Le lettere di Maria Carolina, regina di Napoli, indirizzate al “Brigante Panedigrano”. (prima parte)

di Palmira PanedigranoStoricittà*- Leggendo con interesse i più recenti scritti su Nicola Gualtieri, meglio conosciuto come "Brigante Panedigrano", sono stata colpita dai molti e qualificati interventi e dalla ricchezza delle fonti archivistiche citate[1].

 Ripercorrendo a ritroso la diffusa letteratura (negli anni apprezzato dalla propaganda filoborbonica e vilipeso da quella giacobine), mi sono soffermata su un interrogativo posto da Umberto Caldora, storico del Mezzogiorno, a proposito di alcune lettere di Maria Carolina d’Asburgo, regina di Napoli, indirizzate proprio al famoso Brigante.[2]

Partendo da questo interrogativo, è stata dalla sottoscritta avviata una ricerca tra fondi manoscritti della Biblioteca Nazionale di Firenze, ricerca che poi si è rivelata lunga e complessa ma che ha ripagato con il ritrovamento di cinque lettere della regina di Napoli al Panedigrano.[3]

Le lettere datate 19 maggio e 22 luglio 1806, 1 aprile, 19 luglio e 14 dicembre 1807, sono indirizzate quattro al brigante ed una al figlio Gennaro. Di esse, si pubblicano ampi stralci, per la prima volta in questo articolo.

La vicenda umana e militare di Don Nicola Gualtieri, detto Panedigrano, che alla causa borbonica immolò la vita di due figli, va collocata all’interno delle infelici condizioni in cui versava la Calabria tra la fine del Settecento e gli inizi dell’Ottocento: una terra dove i baroni ed il clero detenevano un potere pervicacemente incontrastato e dove più esteso e più feudale era il latifondo.

Era nato in Conflenti, nel 1753, da una modestissima famiglia che lavorava una porzione di terreni di un signorotto del luogo, Don Ciccio Calabria. Si racconta che, volendosi egli affrancare dal duro lavoro a cui la famiglia lo aveva destinato, avesse imparato il mestiere del sarto. Ma la sua vita subì una svolta decisiva quando la sorella rimase vittima di un abuso. Il giovane Gualtieri si vendicò uccidendo lo stupratore e quindi si diede alla macchia. Dopo qualche anno in cui si rese colpevole di diversi omicidi e rapine, fu catturato e rinchiuso in carcere, da dove riuscì ad evadere, continuando a vivere nelle foreste del Reventino, protetto dalla gente del posto.

Nel 1798, approfittando del decreto emesso dal re Ferdinando IV che concedeva l’indulto a coloro che si fossero arruolati per liberare Roma dai Francesi, Nicola Gualtieri si arruolò e, per le capacità dimostrate sul campo, ottenne il grado di sergente.

Dopo una prima vittoria, l’esercito borbonico venne sconfitto dal Generale Championnet e i sovrani, e con essi Gualtieri, furono costretti a riparare in Sicilia. Quando poi, l’anno seguente, il cardinale Ruffo decise di organizzare una nuova offensiva contro i francesi, arruolando un esercito di volontari filoborbonici, Panedigrano, che si trovava ancora in Sicilia, si imbarcò immediatamente per la Calabria e giunto in Conflenti, in poco tempo riuscì a formare una nutrita banda formata da contadini, braccianti e noti capibanda. Anche in questa occasione, le capacità militari del sergente Nicola Gualtieri si mostrarono fondamentali nella riconquista dei paesi della Calabria ancora in mano francese. Ottenuti questi successi, seguì subito dopo il cardinale Ruffo e la sua armata della Santa Fede, oltre i confini calabresi, contribuendo alla capitolazione di Altamura ed alla riconquista delle città di Napoli, a metà giugno del 1799. Per aver partecipato con valore a tali imprese, venne ricompensato dai sovrani borbonici con la nomina a Maggiore dei Reali Eserciti e l’assegnazione di una rendita annua di quarantamila ducati, oltre a molti terreni e case. Tornato a Conflenti, divenne un punto di riferimento importante per la comunità e, con la nomina a Sindaco del figlio Gennaro, riuscì a garantirsi un indiscusso potere locale.  Il periodo di tranquillità per il Maggiore Gualtieri non durò a lungo. Il 14 febbraio 1806 le truppe francesi occuparono nuovamente Napoli, vanificando così i tentativi disperati della regina Carolina che, pur di salvare il trono, aveva proposto a Napoleone perfino l’abdicazione del pavido consorte Ferdinando in favore del figlio primogenito. Sul trono di Napoli si insediò Giuseppe Bonaparte e il re fu nuovamente costretto a riparare in Sicilia. Le forze borboniche tentarono nuovamente di opporsi alla nuova occupazione francese, ma ai primi di marzo del 1806 subirono una grande sconfitta a Campotenese. Subito dopo, anche diversi territori della Calabria caddero in mani francesi.

