Gli Arabi in Sicilia

 

arabiadi Francesco Miceli - Prima di entrare nella cronologia dei fatti che portarono gli arabi alla conquista dell’isola del sole è necessario fare un quadro della situazione politica dell’intera Italia all’inizio del VI secolo d. C.. Il territorio era diviso fra Bizantini presenti con l’Esarcato di Ravenna, e dominio su quasi tutti i paesi che si affacciavano sull’Adriatico e sullo Jonio, Romani con a capo il papa cristiano che estendeva la sua influenza su La Lazio e Italia meridionale, esclusa Benevento, ed i Longobardi che si erano impadroniti della Lombardia, della Toscana, dell’Umbria e di Benevento con Pavia a loro capitale. Il profondo dissidio fra Roma e Bisanzio. si ripercuoteva in Italia con lotte continue che oberavano il popo1o, da una parte, con gli oneri del papato per far fronte ai Bizantini e soccorrere le popolazioni che venivano sottomesse dai levantini e, dall’altra, questi ultimi per il mantenimento delle truppe in Italia. I Longobardi, convertitisi al cristianesimo, si schieravano dalla parte del papa ma con scarso convincimento.

Nel contesto di questo difficile panorama politico gli arabi si inserirono con manovre di penetrazione portate nell’Italia meridionale, in Sicilia e nelle isole minori, dove, sia i Romani che i Bizantini, erano presenti e politicamente si osteggiavano reciprocamente con grave nocumento del popolo costretto a parteggiare un po’ per l’uno un po’ per l’altro a seconda dei casi.

La Sicilia, per la sua unica ed eccezionale posizione geografica nel cuore del Mediterraneo, non sfuggì ad assalti e depredazioni fin quando gli arabi, intorno al 650 d. C., non ne valutarono appieno la sua importanza strategica.

Questa gente era già nota ai Siciliani col nome di saraceni, attributo loro dato dai Persiani e dai Bizantini, per i commerci che essi esercitavano nei porti di tutta l’isola, oltre che dell’Italia meridionale e le altre isole mediterranee. Cercarono costoro di effettuare la conquista dell’isola con l’intervento armato, dapprima con sporadici assalti che fruttavano prigionieri, oro, argento, bestiame e granaglie e poi stabilendosi definitivamente in quei posti a loro strategicamente più favorevoli, congeniali e protetti.

La potenza musulmana inizialmente non fu tenuta nella giusta considerazione forse perché la italica gente era impegnata nelle diatribe politiche contro i Longobardi, mentre la Sicilia era divisa fra Bizantini e Romani.

Tuttavia l’Esarca di Ravenna, Olimpo, per farsi perdonare del tentato omicidio di Papa Martino (649-650>d. C.) commessogli dall’imperatore di Bisanzio Costante Il, accorse in Sicilia per combattere gli arabi e difendere così il popolo cristiano ed il territorio ad esso sottomesso.

La prima consistente incursione araba è datata 652 d. C.. La scarsa forza araba per tale impresa costituita da una diecina di navi, da una parte, la malavoglia di combattere delle truppe di Olimpo e la peste che colse le truppe di questi, dall’altra, fecero sì che la belligeranza scemasse a livello di semplici scaramucce, non disdegnando, la prma, privilegiare quelle azioni che potevano, in qualche modo, fruttare vettovaglie, prigionieri da cui potere ottenere cospicuo riscatto e bottino vario. Tali azioni, seppure fruttavano qualcosa agli arabi, non rappresentavano, per quei tempi, reali conquiste di territorio.

L’impresa degli arabi si concluse ben presto con il precipitoso rientro in Siria delle navi cariche di bottino e prigionieri anche se non da vincitori, ma nemmeno da vinti. Qui il capo dell’orda musulmana, Mo’àwia-ibn-abi-Sofiàn, raccontò le sue gesta ad Othman, capitano della provincia, mandò al califfo di Damasco la quinta parte del bottino e divise la restante al suo esercito.

L’allontanamento-fuga degli arabi dalla Sicilia e la morte di Olimpo acuirono la lotta fra la Chiesa di Roma e l’imperatore di Costantinopoli, Costante II, il quale fece rapire il vecchio e malaticcio Papa Martino che, dopo varie peripezie, processi farsa, condanne a morte ed indicibili umiliazioni morì in prigione.

