima era passata la 4° Compagnia della “Trieste” con un caporale di nome Ciprio Giovanni, che corrispondeva a tutti i suoi connotati. Lui disse che non ne sapeva niente e gli risposero che avrebbero preso informazioni. Dopo avermi detto ciò io gli dissi come si sarebbe dovuto regolare in caso di una chiamata da parte dei superiori per fare al mio riguardo qualche dichiarazione.

Stetti al Centro, di nascosto si intende dei miei superiori per otto o nove giorni, dopo di che salutai il mio amico per ritornare al mio posto in linea. Dopo non poche seccature arrivai al mio Battaglione e lì ebbi dal mio capitano un solenne rimprovero ed una ammonizione. Per tutto il principio di marzo vi furono molte azioni di artiglieria e di pattuglia. Dopo sei giorni di resistenza venne l’ordine di ripiegare per sfuggire ad un accerchiamento, ripiegamento che avvenne di sera. Avemmo molti spezzonamenti e mitragliamenti. Arrivammo  di mattina presto a Gabès, vi era una vera baraonda: camion che scappavano, truppe che ripiegavano e aerei militari che facevano la spola. Stemmo tre giorni a Gabes, dopo di che ripiegammo su Enfiedaville. Fu allora che io capii che la Tunisia era perduta, e pensai che prima di essere preso prigioniero era meglio che cercassi di ritornare in Italia.  Durante il ripiegamento avemmo molti mitragliamenti e spezzonamenti, tanto dovemmo cambiare molti mezzi e due militari furono feriti. Arrivammo ad Enfiedaville di giorno e tanto eravamo mal conciati che avemmo per ristoro un gavettino di anice.

La mattina dopo, sfuggendo alla sorveglianza del posto di blocco, uscii da Enfiedaville e riuscii a raggiungere un po’ a piedi, un po’ con mezzi di fortuna, Tunisi. Lì mi arrangiai a dormire alla Casa di Tunisi dove vi era il Tribunale Militare ed attaccata una caserma dei Volontari Tunisini. Fu lì che dormii tre giorni, poi visto che volevano sapere molte cose, me la filai e ritornai a Tunisi dove mi ricordo che andai al cinema e vidi il film La Nave Bianca. Uscito, andai sull’autostrada dove chiesi un passaggio ad una macchina civile che andava a Rades, dove avevo saputo che vi era un Comando Tappa Volo. Feci amicizia con un salernitano e con un marinaio di finanza nero (bengasino), loro mi dissero che facevo bene a cercare di rimpatriare, dato che tutto oramai era una pazza resistenza. Ma, sfortunatamente, un giorno scendendo nel paesetto, io ed il salernitano venimmo fermati dai Carabinieri che ci domandarono il permesso. Il mio amico lo esibì ma io che non lo avevo fui portato al loro comando e di lì al Quartier Generale Intendenza Italiana di Tunisia. Fui introdotto in un ufficio, dove era un tenente, un  vero mascalzone, che dopo avermi detto che ero un disertore mi fece legare al palo della bandiera. Da premettere che mi domandò il reggimento e la compagnia di appartenenza , ma non l’età. Mi disse che ero un disertore e mi dette anche uno schiaffo, che io ricambiai con un calcio, ma non lo colsi. Stetti al palo quasi quattro ore ma dopo, come se la fortuna mi arridesse, trovai un amico di Napoli di nome Mario, caporale, che stava proprio all’ufficio del detto tenente. Il mio amico mi disse che non mi aveva riconosciuto prima altrimenti avrebbe detto all’ufficiale che io ero del ’26 e così si sarebbe trovato un motivo valido per non pregiudicare la mia posizione. Mi disse che avrebbe parlato con il tenente e avrebbe cercato di farmi levare dal palo. Poco dopo, infatti, venne un sergente e mi liberò dal palo ma venni portato in una piccola prigione, con una porta di compensato, nella quale stetti dieci giorni. Il mio amico veniva sempre a trovarmi portandomi candele per fare luce di notte ed anche del vino. Dopo dieci giorni, di sera riuscii a scappare, era la fine di aprile e dopo non poche peripezie riuscii a raggiungere il Campo di Aviazione di Le Guin (Capo Bon), dove rimasi per quattro giorni. Sul campo vi erano oltre 2000 soldati ed ufficiali che dovevano rimpatriare, purtroppo apparecchi dall’Italia non ne venivano che pochi. Poi, ogni sera bombardavano il campo e ricordo che tutti ci allontanavamo per sette otto chilometri. Un giorno molti soldati ed ufficiali avevano perduto la speranza e si erano allontanati dal campo, ma proprio in quel giorno arrivò il convoglio da Castelvetrano composto da cinque o sei S.M.82[7], ma altrettanti erano stati abbattuti e quelli che atterrarono erano pieni di feriti, tanto che le donne ed i civili che stavano al Campo si stracciavano i vestiti per tamponare il sangue ai feriti.