Negli stessi giorni in cui Panedigrano scortava i principi reali Francesco e Leopoldo verso la Sicilia, venne catturato e giustiziato il più giovane dei suoi figli, di soli diciotto anni. la notizia della morte del ragazzo arrivò al padre quanto egli era oramai giunto in Sicilia. Immediatamente Panedigrano decise di imbarcarsi per la Calabria con l’intenzione di organizzare una nuova offensiva contro i francesi e vendicare così la tragica morte di suo figlio.

La regina Carolina era grata da tempo al fedele “Don Nicola” e, sicura delle sue capacità, appoggiò senza esitazione la nuova impresa. È del 19 maggio 1806 la missiva che di suo pugno la sovrana invia a Panedigrano, evidentemente perché si accordi con l’ammiraglio Sidney Smith in vista dello sbarco in Calabria: “Vi mando una lettera del buon Principe ereditario che tanto vi protegge, per portarla all’Ammiraglio inglese e nella quale vi raccomanda a lui. Continuate con zelo, fedeltà e contate sulla mia gratitudine. Carolina.”

Il 30 giugno Don Nicola sbarcò a Sant’Eufemia e da qui raggiunse subito Conflenti, dove il figlio Gennaro aveva già radunato una nutrita banda di volontari, chiamata Banda della Regina, in onore della sovrana Maria Carolina.

La prima vittoria contro i francesi venne riportata nella battaglia di Maida del 4 luglio, con il contributo fondamentale dei volontari, capeggiati da Panedigrano. Il 10 luglio il Maggiore don Nicola liberò Cosenza e decise quindi di proseguire per Catanzaro, alla testa di un vero e proprio esercito do volontari accorsi proprio per unirsi a lui.

I suoi successi non potevano non fare esultare la regina la quale, si racconta, fosse accecata dall’odio verso i giacobini francesi anche per l’uccisione della sorella Maria Antonietta di Francia.

Don Nicola Gualtieri, così scrive Maria Carolina, siamo molto contenti delli servizi che rendete e dello zelo ed attaccamento con il quale agite, procurate sempre più farvi onore, di qual cosa non dubito, anzi ne siamo certo. Seguitate tuttavia a non farmi mancare delle notizie sempre che potete, giacché le ricevo sempre con sommo piacere. E credetemi sempre la vostra grata e Buona Padrona Carolina. Continuate coll vostro zelo ed attaccamento e non vi lasciate sgomentare dalle difficoltà. Cercherò tutte a dileguarle. Continuatemi le vostre nuove animate li bravi calabresi a restare nostri fedeli sudditi che le riguarderemo come ben amati figli ed contate sempre sulla mia costante Protezione.

Entrato trionfante nelle città di Catanzaro, liberò via via tutta la Calabria e predisponendosi nel frattempo a dirigersi verso Napoli. Fu invece fermato dalla forte reazione dei francesi capitanati dal generale Massena e costretto di nuovo a riparare in Sicilia. Da qui si reimbarcò ai primi di gennaio 1807, tentando più volte di portare soccorso all’altro figlio, assediato dalle truppe francesi entro le mura di Amantea. Ma i suoi tentativi risultarono vani, anche per il mancato sostegno degli inglesi che nel frattempo si erano ritirati. Il 22 gennaio 1807, Panedigrano perse anche l’altro figlio, Paolo, perito anche lui per mano dei francesi. Il 7 febbraio, Amantea si arrese ai francesi.