Costante II, fra follia e lampi di saggezza, a bordo di oltre duecento navi (taluni scrittori parlano anche di mille navi), portò il suo esercito in Italia nel 663 ed affrontò i Longobardi a Benevento dove venne clamorosamente sconfitto. L’imperatore fuggì verso Roma da dove, dopo avere razziato alcune chiese, carico di bottino salpò e, non volendo rientrare a Costantinopoli per paura delle congiure di palazzo per avere fatto uccidere il proprio fratello, si rifugiò a Siracusa, ormai sgombra di infedeli, pensando, anche, di trasferire la sede del suo impero in Sicilia, terra, oltre che ben fortificata, logisticamente in grado anche di dominare l’intero bacino del Mediterraneo e da qui portare i suoi attacchi all’Italia, al papa ed al dominio longobardo.

Ma la presenza in Sicilia di Costante non era tuttavia minimamente gradita ai siciliani, sia perché da sempre devoti alla Chiesa di Roma, sia perché mal sopportavano i pesanti gravami e le facili confische imposte dall’incomodo imperatore per il mantenimento dell’esercito che gli era al seguito.

Le vessazioni di Costante, estese anche ai territori di Calabria, Sardegna e nord Africa ancora sottoposti al suo dominio, indussero le popolazione africane a chiedere aiuto ai Musulmani, scegliendo a parere loro, il minore dei due mali.

Intorno al 15 luglio del 668 moriva lo scomodo Costante Il per mano di un suo servitore di nome Andrea. La Sicilia, la Chiesa di Roma, accolsero con indifferenza la morte dell’imperatore e l’esercito bizantino applaudì nuovo imperatore, il nobile armeno Mizize.

Intanto la corte di Costantinopoli, da parte sua, appresa la morte di Costante e temendo di perdere la sede dell’impero, propose alla successione il suo più giovane figlio Costantino e si mobilitò per radunare un esercito con gente raccogliticcia, ma alquanto possente, per muovere contro Mizize e Siracusa.

Nella primavera del 669 l’esercito di Costantino approda sulle coste di Sicilia; i siciliani e le truppe stanziali applaudirono il novello imperatore ed abbandonarono Mizize al suo destino. Costantino, spento così quello che si può definire il colpo di stato, imbarcò tutto l’esercito sguarnendo quasi del tutto la fortezza siracusana e la Sicilia e se ne tornò a Costantinopoli.

Da Alessandria immediatamente si partì una flotta di duecento navi al comando dell’intraprendente Abd-Allah-ibn-Kais che mise a ferro e fuoco tutti i porti siciliani e quelli cristiani del Mediterraneo. A Siracusa il terrore e la ferocia infuse dall’arabo indussero i cristiani a rifugiarsi nelle roccaforti interne, lasciando che l’infedele razziasse i tesori delle chiese e quel che di prezioso era rimasto dalla dipartita dei bizantini. Dopo un mese di scorrerie e ruberie varie Abd-Allah se tornò ad Alessandria con le navi colme di prezioso bottino.

Questi nefasti avvenimenti del 669, racconta l’Amari nella sua Storia dei Musulmani in Sicilia, in danno delle chiese e dei monasteri, raccontati a modo suo da un monaco benedettino vissuto cinquanta anni dopo, furono ripresi con dovizia di fantasia dai monaci, dopo la cacciati degli arabi dalla Sicilia, che lamentarono, oltre che lo spoglio delle chiese e dei monasteri benedettini, la perdita di possedimenti e beni vari nel tentativo, in parte riuscito, di gabbare i nuovi governanti, ottenere donazioni, elargizioni e privilegi di ogni tipo ed impossessarsi di buona parte dell’immenso patrimonio siciliano che dicevano a loro tolto dagli infedeli.

Quello che non poterono i benedettini nel XII secolo lo riproposero i gesuiti nel XVI secolo, carpendo, ancora una volta, benefici e ricchezze immense.

