Shoah

di Giuseppe Giordano - Sono passati ormai 64 anni da quel lontano giorno in cui l’abbattimento dei cancelli di Auschwitz portò alla scoperta di un mondo di orrori, orribili luoghi in cui milioni di innocenti erano stati sterminati, solo perché “colpevoli di appartenere alla razza ebraica”.

Alcuni sostengono che, dopo oltre sessant'anni, parlare ancora della Shoah, di questo massacro di massa industrializzato, di questa catena di montaggio della morte eseguita nell'indifferenza dei molti che stavano a guardare o che ne facevano parte, è oramai ingiustificato, perché l’evento può essere riposto negli scaffali polverosi della storia.

In realtà, anche se la Shoah, differenziandosi per la ferocia dalle altre persecuzioni subite dal popolo ebraico resta un evento singolare nella storia dell'umanità, il suo spirito rischia di diventare più attuale che mai in un periodo storico in cui l’eco lugubre del razzismo e dell’antisemitismo torna a riaffacciarsi in modo inquietante, sulla scia di qualche aberrante manifestazione estremistica o, più frequentemente,  di eventi legati alla immigrazione.

Ed è per evitare ciò che la coscienza civile dell’uomo è oggi, nella Giornata della Memoria chiamata a riflettere sulla grande tragedia della Shoha, la Madre di tutte le Persecuzioni, le cui affondano in tempi antichissimi.

La “colpa” di cui, secondo una linea di pensiero cattolico ormai superata, si sarebbero macchiati gli ebrei, quella di deicidio,  risale a più di duemila anni fa, quando, rifiutando la divinità di Gesù Cristo, essi lo condannarono a morte crocifiggendolo e determinando in tal modo la fine del loro stesso popolo.

Infatti, sembra che da allora la maledizione divina si sia abbattuta su di esso attraverso la distruzione di Gerusalemme e la grande Diaspora, la dispersione delle genti ebraiche, costrette a vagare per il mondo senza una patria fino al 1948 quando però, con la nascita dello Stato d’Israele, iniziò un nuovo e sanguinoso tormento: il conflitto con gli arabi.

In realtà, in seguito alla loro espulsione manu militari dalla Terra Santa, gli ebrei non hanno mai trovato una buona accoglienza presso i popoli che li hanno ospitati e persino nel corso delle Crociate essi furono attaccati, insieme agli infedeli turchi e musulmani, e arsi sui roghi destinati alla punizione dei rinnegati.

Il radicalismo ed il fanatismo religioso fu, dunque, l’elemento decisivo che condusse alla discriminazione, al razzismo e alla persecuzione ebraica; una persecuzione che, anziché placarsi, si è acuita nel corso dei secoli fino a giungere ai tempi più recenti, quando, come ricordiamo oggi, l’uomo, invece di dare prova di maturità e progresso ha fornito un’incredibile dimostrazione di follia e ferocia.

Mi riferisco, naturalmente, all’epoca della seconda guerra mondiale, quando la persecuzione ebraica raggiunse la sua più drammatica espressione nel momento in cui Hitler, con le sue leggi razziali, le esecuzioni di massa, i campi di concentramento, ordinò la deportazione e lo sterminio di milioni di vite innocenti.

Ad accentuare l’odio dei tedeschi nei confronti del popolo ebraico, che ritenevano già di per sé “inferiore”, come tutti i popoli non bianchi e non ariani, contribuì notevolmente la grave crisi socioeconomica in cui versava la Germania del primo dopoguerra e le pesanti condizioni che le erano state imposte dalle potenze vincitrici della guerra del 1915-18.

Tale situazione, infatti, spinse Hitler a convincere i suoi connazionali del fatto che i loro veri nemici si annidassero all’interno stesso della nazione e che fossero da individuare negli ebrei.

In effetti, questo popolo, oltre che per la sua fede religiosa, si distingueva anche per la sua grande operosità e il suo spiccato senso degli affari nella gestione delle proprie attività economiche e finanziarie. Questa abilità fu fatta passare da Hitler come il sintomo più evidente di una cospirazione tramata ai loro danni e che, in quanto tale, doveva essere fermata con ogni mezzo.

Fu così innescato il mostruoso meccanismo di morte che portò dapprima all’emanazione delle leggi di Norimberga, attraverso cui gli ebrei venivano privati della nazionalità tedesca, della possibilità di svolgere una professione e di contrarre matrimoni misti, e, successivamente, alla sottrazione delle loro proprietà per essere rinchiusi nei ghetti e poi deportati in massa nei campi di concentramento, dove venivano crudelmente sterminati.

Con l’istituzione dei campi di concentramento Hitler mirava al raggiungimento di un duplice obiettivo: distruggere la razza ebraica e aumentare il livello di produttività industriale della Germania attraverso lo sfruttamento senza limiti del lavoro forzato degli ebrei.

Ecco quanto l’uomo ha fatto all’uomo a quell’epoca.

Ed oggi invece, cosa l’uomo fa ai suoi simili?

Fortunatamente non siamo giunti a questi estremi, tuttavia, parlavo prima dell’eco, flebile certo, indotta dalla estremamente seria questione posta dai flussi di immigrati.

Certo, questi ultimi, il più delle volte, professano religioni diverse dalla nostra ma non sono perseguitati per questo; per la gran parte, non sono stati cacciati dai loro Paesi eppure, spesso, li abbandonano per le ragioni più disparate. A volte, come quelli delle comunità cinesi, mostrano grandi abilità nella gestione degli affari, qualche volta influendo negativamente sulle realtà commerciali del posto in cui si stabiliscono. Tuttavia, tante altre volte le condizioni di clandestinità e di grave disagio sociale fanno dell’immigrato il protagonista di fatti di devianza più o meno gravi.

E di fronte a questi fatti quanti tra noi, cadendo nella trappola dello stereotipo e della generalizzazione, sentendosi quasi minacciato nell’integrità nazionale, non li hanno mai additati con rabbia o magari con desiderio di vendetta?  Forse tanti, o forse pochi, chissà.

Prima che queste emozioni sfocino nell’odio, però, fermiamoci a riflettere.

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