Panedigrano, sempre convinto di poter sconfiggere gli odiati francesi continuava ad invocare massicci aiuti alla sovrana, la quale con la lettera del 1 aprile 1807 lo rassicura promettendogli di mandare tutti gli aiuti di cui abbisogna. (fine prima parte - continua)

 

                                                                   



[1] In particolare dagli studi di Vincenzo Villella: “I Briganti del Reventino, Panedigrano e le insorgenze antifrancesi in Calabria 1799-1814, Soveria Mannelli 2006 – “Il Brigante coccolato alla corte del Borbone” in Calabria a.XXIX n174 (luglio 2001) pp.48/53 – “L’incredibile storia di Panedigrano, da guardiano di porci a Brigante e poi confidente della regina Carolina” in Città, a.IV n.5 (1989) pp. 50/52 – “Panedigrano, il Brigante amico della regina Carolina” in Calabria Sconosciuta a.XI n.41 (1988) pp.81/85 – “L’Albero della Libertà: sanfedismo ed occupazione francese attraverso la storia del Brigante Panedigrano” Lamezia Terme, La Modernissima 1987. “La Calabria della rassegnazione”, Lamezia Terme, La Modernissima, 1986. Inoltre dal più recente contributo di Francesco Manfredi “Nicola Gualtieri, detto Panedigrano: storia della rivolta antinapoleonica nella Calabria dei Borboni”, Soveria Mannelli, Calabria Letteraria, 2007.

[2] Il Caldora, in una nota a pag.435 del suo volume Calabria Napoleonica 1806-191815, pubblicato nel 1960 , faceva osservare che le lettere della regina di Napoli e del Brigante Calabrese, menzionate dal F. Bevilacqua nell’opuscolo Maria Carolina regina di Napoli. Alcune sue lettere autografe al bandito calabrese Panedigrano. Vicende dal 1797 al al 1919” Perugia, Tip. Boncompagni e C., s. d., avevano date diverse e precisamente: 19.5 22.7.1806 e 1.4 e 14.2.1807, da quelle pubblicate da F.Guardione in uno scritto intitolato Maria Cristina d’Austria e la politica inglese in Sicilia, Acireale 1807, datate queste ultime 11 maggio, 30 luglio, 20 agosto, 11 ottobre 1807. Nell stessa nota, Caldora smentiva anche E. Borrello, che nel volume Martirano, Monografia Storica”, Milano 1958, asseriva di aver pubblicato cinque lettere inedite di Maria Carolina, dimostrando come le stesse erano state già pubblicate da F. Guardione nel citato articolo. Infine, il Caldora, osservando che l’articolo del Bevilacqua (conservato nella Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze con segnatura Misc.8079/6) non riportava il testo delle lettere, si domandava: “Sono le stesse pubblicate dal Gaurdione e dal Borriello  ma con date confuse, ovvero sono altre? Noi non lo abbiamo potuto accertare.”  Con il ritrovamento delle cinque lettere negli archivi della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, si è potuto accertare che queste sono le stesse citate da Borriello e mai prima d’ora pubblicate, ponendo fine alla conclusione che si era protratta fino agli studi più recenti (si veda anche Vincenzo Villella “I Briganti del Reventino: Panedigrano e le insorgenze antifrancesi in Calabria 1799-1814, Soveria Mannelli 2006 – nota a pag. 100)

[3] La notizia della presenza di queste leggere nella Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze era comparsa sul “Bollettino delle pubblicazioni italiane ricevute per diritto di stampa” del giugno 1908 (num. 90pagg.XXII). in esso si leggeva che erano pervenute in Biblioteca come dono del bibliofilo Diomede Buonamici. La ricerca eseguita nei fondi manoscritti entro cui si poteva supporre la loro collocazione (Nuove accessioni e cataloghi vari) non aveva dato risultati. Solo una lunga e capillare ricerca tra le numerosissime raccolte di manoscritti da ordinare presenti nell’istituto le ha fatto venire alla luce. Si trovavano erroneamente collocate (probabilmente durante il trasloco della Biblioteca dalla vecchia sede degli Uffizi a quella attuale), avvenuto negli anni ’30 del novecento) in appendice ad una raccolta di manoscritti che non aveva nessuna attinenza con l’argomento delle lettere. La definitiva collocazione delle stesse è adesso: Carteggi vari 495.87. 

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Storicittà,a.XVIII, n.178, dic.2009,pp.20/23

                                                                    

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