Dopo la scorreria del 669 non furono più i musulmani del califfo di Damasco e Bagdad ad interessarsi della Sicilia, ma le emergenti tribù africane. Laddove nei secoli precedenti Cartaginesi e Romani si erano scontrati, ma avevano profuso impegno e prosperità, adesso imperava la religione di Maometto e le tribù nomadi, fomentate da agitatori stranieri, abbandonando vecchi rancori ancestrali, si unirono per ricercare conquiste, oro e ricchezze varie.

Da Barca e da Kairewan, vera nuova capitale e roccaforte islamica nell’entroterra africano, autorizzati dal califfo alessandrino, aiutati da folte schiere di berberi, o mori, come diversamente venivano chiamati, gli arabi mossero alla definitiva conquista dei paesi europei che si affacciavano sul Mediterraneo e quindi della Sicilia. Tutto ciò nonostante la consolidata potenza e presenza bizantina che dominava parecchi paesi europei, mediorientali e africani come Cartagine.

L’Africa, dominata a quei tempi dagli arabi, è quella che va oggi da Tripoli a Tunisi a Costantina.

Certamente nei primi intendimenti e programmi degli arabi la Sicilia doveva rappresentare la base dalla quale poi portare gli attacchi agli altri paesi del Tirreno e dell’Adriatico. Ma anche l’impero bizantino cercava di mantenere il possesso di queste terre per potere più agevolmente contrastare le orde islamiche provenienti dalle coste africane e difendere i suoi cospicui possedimenti sul quel continente.

Prima della Sicilia fu Pantelleria (Cossira) ad essere conquistata dagli arabi. L’isola, più vicina alle coste africane che a quelle sicule, offriva buoni approdi e fortificazioni ed era anche molto fertile.

Pantelleria era anche molto ricca di popolazione di religione cristiana in quanto era stata il rifugio di tutte quelle genti che dall’Africa erano dovute sfuggire alle orde islamiche.

La conquista di Pantelleria avvenne intorno all’anno 700. Gli arabi impadronitisi della poco difesa isola distrussero le fortezze cristiane e posero i residenti sotto il loro dominio. D’altra parte ai professanti la religione di Maometto non interessava tanto diffondere il nuovo credo, quanto l’imporre le loro tasse ed una volta ottenute queste lasciavano notevole libertà al popolo.La notizia della conquista venne accolta nel mondo arabo con molto favore ed i cronisti dell’epoca ci tramandano che la sottomissione di Cossira fu posta da Musa-Ibn-Noseir a base di un più vasto progetto di conquiste e di rivendicazioni sull’impero romano.

Ben presto iniziarono a Tunisi a costruirsi le navi per tentare la grande impresa. A tali lavori presero parte i più valenti artigiani del medioriente e molti accorsero a Tunisi per lavorare in danno di quei bizantini che per secoli li avevano oppressi e asserviti. I lavori per la costruzione della flotta araba proseguirono indisturbati per l’assenza di cristiani nelle terre tunisine che potessero avvertire la flotta di Bisanzio, o di altri nemici degli arabi e tali lavori durarono circa quattro anni, dal 669 al 703.

Il progetto di costruire ben cento navi non era ancora portato a termine che si diffuse la notizia di una flotta egiziana che, diretta in Sardegna, aveva fatto tappa in Sicilia facendo grosso bottino di oro, argento e pietre preziose e da qui, spinta da venti contrari, era approdata con gravi perdite sulle coste tunisine.

Musa bandisce allora la guerra santa, termine caro a quella gente per significare la mobilitazione generale. Assembla una flotta con le nuove navi e con quelle egizie scampate al fortunale. Al momento dì far salpare il naviglio, contrariamente alle aspettative, ne affida il comando al figlio Abd Allah con forte disappunto dei tanti principi arabi che erano accorsi per partecipare all’impresa.

Nel 704 questa flotta approda alla foce del Lilibeo, saccheggia Marsala, già allora grosso centro sul Mediterraneo, e le zone vicine traendone un cospicuo bottino.Il successivo 705 Musa organizza altra spedizione a Siracusa dove l’orda araba nulla potendo contro l’inespugnabile fortezza, saccheggiò, con grande profitto i vicini paesi dell’entroterra.

Ancora nel 710 promuove altra spedizione in Sardegna ed anche questa volta il bottino fu molto considerevole e soddisfacente per i predatori, ma quando le navi partirono da quelle terre, una tempesta le distrusse tutte, riportandone, sulla costa appena abbandonata, i relitti con l’intero bottino.