Dopo poco dall’atterraggio gli apparecchi caricarono truppa destinata  al rimpatrio ed io non fui capace di salire a bordo di nessuno di essi. Ero proprio sfiduciato pensando che difficilmente avrei raggiunto l’Italia. Mentre gli apparecchi si mettevano in linea di volo e già due si stavano alzando, suonò l’allarme e vennero giù un sacco di spezzoni. Il panico fu indescrivibile, tutti cercavano un riparo, la truppa che stava negli apparecchi non decollati scese e si mise a correre per il campo per trovare dei camminamenti, i civili scapparono nella buca del radiotelegrafista, insomma vi fu un caos. Dopo che dal campo tedesco e da quello italiano si levarono, sotto il bombardamento, dei caccia, ritornò la calma. Intanto gli apparecchi che avevano decollato avevano atterrato di nuovo, con due feriti a bordo, sul campo ci furono altri feriti e due avieri morti. Mentre vi era ancora un poco di scompiglio, uscii dal camminamento dove mi ero gettato al momento dell’allarme e riuscendo a passare inosservato ai Carabinieri che sorvegliavano il Campo, giocai la mia ultima carta, cioè raggiungere un apparecchio e mettermici dentro. Ci riuscii e montai su un S.82 con l’aiuto di un maggiore che avevo conosciuto al Campo e mi nascosi in mezzo ai bagagli. Quando gli aerei decollarono ed erano già a poca distanza dal mare, uscii dal mio buco e non fui notato da nessuno, tranne che da un aviere che avevo conosciuto sul Campo perché gli avevo chiesto di farmi partire, ma mi aveva risposto che era impossibile. Perciò vedendomi, si meravigliò molto ma mi disse che avrebbe fatto finta di non sapere niente, essendo tra l’altro anche un mio compaesano. La traversata andava bene ma arrivati su Pantelleria suonò l’allarme a bordo, che finì dopo poco, essendosi levati dei caccia dal Campo di Pantelleria. Verso le cinque arrivammo a Castelvetrano (Campo) ci fecero mettere dentro a dei torpedoni e ci portarono al Campo di Contumacia, simile ad un campo di concentramento. Lì mi presentai ad un ufficiale e gli spiegai la mia situazione. Mi disse che avevo fatto bene, tanto la Tunisia era da considerare perduta ed aggiunse che dovevo farmi quindici giorni nel campo, come era di spettanza. Arrivato al sesto giorno, seppi che quel maggiore che mi aveva aiutato a salire sull’aereo rimpatriava per gravi motivi di famiglia. Così quando lui lasciò il campo io scappai e lo raggiunsi alla ferrovia. Lì trovai anche altri ufficiali ed un soldato romano e, arrivato il treno, partii in seconda classe, però sotto una poltrona dello scompartimento. Dopo aver scansato un bombardamento a Messina ed eluso la sorveglianza delle ronde fingendomi attendente del maggiore, portandogli il bagaglio, arrivammo a Napoli. Lì salutai il buon maggiore e gli altri ed uscii dalla Stazione.

Mi pareva un sogno vedere la mia bella Napoli, mi sentivo quasi stordito. Presi un taxi e mi feci portare vicino alla strada di casa mia, mi ricordo che non avendo monete italiane dovetti pagare con franchi francesi. Mi accingevo a salire la strada che conduceva al mio palazzo quando di lontano vidi una signora ed una ragazza che uscivano proprio dallo stesso stabile. Sembravano familiari ma, non essendo sicuro, continuai a camminare. Erano proprio mia madre e mia sorella che andavano al palazzo del I Corpo d’Armata a chiedere mie notizie, cominciai a correre verso di loro e loro, avendomi riconosciuto, verso di me e ci abbracciammo con tanta forza che andammo a finire  a terra tutti e tre.

 


[1] Gioventù Italiana del Littorio, fondata nel 1937, raggruppava i giovani dai 16 ai 21 anni. (ndr)

[2] Truppe di assalto e da sbarco costituite da volontari e da reduci. . (ndr)

[3] Africa Orientale Italiana, comprendeva originariamente Eritrea, Somalia, Etiopia. . (ndr)

[4] O.M. Antica industria di autocarri, auto, auto industriali, treni leggeri chiusa nel 1975. (ndr)

[5]Solothurn, fucilone anticarro da 20 mm. di costruzione svizzera, in dotazione alle truppe italiane in A.O.  (ndr)

[6]Bomba formata da un tubo metallico pieno di esplosivo e munito di miccia, lanciata a mano o da un aereo.(ndr) 

[7] S.I.A.I. o Savoia-Marchetti Importante industria aeronautica, assorbita nel  1997 da Aermacchi ed oggi Alenia-Aermacchi. (ndr) 

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