Nei successivi anni gli arabi presero più volte di mira le terre sarde, calabre e sicule con incursioni rapide, perché in tali spedizioni c’era sempre il rischio di incontrare la flotta bizantina ed anche se i relative scontri erano spesso più favorevoli agli arabi per l’ardore e la ferocia da loro profusi in battaglia, le perdite, alla fine, risultavano catastrofiche sia per il gran numeri di prigionieri sia per i legni che andavano distrutti.

L’episodio più consistente si è verificato nel 735 in danno della Sardegna che subì un grave danno di prigionieri e tesori vari.

L’asse politico arabo intanto da Damasco e Bagdad si era spostato a Tunisi, dove le congiure di palazzo tenevano in viva apprensione la corte, al punto che i governanti pensarono, e questa volta seriamente, di dover procedere alla conquista della Sicilia, peraltro ancora saldamente sotto il dominio bizantino, per potere eleggere eventualmente una delle due città principali dell’isola a capitale del loro regno. Le città che all’epoca potevano essere oggetto di tali mire erano Siracusa, la cui fortezza era ritenuta inespugnabile e Palermo che era già la capitale dell’isola.

I  preparativi cominciarono con il consueto potenziamento dei cantieri navali di Tunisi onde approntare al più presto una flotta in grado di affrontare quella bizantina e parimenti per potere portare un consistente stuolo di soldati per potere mantenere il possesso delle terre conquistate, richiamando, allo scopo, le navi che erano impegnate in Spagna.

D’altro canto i greci in Sicilia non erano più tollerati dalla popolazione che era costretta a versare sempre maggiori tributi per il mantenimento della loro flotta e delle loro milizie.

Sbarcati in Sicilia nel 740 al comando di Habib, gli arabi si attestarono, con la costruzione di un campo, come era loro costume, nelle vicinanze di Siracusa, mandando drappelli di cavalieri a terrorizzare i dintorni e, contemporaneamente, a distruggere le piccole fortificazioni greche dell’entroterra. Consolidata così la loro presenza, ben presto si portarono sotto le mura della città ed affrontarono in feroci battaglie i suoi difensori. Fu tale il terrore inculcato ai siracusani con i loro attacchi, che questi, dopo un breve assedio, accettarono di pagare il loro tributo e sottomettersi agli arabi.

Ma anche questa volta la Sicilia si salvò dalla conquista perché la flotta nemica, dopo breve tempo, fu richiamata a Tunisi per sedare una rivolta dei berberi. Gli arabi impiegarono oltre dieci anni per domare quelle fiere popolazioni dell’entroterra tunisino. Solo nel 752 tornarono ad aggredire la Sicilia e l’anno successivo la Sardegna. Anche in queste spedizioni furono enormi i danni arrecati alle due popolazioni ed il bottino ricavatone. Ma le truppe e la flotta bizantini, attestati soprattutto in Sicilia, quando potevano, rintuzzavano le loro cruente rappresaglie perseguendo, anche, le loro navi mercantili, mentre, sulla terra ferma, si approntavano fortezze in ogni sito e si rafforzavano le difese per difendersi dagli attacchi dei pirati musulmani.

Ancora per oltre cinquant’anni i musulmani, travagliate dalle lotte intestine fra Aglhabiti, Omeiadi, e Idrisiti, rinunciarono alla conquista dell’isola del sole, effettuando solo sporadicamente delle incursioni al fine di trarne profitto con bottino e prigionieri per sopperire alle gravi perdite che si procuravano con le loro lotte fratricide.

Nell’ottocentocinque il capo degli Aglhabiti, Ibraim-lbn-Aghlab, firmò con Costantino una tregua di dieci anni; tregua, però, che non era riconosciuta e rispettata dalle altre due dinastie che non mancarono di organizzare sporadiche spedizioni in Sicilia, in Sardegna, in Corsica ed in tutto il sud Italia, quand’anche le forze di Carlo Magno li combattessero non solo in Spagna, ma anche nel nord Italia ed in tutto il Mediterraneo occidentale.

Alla morte di Ibraim, il figlio, Abu-’l-Abbas, iniziò immediatamente la costruzione di una poderosa flotta. I mercanti cristiani che, per i loro commerci, frequentavano i porti africani, ben presto diffusero la notizia in tutte le terre mediterranee e l’imperatore di Costantinopoli ben presto inviò in Sicilia truppe e navi al comando del patrizio Gregorio il quale chiese aiuto a tutte le città del sud Italia per far fronte all’imminente pericolo che incombeva sul mondo cristiano. Gaeta ed Amalfi inviarono loro navi e truppe a rafforzare le difese di Sicilia.

Anche Carlo Magno si mobilità inviando in Italia un suo nipote di nome Bernardo ed un suo cugino di nome Walia al comando di sue truppe temendo, da parte sua, attacchi anche dai musulmani di Spagna.

Alla prima rappresaglia, tentata nell’812 contro la Corsica, la flotta d’Africa venne attaccata e sconfitta nei pressi di Majorca dal conte D’Ampurias.

Nell’autunno successivo non ebbe migliore fortuna la flotta aglhabita forte di cento legni che, navigando verso la Sardegna, fu colta da una tempesta e distrutta. Abu-’l-Abbas-Aghlab, dopo le gravi perdite subite a seguito della spedizione in Sardegna, concordò con il patrizio siciliano un tregua che garantiva il libero scambio commerciale fra le terre d’Africa e la Sicilia.

Tuttavia i musulmani non mancarono di molestare i porti delle isole minori, la Calabria, spingendosi fino ad Ischia, con attacchi di sorpresa e precipitose fughe che fruttavano prigionieri, preziosi e vettovaglie; ma a tali rappresaglie faceva riscontro la severa punizione dei bizantini che quando catturavano gli assalitori, senza frapporre indugi, li passavano a fil di spada sperando di placare l’animo piratesco dei nemici con esemplari punizioni.

Abu-’l-Abbas, dal canto suo, inviava messi a Gregorio, patrizio siciliano, sconfessando l’operato dei suoi correligionari e dichiarandosi estraneo ai fatti che andavano addebitati alla gente Edrisita ed agli Omejadi di Spagna con i quali gli Aghlabiti non erano in armonia al punto da sollecitare i bizantini a perseguirli con ogni mezzo ed aiutandoli in tali campagne con opportune segnalazioni che servivano a prevenire, almeno in parte le scorrerie piratesche.

Si narra che mentre la delegazione Aghlabita navigava su navi veneziane per raggiungere il patrizio siciliano, fossero stati avvistati legni pirateschi degli Omejadi di Spagna; gli Aghiabiti non indugiarono ad istigare i veneziani, chiedendo, addirittura che i loro nemici venissero bruciati vivi.

Questi ed altri episodi confermano che, fra loro, i musulmani erano continuamente in guerra e solo i grandi eventi potevano temporaneamente, ma solo temporaneamente, generare dei periodi di tregua.

Altro importante freno alle azioni piratesche fu la guerra civile che travagliò i musulmani d’Africa dal 822 al 826; ma ecco che quietati gli animi all’interno delle varie fazioni, nell’827 una coalizioni di arabi di Babilonia e d’Africa si diede all’invasione della Sicilia con la conquista di Palermo.

arabia muraLa conquista, come riporta il Fazzello, fu preceduta da uno sbarco di navi arabe, al comando di tale Halcamo, a Mazara, il quale per impedire che i suoi uomini potessero avere dei ripensamenti in caso di vittoria dei greco-siciliani, fece bruciare le navi, quindi si diede alla conquista di Selinunte, dove, gli assalitori per incutere il maggior terrore possibile agli isolani e convincerli alla resa, soppressero tutti i prigionieri facendoli cuocere in enormi calderoni. La notizia terrorizzò i paesi vicini i quali si arresero senza opporre resistenza. Halcamo, volendo stabilire in Sicilia un valido punto di riferimento per sé e per le sue truppe di assalitori, fece costruire un castello che da lui prese il nome di Alcamo. I siciliani accorsero in forze ad attaccare Halcamo, ma questi resse agli assalti fin quando dall’Africa non gli giunsero altri rinforzi con i quali ebbe ragione degli avversari.

Dopo tale vittoria musulmana ebbe inizio la conquista araba dell’isola del sole.

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